C’è un gioco che Sean Hepburn Ferrer ha inventato con i suoi figli Gregorio e Santiago, oggi 20enni. Si chiama “Trova la nonna” ed è iniziato durante un’attesa in aeroporto. «Per passare il tempo ho detto: 3 minuti per trovare la nonna» ricorda sorridendo. Da lì in poi, ogni volta che lo hanno fatto, «nessuno ha mai perso». Perché la nonna in questione, Audrey Hepburn, la diva planetaria di Vacanze romane (1953), Sabrina (1954), Colazione da Tiffany (1961) e My Fair Lady (1964), è ovunque: nelle hall degli hotel, sui cartelloni pubblicitari, sulle vetrine dei parrucchieri.

Audrey, la biografia definitiva

«Mi sento quasi presuntuoso a dirlo» ammette Sean, che Audrey ebbe nel 1960 con l’attore Mel Ferrer, «eppure è impossibile non vederla almeno una volta al giorno». Ma chi era questa nonna che i nipoti non hanno mai conosciuto, visto che la prima, Emma, è nata un anno dopo la sua scomparsa nel 1993? «E resta forse ancora qualcosa da dire sulla donna che aveva sfidato tutte le mode e attraversato inconsapevolmente i decenni?» si chiede Sean, che oggi vive tra Madrid e Firenze con la moglie Karin. Tra i mille libri dedicati alla madre, persino uno sul suo collo sottile, in Audrey, unica biografia autorizzata, scritta con la giornalista Wendy Holden e pubblicata in Italia da Tea Edizioni, Sean aggiunge «aspetti che mancavano per disegnare un ritratto tridimensionale di mia mamma. Mi piace pensare che questo manoscritto sia l’ultimo della pila» racconta il primogenito dell’attrice premio Oscar per Vacanze romane, tra le prime a proteggere con rigore la sua privacy, per timidezza e lungimiranza.

Foto di Mel Ferrer

Arricchito da fotografie mai viste prima e da lettere inedite scritte dalla stessa Hepburn, il volume restituisce di lei una voce diretta, oltre che un volto privato. «Uno dei regali che ha fatto a me e mio fratello Luca (nato nel 1970 dal secondo matrimonio con l’italiano Andrea Dotti, ndr) è stato farci crescere lontano da Hollywood, per lo più in Svizzera. In famiglia raccontava pochissimi aneddoti dal set e faceva rari accenni alla guerra che da bambina l’aveva profondamente segnata».

Il segno della Guerra

Audrey e il padre prima che lui se ne andasse

Durante l’occupazione nazista nei Paesi Bassi, dov’era cresciuta, Audrey conosce la fame: brodo annacquato e farina di bulbi di tulipano. In quegli stessi anni il padre, affascinante e inaffidabile, esce di casa e non torna più. Mentre con la madre, baronessa olandese che preferiva il senso pratico agli abbracci, il rapporto sarà sempre abbastanza teso.

«L’assenza del padre la rese insicura e influì su quasi tutte le sue decisioni, in particolare nelle relazioni affettive» racconta Sean, sapendo di contravvenire nel libro alla riservatezza di sua madre per una buona causa. «Da inguaribile ottimista, credeva davvero che, se una coppia faceva ciò che era meglio per entrambi, nulla fosse impossibile. Purtroppo non è sempre così».

II due matrimoni, controllo e tradimenti

In questo scarto tra fiducia e realtà si collocano i due matrimoni di Audrey. Il primo, durato 14 anni, è con Mel Ferrer, uomo brillante e nevrotico, con cui lavorava a stretto contatto giorno e notte. Segnato dalla perdita del padre e da una madre instabile che lo aveva diseredato per la sua scelta di fare l’attore, Ferrer aveva sviluppato un bisogno costante di controllo. «Negli ultimi anni del loro rapporto divenne impossibile stargli accanto: le toglieva spazio e respiro. La separazione è stata distruttiva per entrambi, lui sentirà a lungo il rimpianto di averla persa».

Foto di Mel Ferrer

La ferita più profonda, però, arriva con il secondo matrimonio. Andrea Dotti, psichiatra romano, rappresenta inizialmente una promessa di equilibrio. Poi, però, arrivano i tradimenti, ripetuti e avvilenti. È la ferita più dolorosa da raccontare, ammette Sean, proprio perché introduce un elemento “scomodo”: la vergogna. «Parlare del suo senso di umiliazione è stato difficile per me, ma proprio per questo ho deciso di non sottrarmi». Il senso della scelta, alla fine, è anche politico, oltre che personale. «Se Audrey Hepburn, donna di charme e generosità, è stata tradita, allora non c’è donna che debba sentirsi in colpa per esserlo stata».

L’impegno per i meno fortunati, Audrey ambasciatrice Unicef

La lezione sta nel fidarsi del proprio istinto e nel difendere se stesse. È quello che alla fine ha fatto anche lei. «Mia madre era una donna molto forte: ci vuole una gran forza per proteggere la propria fragilità». Una fragilità che aveva interpretato tutta la vita sullo schermo e che con il tempo si trasforma in immedesimazione ed empatia. A partire dal suo impegno, negli ultimi 5 anni di vita, come ambasciatrice dell’Unicef, con un compenso simbolico di 1 dollaro l’anno. Hepburn aveva sempre sostenuto ospedali, orfanotrofi, iniziative benefiche. Poi, quasi per caso, un viaggio a Macao e l’incontro con Jim Grant, figura chiave dell’Unicef. Da allora non si fermerà più. In pochi anni visita Etiopia, Bangladesh, Sudan e Vietnam: missioni estenuanti, in zone di guerra e carestia, che lei affronta con straordinaria dedizione.

Non era solo altruismo, racconta Sean. «Era anche una forma di gratitudine per aver avuto la grande opportunità di lavorare ed essere indipendente negli anni ’50 e ’60. Nelle vittime delle guerre e delle carestie rivedeva sicuramente il suo passato di bambina». Il libro, non a caso, inizia dalla fine: la Somalia. Lì, davanti a decine di migliaia di profughi, qualcosa cambia. La capacità di immedesimarsi negli altri, che per tutta la vita era stata per lei una risorsa e un tratto distintivo della sua recitazione, diventa esposizione totalizzante.

L’ultimo viaggio, la Audrey che (ancora) non conosciamo

Non osserva più il dolore: lo assorbe. Il corpo cede, il sistema immunitario si indebolisce e la malattia segue un decorso rapido, quasi inaspettato. Fino a quel momento nessuno aveva immaginato una fine così precoce, a soli 63 anni, per un tumore al colon.

«Per tutto questo» dice Sean «valeva la pena raccontare questa storia». Non per aggiungere un’altra pagina al mito di celluloide, ma per restituire alla donna peso e contraddizioni. «Credo che l’insicurezza non scompaia mai» disse una volta Audrey. «Non si è mai considerata particolarmente bella o brava. E questo, com’è ovvio, la rendeva ancora più affascinante» ragiona il figlio. «In un pantheon di star intoccabili, lei era la ragazza del pianerottolo, dall’altra parte dell’ascensore, che si mette un vestitino nero e va nel mondo. La percepiamo ancora come una di noi». Il segreto che l’ha resa eterna.