Il recente caso di cronaca del padre che ha picchiato un portiere di 13 anni, durante la partita del figlio, ha riacceso il dibattito sul rapporto tra sport, adolescenti e genitori, con annesse alta pressione, ansia e frustrazione. Ancor prima, è stata una conoscente ad accendermi la lampadina. Parlava con il nostro istruttore di pilates del figlio e di come ha mollato il basket perché, arrivato a 15 anni, o sei bravo o in campo non ci vai, e la motivazione cala. Lei raccontava e io pensavo a mia figlia che gioca a pallavolo. Quest’anno hanno lasciato in tre nella sua squadra, alcune non sono state “ammesse” al campionato successivo, ma anche per chi è rimasta non sarà una passeggiata. Tremo pensando a una nuova stagione di convocazioni, ansie prepartita, digiuni e lacrime, musi lunghi quando non è in forma, genitori indemoniati, insulti e proteste, panchine in crisi e polemiche. Siamo in under 16 e sembra la serie A.

Perché tanti adolescenti abbandonano lo sport?

Fare sport da ragazzini ormai è diventato un lavoro. E per tanti, in adolescenza arriva il drop out, l’abbandono. A fine 2023 il Coni contava quasi 5,8 milioni di atleti tesserati alle Federazioni nazionali, ma quelli nella fascia 14-17 sono appena il 16,6%. «Il 50% dei giovani tra i 13 e i 15 anni lascia lo sport» dice Giulia Cafiero, medico dello sport all’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma «e tra le motivazioni non ci sono solo impegni scolastici e primi amori. Pesa spesso l’esistenza di difficoltà di tipo psicologico, legate a richieste eccessive che i ragazzi non riescono a soddisfare: la pressione, gli allenamenti quotidiani, le gare tutti i weekend, il pensiero di non essere al livello richiesto. A quell’età possono essere macigni. E chi lascia lo fa a volte perché ha avuto esperienze negative, che lo allontaneranno dallo sport per molto tempo». Assurdo no? Ma fare sport non dovrebbe essere un piacere e un divertimento?

Il drop out sportivo: dati e numeri in Italia

La Figc (Federazione italiana giuoco calcio) con i suoi 1,5 milioni di tesserati, è la cartina di tornasole di questo fenomeno. In un documento ci spiegano che negli ultimi anni ricerche nazionali e internazionali hanno evidenziato che nella fascia 12-17 anni una parte significativa dei giovani atleti vive la pratica sportiva come “contesto ad alto carico emotivo”, tanto che ci si è dati regole a tutela dei minori, attivando contromisure e codici di condotta per tecnici e società. «Nonostante i numeri in forte crescita, anche qui il drop out è sentitissimo» conferma il responsabile del Settore giovanile Vito di Gioia. «Sulla carta l’attività tra giovanissimi dovrebbe avere come focus la formazione e scopi ricreativi, ma la competizione tra società e la ricerca delle perfomance porta molti a selezionare atleti in maniera precoce.

L’attenzione è sul risultato, e così la pressione, spesso involontaria, di tecnici, dirigenti e genitori aumenta

Come Figc abbiamo istituito circa 5 anni fa un monitoraggio stretto e predisposto un sito (figc-tutelaminori.it), dove è possibile segnalare gli abusi. Siamo stati inondati di segnalazioni di quelle che chiamiamo poor practice, pratiche non idonee, come lasciare in panchina i ragazzi in under 13, quando per regolamento fino a quell’età si dovrebbe giocare tutti a rotazione».

I sintomi fisici del disagio psicologico

I primi a sentire il carico da 90 sono certi genitori. Arrivano nei campetti di provincia armati di trombette, bersagliano gli arbitri, protestano contro gli allenatori, bombardano i figli di domande. E se la Figc è arrivata a organizzare workshop per aiutare madri e padri a gestire le emozioni sugli spalti, il problema è anche negli sport individuali, come ci racconta Annamaria Sapuppo, pediatra siciliana e componente dell’Associazione culturale pediatri. La dottoressa nuota nella categoria master, e come pediatra segue diversi piccoli nuotatori: lei conosce bene la sensazione di delusione quando a bordo vasca leggi il tabellone e scopri di non avere raggiunto l’obiettivo, ma noti anche gli sguardi delusi dei genitori lassù in tribuna. «In alcune rare occasioni, per tutelare i ragazzi, succede che venga chiesto agli adulti di non presenziare alle gare di qualificazione. Lo stress per non avercela fatta può causare nei ragazzini reazioni emotive associate a manifestazioni fisiche, come iperventilazione, veri e propri attacchi di panico o persino svenimenti, come se il sentirsi male fisicamente potesse giustificare il mancato risultato».

Il ruolo dei genitori nello sport dei figli

I nostri adolescenti sono fragili come cristalli. «I giovani atleti della Gen Z sono più stimolati alla competizione, ma più vulnerabili emotivamente, perché sempre esposti e messi nelle condizioni, per via dei social, di essere a confronto con gli altri, come persone e come atleti» riflette Flavio Nascimbene, responsabile scientifico del Master in Psicologia dello Sport del Centro Studi e Formazione Psicologia dello Sport, e collaboratore di diversi club giovanili. «Ma se c’è una buona alleanza tra famiglia e allenatore, che mette al centro l’atleta senza puntare ai risultati a breve termine, lo sport diventa strumento educativo, aiuta il ragazzo ad affrontare ogni difficoltà, che sia lo stress, l’errore, la sconfitta, il riconoscere che qualcuno è più bravo di te». Il punto, dice l’esperto, è che se fino a 14-15 anni l’orientamento dei club dovrebbe essere quello di far giocare tutti, anche dopo ciascun atleta dovrebbe avere l’opportunità di crescere fin dove può, senza la paura di essere messo da parte.

Come aiutare i ragazzi a vivere lo sport con serenità

Insomma, a trasformare quelle ore passate in campo in un investimento educativo e formativo o in una sofferenza che incide negativamente su carattere e serenità siamo noi adulti. «Ho lavorato con allenatori che hanno dato più attenzioni a giocatori che tendevano a fare più panchina, giovando così a tutta la squadra. E anche i genitori, in certi casi prezioso supporto dei ragazzi, dovrebbero capire che nello sport ci sono cadute e momenti di stop, e che i figli vivono meglio o peggio ciò che accade a seconda di come reagiscono loro, come in un gioco di riflessi». L’obiettivo, dopotutto, non sono le medaglie, ma coltivare una passione, e questo dovrebbe essere chiaro anche nel momento in cui, a settembre, si sceglie la polisportiva o il club dove iscrivere il proprio figlio o figlia. «Il consiglio per le famiglie è quello di rovesciare la prospettiva» conclude Nascimbene. «Nella scelta meglio spostare l’attenzione dai trofei vinti all’approccio. Informarsi, fare domande, è fondamentale: ai club più selettivi, alle classifiche bisognerebbe preferire chi concentra le proprie energie sul rapporto tra gli allenatori e i ragazzi».

I segnali del burnout sportivo negli adolescenti

Quand’è che finisce il divertimento, e lo sport inizia a diventare un peso, per i ragazzi? Ci sono alcuni campanelli di allarme, che ci dicono che si sta spingendo troppo sull’acceleratore. «Il calo dell’entusiasmo, il trovare scuse per non allenarsi, la difficoltà nell’approccio alle gare, così come i ragazzi che in allenamento sono sereni, ma durante la competizione si bloccano, magari quando vedono il genitore. Possono essere i sintomi di un burnout sportivo, soprattutto se associati a flessione del tono dell’umore, alterazione del ritmo sonno veglia, calo dell’appetito» spiega Giulia Cafiero. Che fare? Fermarsi, parlarne con l’allenatore per capire come intervenire e, se necessario, chiedere aiuto a uno psicologo.