Simpatia istintiva, semplicità quasi disarmante e quella gentilezza quieta che è ormai il suo marchio di fabbrica: Josh O’Connor è un talento magnetico del cinema contemporaneo. Lo abbiamo amato nei panni tormentati del principe Carlo in The Crown (ruolo che gli è valso un Emmy nel 2021) e ci ha incantati nel triangolo amoroso con Zendaya e Mike Feist in Challengers di Luca Guadagnino. Oggi l’attore originario di Southampton, 36 anni, torna nelle sale italiane con due film: Rebuilding, opera seconda del regista Max Walker-Silverman al cinema dal 4 giugno, e Disclosure Day, blockbuster sci-fi di Steven Spielberg in arrivo il 10 giugno.

Josh O’Connor è protagonista di due film: “Rebuilding” e “Disclosure Day”

Nel primo, un “western dell’anima”, Josh O’Connor interpreta Dusty, un cowboy che ha visto i suoi 270 acri di ranch finire in cenere sotto un enorme incendio e deve rispondere alla difficile domanda della figlia Callie-Rose: «Puoi essere un cowboy anche senza mucche ora?». Nel secondo, che segna il ritorno di Spielberg alla fantascienza 21 anni dopo La guerra dei mondi, è Daniel Kellner, un uomo deciso a portare alla luce la verità sugli alieni. Intanto sta lavorando anche al nuovo film di Alice Rohrwacher girato a Stromboli, Three Incestuous Sisters, con Dakota Johnson e Mick Jagger.

Girando Rebuilding cosa le è rimasto impresso?

«Mi ha sorpreso la somiglianza con alcune comunità rurali britanniche. La vita in Colorado ha mantenuto una sua purezza, sembra quasi di vivere nel passato. Il film è anche un ritratto della solitudine maschile di fronte a difficoltà concrete e apparentemente insormontabili. Parla del potere della comunità e di come le avversità possano essere superate solo grazie alla vicinanza e al sostegno degli altri».

Un attore che non ha paura di schierarsi

Il film tocca anche il dramma del cambiamento climatico.

«Sento un bisogno profondo di credere in ogni forma di partecipazione civile. Alcune persone nascono attiviste, altre no. I miei genitori sono molto impegnati; io lo sono meno, anche se sono consapevole dei problemi sociali, delle ingiustizie create dalle divisioni di classe e dei conflitti che vediamo ovunque nel mondo. Sono apertamente di sinistra, ma alla fine non sono un politico: sono solo un attore».

Recentemente ha firmato un appello a sostegno di Film Workers for Palestine, un impegno a rifiutare collaborazioni con le istituzioni cinematografiche israeliane.

«Non si tratta solo di ciò che sta accadendo in Palestina, ma della disparità di ricchezza globale: il costo della vita è diventato insostenibile per troppi. Spesso siamo pronti a dare la colpa agli immigrati, quando basterebbe guardarsi intorno per rendersi conto che abbiamo un problema con l’accumulo di ricchezza dei miliardari. Elon Musk sta per diventare il primo trilionario della storia. Quando i problemi sono così evidenti, non esito a esprimere la mia opinione».

Josh O'Connor nel film Rebuilding
Josh O’Connor in Rebuilding con Lily LaTorre, che interpreta sua figlia (ph. Jesse Hope).

Il rituale di Josh O’Connor alla fine di ogni film

Cosa la entusiasma nel poter esplorare temi simili con registi diversi?

«È curioso come, in certi momenti della carriera, mi capiti di interpretare personaggi che dicono molto di me. Quando ho girato La Chimera (film del 2023 di Alice Rohrwacher, ndr), stavo vivendo un lutto: mia nonna era venuta a mancare da poco, ero devastato dal dolore. Quelle emozioni hanno influenzato profondamente il mio modo di interpretare Arthur e la sua ricerca interiore di una vita oltre il mondo tangibile».

È vero che ha dei rituali particolari per congedarsi dai suoi personaggi?

«Sì, alla fine di ogni film vado in un bosco vicino a dove sono cresciuto, un posto molto isolato su una collina. Lì si trovano due alberi dalla forma scultorea che sembrano abbracciarsi. Mi siedo lì sotto con gli appunti che ho dedicato al mio protagonista. Sin dal mio primo ruolo ho l’abitudine di scrivere un diario di pura finzione che descrive il passato del personaggio: a seconda del film, può essere molto dettagliato o più generico, ma è comunque un processo che mi serve a “sbloccare” il rapporto con lui, specie nelle scene più complesse. Lì nel bosco lo leggo e ringrazio il personaggio ad alta voce per ciò che mi ha insegnato. È il mio modo per lasciarlo andare».

Che ricordo ha del set di Challengers di Guadagnino?

«Luca mi faceva mangiare in continuazione! Mi diceva: “In questa scena, Josh, stai mangiando”, e io rispondevo scherzando: “Ma porca miseria, perché mangio sempre?”. Aveva ragione lui, però: c’è qualcosa di molto umano nel vedere un personaggio che mangia, lo avvicina al pubblico e lo rende una persona normale. Fortunatamente Luca è italiano, quindi ho mangiato molto volentieri» (ride, ndr).

Quell’aneddoto su Steven Spielberg

Dal 10 giugno sarà nelle sale italiane anche con Disclosure Day, il nuovo film di Steven Spielberg. Com’è stato lavorare con una leggenda simile?

«Ancora mi sorprendo di essere stato diretto da lui! È stato molto più di quanto mi aspettassi. Spielberg ha un’energia incredibile, è ancora entusiasta come un bambino. Non c’è niente di meglio al mondo che sentirlo piangere, ridere o urlare di gioia dall’altra parte del monitor. Posso confermare che non ha perso il suo tocco magico: è lo stesso regista di E.T. e Lo Squalo».

C’è un momento particolare che ricorda del tempo passato con lui?

«C’era una scena emotivamente molto intensa che non riuscivo a inquadrare bene. Chiesi un suggerimento a Steven, che a tarda notte mi scrisse solo: “Spingi la porta”. Pensai fosse un consiglio geniale sul rilasciare le emozioni accumulate e il giorno dopo lo ringraziai con entusiasmo. Lui mi guardò stupito e scoppiò a ridere: quel messaggio, in realtà, era per sua moglie! Abbiamo riso come matti».

Josh O'Connor in una scena del film Disclosure Day
Josh O’Connor in Disclosure Day: interpreta un giovane esperto di sicurezza informatica che si ritrova al centro di un evento di portata planetaria.

Le passioni di Josh O’Connor fuori dal set: ceramica e giardinaggio

Pensa mai di passare dietro la macchina da presa?

«Non ora, anche se ammiro molto il mio caro amico Harris Dickinson che ha appena realizzato il suo primo lungometraggio, Urchin. Per me non è ancora arrivato il tempo della regia o della produzione: forse in futuro, chissà».

Oltre al cinema, si dedica alla ceramica e al giardinaggio. Cosa le danno queste attività?

«Amo il fatto di non dover necessariamente seguire un unico percorso creativo. La ceramica è una passione di famiglia, mia nonna era ceramista e mio nonno scultore: per me lavorare l’argilla è la forma più pura di creatività, un legame diretto con la natura. Mi piace farlo ascoltando Daniel Johnston, la sua musica mi aiuta a concentrarmi. Il giardinaggio, invece, è un piccolo rituale: ti prendi cura di qualcosa che ti dà gioia, poi muore e te ne prendi cura di nuovo. È un ciclo ripetitivo e apparentemente inutile, ma molto terapeutico».