Se ci fosse un solo modo giusto per raccontare una storia, il nostro non sarebbe un lavoro. Ce ne sono sempre molti, non tutti validi. Non tutti speciali. Trovare la prospettiva giusta, l’angolo inesplorato, è quello che cerchiamo di fare ogni giorno. Ci sono miriadi di premi che celebrano il punto di vista che spicca tra gli altri, milioni di corsi che fingono di poterlo insegnare. Insomma, è vero che una storia si può raccontare in molti modi, ma non è vero che tutti meritano di stare sullo stesso piano. Per questo, nonostante io abbia partecipato con le lacrime agli occhi alla standing ovation e all’applauso in Sala Darsena per La città dei vivi di Edoardo Gabbriellini, ne resto delusa.

La città dei vivi: l’omicidio di Luca Varani, un racconto pigro

Non è una questione di qualità: la sola interpretazione di Valerio Mastrandrea basta a giustificare la presenza a un Festival di altissimo livello come Venezia. È una questione di principio. Se il libro di Lagioia, infatti, rendeva il caso un racconto universale sulla violenza, su una città bella e crudele, e ci spingeva a farci domande scomode fino a toglierci il sonno, il film di Gabbriellini al contrario appiattisce la narrazione.

L’omicidio di Luca Varani per mano di Manuel Foffo e Marco Prato, un caso che sconvolse prima Roma e poi tutta Italia nel 2016, è una delle pagine più assurde della nostra storia. Una violenza ancora inspiegabile, impossibile da comprendere. Eppure tra le pagine di Lagioia, che chiunque abbia iniziato a leggere ha divorato in poche ore, lo sgomento e la sorpresa fanno spazio anche alla possibilità di trovarvi un contesto.

Perché stravolgere un libro che centra il punto?

È il senso del titolo, il senso del lavoro (immagino) sfiancante che l’autore ha svolto. Passando in rassegna interviste, racconti di persone coinvolte, documenti. Non si può comunque spiegare cosa possa aver portato a un tale orrore, ma quello che ci deve spaventare non è l’idea che la cattiveria sia ovunque, o che sia frutto della pazzia. Piuttosto che la cattiveria e la violenza sono conseguenze di tante cose che non vanno come dovrebbero. E potenzialmente, sì, possono colpire chiunque. Ma prevenire che si arrivi a tanto, aggiustando le malattie di una società che a uno sguardo attento appaiono, è possibile. Tutto questo non emerge dal film. Perché la scelta di raccontare l’omicidio a partire dalla storia – comune, intima – della vittima, è sì una scelta originale, ma penalizzante.

Foto di Lucia Iuorio

A rendere inspiegabile la vicenda di Luca era proprio quella vita così al margine eppure così comune. «I film che restano fedeli al libro sono tradizionalmente quelli che fanno meno successo», ha spiegato Lagioia, incalzato durante il Q&A che ha seguito la proiezione. Forse basta questa frase per riassumere la scelta di Gabbriellini di snaturare il libro. D’altronde del suo film si è cominciato a parlare fin da subito, visto che anche i fratelli D’Innocenzo hanno rilasciato una dichiarazione polemica riguardante la sceneggiatura rimaneggiata senza il loro consenso. Non è nemmeno in sala, ed è già un successo.

La città dei morti, se Luca Varani siamo tutti noi

Invece che concentrarsi sul contesto di provenienza dei due assassini, sul contesto di quelle feste clandestine a cui il protagonista partecipa, infatti, il regista sposta lo sguardo sul quotidiano. Su una famiglia a cui viene strappato un figlio, una ragazza innamorata (un’altra bellissima performance, quella di Gaia Merlonghi) che perde il partner. Non va a fondo sui dubbi che devono aver attanagliato tutti loro, su quella seconda vita che non conoscevano.

Mostra solo il dolore, l’incapacità di dare un senso, il momento della consapevolezza. Gabbriellini ha detto di aver voluto raccontare come la violenza possa capitare a tutti, come il male non dipenda dalle nostre scelte ma sia parte della vita, del fato, del caso. Obiettivo centrato in pieno, ma a che prezzo?

La città dei vivi è un film doloroso. Perché è impossibile, comunque, non restare sgomenti davanti a una vicenda del genere. È anche un film bello, che tiene attaccati allo schermo, che non lascia spazio a distrazioni, che non perde mai il filo conduttore. Ma è un film che potrebbe raccontare un omicidio qualunque, in una città qualunque, capitato a una famiglia qualunque. A questo proposito, potrebbe essere anche La città dei morti, tanto vale. La vicenda di Luca Varani è capitata a lui, proprio così, per diverse ragioni. Solo perché non le sappiamo – e forse non le sapremo mai – spiegare, non significa che non ci siano.