Le persone non vedono solo i tuoi traguardi, vedono anche chi sei. «E tu, Jannik, che tipo di campione vuoi essere agli occhi della gente?», chiede un giornalista al n.1 del tennis mondiale. Che si morde il labbro inferiore, piega verso il basso gli angoli della bocca, scuote leggermente la testa rossa e risponde, con un sospiro che gli fa abbassare le spalle: «Vorrei essere solo una persona umile». Così Sinner, dallo scorso 13 luglio primo italiano a vincere Wimbledon, ha spiegato di ricordare sempre a se stesso le sue origini: una piccola casa, in un piccolo paese, con una fantastica famiglia. «And that’s it». E questo è tutto.

Non solo vittorie: conta chi sei, non solo cosa fai

Campione del tennis, classe 2001, origini altoatesine, figlio di cuoco e cameriera, famiglia lontana dai riflettori. Jannik Sinner potrebbe facilmente calcare il palco delle dichiarazioni trionfalistiche e invece continua a ripetere con calma, senza pose, che sta ancora imparando. Che ogni partita è diversa e che ci sono margini di miglioramento. Che i suoi avversari lo spingono a crescere. Non è falsa modestia, né una strategia per sembrare simpatico. È un atteggiamento che si riflette anche nelle sue scelte concrete: dopo aver raggiunto la vetta del ranking ATP, ha detto no a comparsate a effetto, ha rifiutato la passerella facile e ha scelto qualche giorno di silenzio, dedicandosi agli allenamenti. Quando vince un torneo, ringrazia sempre il team prima di se stesso. Quando perde, non cerca scuse ma ammette gli errori. Nelle interviste non si vanta, anzi: «Devo ancora migliorare molto», ripete come un mantra. E poi c’è quel modo di camminare in campo, l’evitare di celebrare se stesso più del necessario, gioire come quando si chiude un cerchio e non come quando si sale su un piedistallo. L’umiltà di Sinner non è solo una dichiarazione d’intenti, è un modo di essere che si vede.

Jannik Sinner trionfa alla finale Wimbledon del singolare maschile contro Carlos Alcaraz, domenica 13 luglio 2025. Foto: Shutterstock

Restare con i piedi sulla terra (rossa)

La parola “umiltà” viene dal latino humilitas, da humus, terra. Restare a terra, non per farsi piccoli o sminuirsi, ma per non perdere il contatto con la realtà, di ricordarsi da dove si viene. «Siamo persone molto brave in quello che fanno, e quindi automaticamente un’ispirazione per i più giovani. Ma non stiamo cambiando il mondo. Quindi perché dovremmo cambiare noi stessi con il successo?», ha detto Sinner. Nel suo caso, la terra è anche quella rossa dei campi su cui ha imparato a scivolare da bambino, prima dello sci, prima del tennis professionistico, quando lo sport era semplicemente un modo per divertirsi. E proprio lì sta la chiave: l’umiltà non è incompatibile con l’ambizione o con la voglia di vincere. È piuttosto un modo di stare nella competizione senza lasciarsi risucchiare dall’idea che il successo ti renda “arrivato”. Significa considerarsi sempre in cammino, anche quando gli applausi tutt’attorno rischiano di stordirti, sedurti, invitarti a fermarti per stringere mani, autografare pagine di vita, sorridere alla videocamera del domani. È la consapevolezza profonda che il successo ti spiana la strada ma non cancella quella che porta a chi sei davvero, l’opposto dell’ego gonfiato, la forza silenziosa di chi sa che c’è sempre qualcosa da imparare, soprattutto da chi ti mette in difficoltà insegnandoti ciò che non sai. Come scrive Federico Ferri, Jannik Sinner «non è il campione che “resta umile”. È umile per essere campione».

L’umiltà scotta, ma apre le porte

Eppure l’umiltà oggi è una virtù che scotta fra le mani. Non è facile tenerla in tasca in un tempo che ci chiede di essere sempre scintillanti, pronti a dire l’ultima parola, a vincere anche la conversazione più inutile che ci sia. Sui social mettiamo in vetrina versioni levigate di noi stessi, mentre archiviare un errore o ammettere un dubbio sembra un lusso per pochi. Ma l’umiltà, che non è servilismo né falsa modestia (chi si vanta di essere umile è ancora umile?), ha un potere strano: apre porte che l’arroganza chiude. È la capacità di piegare l’ego, di guardare il proprio pensiero da fuori e biasimarlo a dovere quando si discosta troppo dalla realtà, vestendosi di ridicolo. Il Guardian la chiama intellectual humility: saper dire “mi sto sbagliando” o “non ho ancora capito tutto”, senza per questo sbriciolarsi.

Essere umili non significa farsi piccoli, ma crescere meglio

L’umiltà non è un inchino di troppo, né un modo per sbiadire se stessi. C’è una differenza sottile, ma decisiva, tra restare aperti e restare in silenzio per paura. L’umiltà non è autolesionismo, è l’esercizio di una curiosità disciplinata. È quella che permette a Sinner di perfezionarsi, vincere e baciare trofei. Ma anche di considerare ogni vittoria un punto di partenza più che un punto fermo. È un’umiltà “attiva”, non remissiva. Ti allena più di un rovescio micidiale. Ti tiene in movimento, ti costringe a studiare il gioco invece di specchiarti nei titoli. Non è la modestia di facciata, quella che si coltiva per sembrare migliori, ma un atteggiamento operativo, che ti impedisce di dormire sul cuscino del successo. E soprattutto ti tiene lontano dal grandissimo (e pericolosissimo) difetto di chi s’appesantisce di medaglie e a cui piace nutrirsi del loro ticchettio quando si muove nel mondo: quel collare di privilegi e vittorie ti fa perdere il contatto visivo ed emotivo con la terra, con la realtà, con chi ti parla, con quello che ti rende esattamente uguale a tutti gli altri. Forse la questione vera è tutta lì: saper distinguere tra l’umiltà che ti fa crescere e quella che ti tiene al guinzaglio. La prima apre strade, la seconda le chiude.