È universalmente riconosciuta come una delle attrici più eleganti di tutti i tempi. Con il suo portamento impeccabile e una classe innata, Audrey Hepburn ha scritto pagine indelebili della storia della moda, regalando look leggendari. Eppure alla morte, il 29 gennaio 1993, il suo guardaroba riservava una sorpresa: era quasi vuoto. Nella camera da letto a La Paisible, la sua casa in Svizzera, dieci ante dipinte a mano lasciavano immaginare tesori nascosti di haute couture. Ma, una volta aperte, mostrarono pochi capi essenziali: jeans, blazer e T-shirt.
È una delle rivelazioni contenute nell’ultimo libro di Tom Santopietro, Audrey Hepburn: A Life of Beautiful Uncertainty, che ripercorre la vita dell’attrice con uno sguardo inedito, soffermandosi sul suo rapporto con i vestiti attraverso i commenti dello stilista e amico di Hepburn, Jeffrey Banks. Un tributo a un’icona intramontabile, capace ancora oggi di influenzare la moda e la cultura pop come nessun’altra.

«Audrey ha vissuto tre vite: attrice, attivista per l’Unicef e figura di culto che continua a ispirare il mondo. Il suo stile, fatto di linee pulite, ballerine e pantaloni Capri, era l’espressione della sua essenza. Ma ricordiamoci: era Audrey a dare glamour ai vestiti, non il contrario» commenta Santopietro che, con Banks, ha selezionato per ogni capitolo del libro un’immagine memorabile. A partire dall’abito bianco di pizzo a fiori creato dalla costumista Edith Head per Vacanze romane e modificato poi da Givenchy, che Audrey indossò per ritirare l’Oscar conquistato con il suo primo grande ruolo: una principessa che fugge dagli obblighi di corte e scopre la libertà nelle strade di Roma.
La guerra, la fame e la scoperta che la moda poteva guarire

Formata come ballerina classica, ma troppo alta per diventare étoile, Audrey passò al teatro musicale e poi al cinema. Con la figura sottile, i capelli corti, le sopracciglia folte, ribaltò un canone dominato da star bionde e prorompenti. Nata in Belgio nel 1929, aveva origini agiate e nobili da parte di madre, una baronessa olandese, mentre il padre, un uomo d’affari britannico, abbandonò la famiglia quando lei aveva 6 anni. Un dolore che l’avrebbe accompagnata per tutta la vita, insieme al ricordo delle privazioni vissute durante la Seconda guerra mondiale, quando nei Paesi Bassi occupati dai tedeschi si ritrovò senza cibo. «Audrey rischiò di morire di fame» racconta Santopietro. «Alla fine del conflitto, a 16 anni, era alta 1 metro e 70 e pesava appena 41 chili. L’Unrra, l’organizzazione delle Nazioni Unite incaricata di fornire assistenza umanitaria, arrivò con cibo e vestiti e Audrey ricordò per tutta la vita quelli che scelse:
Una gonna blu navy a pieghe e una camicetta bianca con colletto alla Peter Pan e l’etichetta di Saks Fifth Avenue. Da lì nacque il mio amore per gli abiti
Lo stile si rivelò per lei una forma di guarigione. «Ad aiutarmi sono stati i vestiti, mi hanno spesso dato la sicurezza di cui avevo bisogno, perché ero insicura di me stessa» diceva Hepburn, lei così magnetica e piena di talento che però non si trovava bella e non si giudicava abbastanza brava.

Il senso innato per la moda
La grazia, la gentilezza come modo di rapportarsi agli altri si univano in Audrey Hepburn a un senso innato per la moda, così spiccato da sublimare il fascino della sua personalità, in un modo tale che già a metà degli anni ’50 il suo solo nome di battesimo fungeva da abbreviazione fashion: chiunque sentisse le parole «È proprio da Audrey!» capiva immediatamente il riferimento. Fu lei a scegliere nell’atelier di Hubert de Givenchy i vestiti che vennero utilizzati per il film Sabrina del 1954, in cui interpretava la figlia di un autista che, dopo un soggiorno a Parigi, torna negli Stati Uniti raffinata e irresistibile. Il tailleur, l’abito da ballo e il vestito nero da cocktail colpirono l’immaginario collettivo e siglarono l’inizio di uno dei più straordinari sodalizi fashion, una collaborazione capace di segnare la storia del cinema e della moda.

Nel film Funny Face, dove Hepburn da commessa in una libreria diventa modella, va in scena un autentico spettacolo couture tra pose dentro il Louvre e sulla Senna mentre prova a pescare con indosso «pantaloni bianchi, top corto e una fascia rosa: leggermente bohémien, molto chic e molto Audrey Hepburn», per usare le parole di Jeffrey Banks.
L’intreccio tra cinema e moda
Ma è con Colazione da Tiffany che Hepburn e Givenchy raggiunsero il picco più alto. I tubini neri sfoggiati da Audrey consacrarono la petite robe noir come capo simbolo di eleganza sofisticata. Ma grazie all’interpretazione dell’anticonvenzionale Holly Golightly diventano anche il passepartout di ogni donna che voleva essere libera e non più schiava delle tendenze del momento. Nulla, però, era casuale. «Per i look che definivano i suoi personaggi Audrey non stava in piedi davanti allo specchio a pronunciare un sì o un no. Indossava ogni capo e poi si sedeva, camminava, lo valutava in movimento» spiega Santopietro.

Lo stile minimal di Audrey Hepburn
Nella vita quotidiana, invece, Audrey era minimalista. Poco trucco, pochissimi gioielli, venne spesso fotografata con gli stessi capi: top semplici, camicie annodate, pantaloni, polo Lacoste, foulard, scarpe basse, occhiali oversize. Meticolosa e organizzata, a ogni stagione preparava una tabella per i vestiti scrivendo tutte le cose che aveva ed eliminando quelle da non mettere più. E se le donne erano influenzate da ciò che indossava, lei replicava: «Non paragonatevi a me o a nessun’altra. Concentratevi su voi stesse». Forse perché era convinta che la vera eleganza provenisse da dentro. «Penso sia stata sottovalutata come attrice per il suo fascino: rendeva tutto così facile. Eppure la sua interpretazione in Storia di una monaca è una delle migliori performance della storia di Hollywood e in quel film non c’è neanche una traccia di moda» afferma Santopietro.
Poi arrivò la scelta più radicale: lasciare Hollywood. «In un mondo ossessionato dalla fama, a partire dal 1967 Audrey, a meno di 40 anni, decise di ritirarsi progressivamente dalle scene per crescere i figli e aiutare poi in seguito i bambini più sfortunati con l’Unicef. Non inseguì mai la giovinezza eterna: trovò la felicità con l’età» conclude l’autore. La ricerca dell’essenziale l’accompagnò anche negli ultimi anni, con il volto segnato dal tempo e la stessa luce negli occhi: perché Audrey sapeva cosa contava davvero. E la chiave è tutta nelle sue parole: «La bellezza di una donna non sta nei vestiti che indossa o nel modo in cui si pettina. Deve essere vista nei suoi occhi, perché quella è la porta del suo cuore».