Alla mezza spaccata, dal campanile che sovrasta la sua casa di Vicenza parte la solita cascata di rintocchi, perfettamente sincrona allo squillo del telefono. Anna Valle accoglie con complicità la nostra puntualità da milanesi: «Sono metà romana e metà siciliana, ma gli anni passati a Milano ti lasciano addosso la nevrosi della programmazione». In fondo non le dispiace, ammette, che il suo tempo sia organizzato, specie in questi giorni di pausa dai set. «È un periodo denso, la scuola per i figli sta finendo e in casa si prepara il 18esimo compleanno di Ginevra, la maggiore». Lei ha festeggiato i suoi 50 l’anno scorso, però non troverete foto sui social, nessuna versione curatoriale della sua vita da scrollare la sera sul divano.
Non è una latitanza calcolata, ma la scelta naturale di una persona che in 30 anni di visibilità pubblica – dalla coroncina di Miss Italia nel 1995 a una carriera d’attrice, dalla fiction popolare al teatro – ha saputo proteggere la sua normalità senza cavalcare clamori o scandali. Ha scelto di vivere la vita – anziché raccontarla – intorno a un baricentro geografico preciso, Vicenza, emblematicamente lontano da Roma, dove si divide tra il lavoro, la dedizione per i genitori e la famiglia costruita col marito Ulisse.

Nata a Roma, cresciuta tra Ladispoli e la Sicilia, formatasi a Milano, Anna Valle non ha un rapporto ideologico con le sue origini, le porta tutte dentro. Una mappa intima che si riflette nei prossimi impegni: madrina del Taormina Film Festival a giugno, voce narrante di un recital su Giorgio Armani per La Milanesiana a luglio e in autunno di nuovo in tournée con Scandalo, commedia di Ivan Cotroneo in cui divide il palcoscenico con Gianmarco Saurino. Tappe che restituiscono il viaggio di una donna che ha smarcato la bellezza dalla data di scadenza, facendola aderire alla propria maturità.

Guardando gli scatti di queste pagine, viene da chiedersi: che differenza c’è tra l’obiettivo del fotografo e quello del regista?
«In realtà, ho cominciato prima a farmi fotografare che a recitare. Dopo Miss Italia, la mia vita è stata una specie di addestramento militare all’immagine. Sul set fotografico, se c’è l’alchimia giusta, l’obiettivo diventa complice. È un gioco di specchi in cui decidi tu le regole del bluff. Al cinema, invece, la macchina da presa ti scruta anche quando sei di spalle; non le interessa se sei venuta bene, solo se sei vera».
Oggi si sente più libera di mostrarsi?
«Più disinvolta, che poi è l’unica vera forma di sicurezza. A 20 anni avevo l’approccio statico della modella che deve compiacere l’inquadratura per paura di non essere abbastanza. Oggi so che si può instaurare un dialogo muto con chi sta dietro l’obiettivo. Ho imparato ad avere il controllo di ciò che scelgo di far passare, soprattutto ho capito che si può catturare l’attenzione anche mostrando qualche centimetro di meno».
A Taormina sarà la madrina del Film Festival nel Teatro Antico. Prevale l’orgoglio professionale o la memoria privata?
«Si è verificata una coincidenza quasi magica. Pochi mesi fa ci siamo ritrovati proprio a Taormina per fare una sorpresa a mia mamma per il compleanno: è stato un anno complicato per la salute dei miei e volevo che festeggiasse con noi, di fronte al mare. Ho ancora negli occhi la sua espressione da bambina, quando s’è ritrovata lì con la famiglia al completo. È un luogo legato a dinamiche familiari profonde. Salire su quel palco significa portarsi dietro un bel carico di vita vissuta».

C’è anche lo spazio per un bilancio da attrice?
«Dopo la parentesi di Miss Italia, recitare per me è stata una necessità quasi terapeutica: avevo bisogno di buttare fuori qualcosa che non riuscivo a esprimere. Nel tempo, quell’urgenza giovanile si è trasformata in una passione strutturata. È subentrato il “mestiere”, nel senso più alto e artigianale del termine: la tecnica che ti permette di gestire l’ansia e di governare la consapevolezza. Ne parlavo di recente con la mia amica e collega Irene Ferri, anche lei in tournée mentre io giravo l’Italia con Scandalo: ci dicevamo che il nostro è uno dei rari lavori in cui la passione non si spegne. Se dovesse sparire quel brivido – quell’ineffabile pizzicore – prima di salire sul palco, preferirei smettere la mattina dopo».
Quest’anno il Taormina Film Festival schiera Jane Campion presidente di giuria, conferisce il premio alla carriera a Helen Mirren e omaggia Anna Magnani con la proiezione restaurata di Bellissima. Quale, tra queste grandi donne, sente più vicina?
«Le stimo tutte immensamente, ma la mia devozione va a Helen Mirren. La trovo fenomenale per le sue scelte professionali e per come gestisce l’avanzare dell’età senza mai abdicare alla propria femminilità o a una sensualità che definirei magnetica. Non combatte contro il tempo: ci fa i conti, lo abita. E vince lei. In un sistema che tende a rottamare le attrici oltre una certa soglia anagrafica, è la prova vivente che il fascino è questione di postura, non di genetica».

Com’è andata, nel corso degli anni, la sua trattativa con lo specchio?
«È stata una transizione meno drammatica di quanto le narrazioni patinate tendano a raccontare. All’inizio della carriera l’aspetto è il tuo biglietto da visita, inutile negarlo. Ma, se hai un briciolo di ambizione, capisci subito che devi spingere gli altri a guardare oltre la superficie. Per questo ho cercato sempre ruoli che mi costringessero a spogliarmi dell’allure algida, personaggi in cui dovevo persino imbruttirmi o apparire trasandata. C’è una libertà immensa nell’uscire dal cliché della perfezione visiva».
Ha ammesso di provare un po’ di malinconia guardando certe vecchie foto.
«Più che malinconia, è affetto, una strizzata d’occhio alla ragazza che ero. Se vivi il presente sintonizzandoti su ciò che sei, sulle sfide che ti aspettano, il passato smette di essere un rimpianto. Guardo quelle foto e mi dico: “Niente male”, poi torno alla mia giornata con la certezza che la donna di oggi ha molte più cose da dire».
Sua figlia ha 18 anni. Come l’aiuta a difendersi dalle aspettative troppo alte o dalle tirannie estetiche imperanti sui social network?
«Gli anticorpi Ginevra li ha sviluppati per osmosi, osservando il modo in cui viviamo a casa. Parliamo di tutto, senza filtri e senza moralismi. Ha una testa splendida, è molto lucida: è il riflesso del suo percorso e dell’ambiente che la circonda. Mi rivedo molto nelle sue paranoie, nelle transizioni emotive, e questo ci permette di saltare lo steccato del rapporto madre-figlia per essere complici. Mi auguro che questa empatia la aiuti a proteggersi dalle distorsioni esterne».

Il 18 luglio a Bormio sarà protagonista di un recital su Giorgio Armani.
«Si intitola Essere Armani, è una lettura scenica tratta dal libro omonimo di Renata Molho, da un’idea di Elisabetta Sgarbi, integra la parola scritta con l’esposizione di modelli d’archivio. Per me è un cerchio che si chiude: ho conosciuto Giorgio Armani agli inizi della carriera, sfilando per lui a Piazza Navona. Raccontarlo oggi significa rendere omaggio a un uomo che ha capito il corpo femminile prima di chiunque altro. Voleva che le donne si sentissero a proprio agio, che non si portassero addosso un’idea altrui di bellezza. Ed è un pensiero che mi appartiene».
Che ruolo gioca la moda lontano dai red carpet?
«Nel quotidiano la regola è il comfort. Devo sentirmi a mio agio, bella, ma senza lo sforzo visibile di sedurre a ogni costo. La mia divisa d’ordinanza sono i jeans e una camicia lineare, a cui però mi piace sempre aggiungere un elemento di disturbo, un tocco rock: un chiodo di pelle o un accessorio che spezzi la simmetria. La moda deve rimanere un gioco, non diventare ansia da prestazione».

In autunno torna a teatro con Scandalo, che esplora la passione tra una donna matura e un uomo più giovane. Il tema fa ancora discutere?
«Il testo di Ivan Cotroneo tocca un nervo scoperto e svela quanto la società sia ancora condizionata da una doppia morale. Se un 50enne vive una passione con una ragazza più giovane, è una dinamica socialmente accettata; quando accade a una donna, scatta il tabù. Il desiderio di una donna adulta fa paura, è percepito come scomodo, sconfina nello “scandalo”. Durante le prove, lo stesso Gianmarco Saurino, che è un attore giovane e libero, mi ha confessato di subire pregiudizi inconsci. Questo ci dice quanto ancora sia lungo il cammino per sradicare il controllo sul corpo delle donne».
Ha dichiarato che l’intensità del suo sguardo è cresciuta. Quale miccia segreta la alimenta?
«Senza dubbio la curiosità. Se rimani curiosa, il tempo smette di passare: io lo sono ancora molto».

Styling Samanta Pardini. Assistente stylist Luciano Fumo. Make up Letizia Maestri per MERIT. Hair Giovanni Erroi.