E dopo l’allarme tanmaxxing tra i giovani che, spinti dai social, si abbronzano senza protezione, ora arriva anche l’oncologa Debora Rasio, volto televisivo. La dottoressa lancia un video su Instagram demonizzando le creme solari e negando che il sole faccia ammalare di melanoma. Invita a non spalmare creme “in continuazione” sul corpo dei figli, definisce le protezioni solari “davvero tossiche” e chiude con una formula destinata a circolare da sola: il sole è “il nostro grande medico, non il nemico”.

Cosa dice lo studio citato nel video di Debora Rasio

Tutto falso. La dottoressa Debora Rasio dice esattamente il contrario di ciò che vuole dimostrare lo studio. La ricerca citata è un’analisi su oltre 470mila persone della divisione di Dermatologia della McGill University di Montreal, e pubblicata su Cancer Epidemiology, Biomarkers & Prevention nel novembre 2023. Non studiava le creme, ma l’interazione fra varianti dei geni della riparazione del DNA e fattori ambientali nello sviluppo dei tumori cutanei: la protezione solare era una delle undici variabili raccolte.

Come spiega bene Gianluca Pistore, presidente e fondatore dell’associazione Melanoma Day, la dottoressa Rasio ha preso una parte dello studio che i ricercatori definiscono “paradossale”, leggendola invece come un rapporto di causa-effetto tra creme solari e melanoma. Per gli autori dello studio, cioè, esiste il sunscreen paradox, cioè il falso senso di sicurezza creato dall’usare la crema, che diventa il lasciapassare per esporsi ancora di più. Lo studio dimostra che chi usa di più la crema si ammala di più, ma la spiegazione non sta appunto nel rapporto causa-effetto, ma in tre fenomeni: chi mette la crema si espone di più, ha la carnagione chiara quindi comunque più a rischio, oppure si protegge di più dopo aver ricevuto già una diagnosi.

Nello stesso studio si indicano i fattori di rischio del melanoma: l’esposizione cronica al sole, le scottature solari o l’uso delle lampade abbronzanti

“Mistificazione e follia” dicono i dermatologi

Il Direttivo SIDeMaST, la Società Italiana di Dermatologia e Malattie Sessualmente Trasmesse, in una nota sottolinea che «I falsi messaggi sono di per sé negativi ma quando mandati da medici sono estremamente pericolosi. È evidente e innegabile che i raggi UV siano cancerogeni e la principale causa di tumori della pelle. Negarlo è mistificazione e follia». E prosegue: «Per l’ennesima volta raccomandiamo prudenza e intelligenza a chi sta andando in ferie in questo momento dell’anno per evitare di dover rimpiangere in futuro le azioni di oggi – sottolineano i dermatologi – Inutile controbattere una tesi costruita sulla estrapolazione di un dato, e non sulla analisi del lavoro scientifico, che afferma esattamente l’opposto di quanto riportato dalla Collega oncologa: infatti il lavoro citato conclude che la principale causa dei tumori cutanei è l’esposizione agli UV e raccomanda protezione e prevenzione in tal senso, anche con la corretta applicazione di creme solari.

Le creme solari non sono cancerogene

Proseguono i dermatologi: «È inoltre importante ribadire che non esistono evidenze scientifiche che dimostrino un effetto cancerogeno delle creme solari. Al contrario, si tratta di prodotti regolamentati, sottoposti a una rigorosa disciplina europea e a continue verifiche di sicurezza e a un costante monitoraggio da parte delle autorità competenti. I filtri solari autorizzati sono progettati per agire sulla superficie della pelle, senza oltrepassarne gli strati superficiali né determinare un assorbimento sistemico. Utilizzate correttamente, le creme solari rappresentano uno degli strumenti più efficaci, insieme agli altri comportamenti di fotoprotezione, per ridurre il rischio di tumori cutanei.

Il melanoma in aumento tra i giovani

La verità è che il melanoma è in aumento tra gli under 50: 15mila nuovi casi all’anno, con numeri raddoppiati in 20 anni. «È il risultato di un calo di attenzione» ci raccontava qualche settimana fa Paolo Ascierto, direttore del Dipartimento Tumori Cutanei, Immunoterapia Sperimentale e Terapie Innovative, dell’Istituto nazionale tumori Pascale di Napoli.

«Chi si ammala ora, è stato un bambino o un adolescente che si è esposto al sole in maniera incongrua. Lo ha fatto nelle ore centrali, quando i raggi UV sono più pericolosi, procurandosi delle ustioni solari. E sono le scottature che aumentano il rischio di melanoma per tutta la vita». Bisognerebbe, diceva Ascierto durante il Festival della Prevenzione LILT, prendere esempio dall’Australia, che aveva un’incidenza altissima di melanoma. Qui, da parecchi anni è stato attivato un programma di educazione nelle scuole, che sta portando a un calo dei casi. E da noi? Forse qualcosa si muove: è atteso il voto definitivo della Camera dei deputati sulla proposta di legge che prevede, tra l’altro, l’istituzione della Giornata Nazionale per la Prevenzione del Melanoma.

Le categorie più a rischio di melanoma

Professor Ascierto, possiamo ricordare chi è più a rischio?
«Le persone con capelli biondi oppure rossi, occhi chiari e pelle molto sensibile al sole sono maggiormente a rischio e questo è noto. Abbiamo visto però che anche chi ha un fenotipo mediterraneo può ammalarsi e qui entra in gioco soprattutto la genetica.

Avere parenti di primo grado che hanno avuto un melanoma comporta infatti un aumento del rischio e questo riguarda circa il 10-15% della popolazione. Infine, un indicatore importante che aumenta il rischio di ammalarsi è rappresentato dai tanti nei, più di 50. Il loro numero è strettamente correlato alle scottature e agli eritemi solari subiti proprio durante l’infanzia e l’adolescenza. A conti fatti, quindi, se ci pensa, praticamente nessuno è esente dal rischio».

Più attenzione da parte di tutti

Questo significa quindi che tutti dovrebbero stare attenti al sole?
«Le ricerche ci hanno dimostrato che i raggi ultravioletti delle ore centrali, tra le 12 e le 16, sono pericolosi sempre e a ogni età. Ma ci dicono anche che i neonati nel primo anno di vita devono assolutamente evitare il sole, regola che, se ci fa caso, in spiaggia, in estate, non viene rispettata. Tirando le somme, stare attenti è un invito che vale per i nostri figli, ma anche per noi adulti».

Non solo cappellino e occhiali per proteggersi

C’è chi afferma che cappellino e occhiali sono più che sufficienti in spiaggia, è così?
«Il cappello però deve essere a tesa larga per proteggere orecchie, cuoio capelluto e nuca. Mentre gli occhiali devono avere una montatura “avvolgente” in modo da impedire ai raggi riflessi di insinuarsi dai lati. E devono essere indossati anche in città, il sole è agguerrito sempre.

Sì anche ai cosiddetti capi in tessuti tecnici in spiaggia e questo soprattutto per i bambini. Dobbiamo però imparare a leggere e controllare l’etichetta: deve essere indicato il fattore UPF (Ultraviolet Protection Factor). Un capo UPF 50+ per esempio blocca il 98% dei raggi UV. In città invece, l’ideale sono camicie a maniche lunghe in lino o cotone leggero e pantaloni lunghi».

Le precauzioni in città

Soffermiamoci un istante sull’estate in città.
«Oggi si sa che i raggi UV sono pericolosi per la pelle da metà marzo a metà ottobre, anche in presenza di cielo coperto o temperature fresche. La ragione è il cambiamento climatico, con temperature elevate già in primavera, periodi di caldo improvviso e un mix di smog e surriscaldamento. Per prendersi cura della propria pelle allora una crema con fattore di protezione 30 o 50 va applicata anche in città sulle parti scoperte, viso e collo in primis.

L’attenzione poi a come applicare i solari deve diventare più alta quando siamo in vacanza, cosa che purtroppo non sta accadendo. Non basta mettere le creme, deve entrare nelle abitudini il fatto di farlo bene e gli studi ce lo confermano. L’ultimo, appena pubblicato, associa l’uso errato dei solari a un rischio più che raddoppiato di sviluppare il melanoma e non è poco. Insomma abbiamo uno strumento potente per proteggerci e dobbiamo solo cominciare a usarlo».

Quali solari preferire

C’è sempre confusione sui prodotti solari: ci aiuta a fare un ripasso?
«Innanzitutto, l’applicazione del prodotto va ripetuta ogni due ore circa. Sempre dopo avere fatto il bagno e senza scordare le zone più delicate: palpebre, retro e bordo delle orecchie, incavo delle ginocchia e dorso dei piedi.

L’altra regola riguarda il fattore di protezione, che deve essere 30 per chi ha una carnagione mediterranea e 50 per chi ha la pelle chiara, per bambini e adolescenti e per chi, in generale, si scotta con facilità.

C’è poi molto dibattito scientifico sulla scelta tra filtri organici e non organici. Questi ultimi contengono per intenderci sostanze minerali quali l’ossido di zinco che sono da preferire specialmente in età pediatrica e per le donne in gravidanza perché non vengono assorbite dall’organismo: sono come uno specchio sulla pelle che riflette direttamente i raggi solari».

Tatuaggi: i possibili rischi in più

Ultima domanda, professor Ascierto. È vero che i tattoo aumentano i rischi?
«Il tatuaggio, soprattutto se molto esteso, rappresenta un ostacolo importante per il dermatologo, perché la visibilità dei nei e delle lesioni cutanee si riduce notevolmente. Sappiamo che in genere i tatuatori sono molto attenti a non agire direttamente sui nei ma, in ogni caso, il disegno di legge in fase di approvazione riporta un comma che impone di far firmare un consenso informato a chi decide di sottoporsi a un tatuaggio. L’obiettivo è quello di rendere la persona consapevole dei possibili rischi».

Controllo dei nei: dal dermatologo e da soli

A partire dai 16 anni tutti dovrebbero andare una volta all’anno dal dermatologo, per il controllo dei nei. Eppure, secondo i dati dell’Osservatorio Heliocare, un terzo degli italiani non si è mai sottoposto a questo screening. La prima visita è importante anche per decidere, in base ai fattori di rischio, se servono controlli più ravvicinati, ogni sei mesi.

Impariamo anche a guardarci. Ogni due mesi prendiamo l’abitudine di fare un autocontrollo della pelle. E parliamo con il medico, se notiamo un neo diverso. Basta seguire la regola dell’ABCDE. Asimmetria, Bordi irregolari, Colore disomogeneo, Diametro superiore a 6 mm, Evoluzione rapida sono i 5 fattori che identificano un neo da far vedere allo specialista.