Ci si sposa sempre meno e ci si lascia con sempre più facilità. In Italia nel 2024 ci sono state oltre 75.000 separazioni. I divorzi sono stati addirittura più di 77.300. Ma a colpire è anche il modo di dirsi addio: in 3 casi su 4 si segue la via consensuale ed extragiudiziale. Insomma, “gli stracci che volano” in tribunale sono sempre meno. In effetti, secondo chi si occupa di consulenza familiare, non sempre chi si lascia non si ama più: ciò che è cambiato è il modo in cui si vive la coppia che – paradossalmente – porta con più frequenza a “scoppiare”. Colpa, soprattutto, dell’ansia da prestazione (o status anxiety) che si vive anche nei rapporti affettivi.

La crisi delle coppie è intorno ai 50 anni

La fotografia che restituiscono le statistiche elaborate da ISTAT, ministero della Giustizia ed EUROSTAT è quella di una società in cambiamento, anche nei rapporti privati. Se è vero che il picco storico di separazioni e divorzi si è raggiunto nel 2016 (dopo l’approvazione della legge sul “mini-divorzio, con oltre 99mila richieste), la tendenza a dirsi addio con più facilità è ormai consolidata. Secondo i dati ISTAT, l’età critica è a cavallo dei 50 anni: per l’esattezza 50,3 per gli uomini, 47 per le donne in caso di separazione, che salgono rispettivamente a 51,8 e 48,6 per i divorzi. Come se non bastasse,le separazioni degli over 65 sono triplicate tra il 2000 e il 2022.

Il matrimonio è cambiato

A completare il panorama è un’analisi di Eurostat secondo cui l’Italia è il paese con il tasso di matrimoni più basso nell’UE, con 2,9 nozze ogni 1.000 abitanti, contro una media di 3,9 ogni 1.000 abitanti della media europea. Secondo Cristina Berrettini, antropologa e consulente familiare del consultorio La Famiglia di Roma, uno dei motivi è il cambiamento che c’è stato nel modo di intendere il matrimonio stesso: «Come dice la terapeuta Esther Perel, il matrimonio è cambiato storicamente», spiega Berrettini «da alleanza economica a legame affettivo».

Separarsi non significa non amarsi più

L’analisi di Berrettini parte da un duplice punto di vista: «L’antropologa in me guarda i pattern culturali: perché succede, in quale momento storico, con quali pressioni intorno. La consulente familiare siede con quella coppia specifica, con quella storia, con quelle persone. Da questo doppio sguardo emerge qualcosa di preciso: il matrimonio non è entrato in crisi perché le persone si amano di meno, ma perché il contesto intorno è cambiato radicalmente e nessuno ha aggiornato le aspettative. Per secoli il matrimonio è stato un’alleanza tra famiglie», osserva Berrettini. È proprio questo cambio ad aver influito enormemente sulle aspettative di coppia.

Da alleanza economica a legame affettivo

«Prima ci si sposava per sopravvivere, per proteggere i patrimoni, per garantire discendenza. L’amore era un bonus fortunato, non un requisito. Poi, lentamente, è diventato un legame affettivo: ci si sposa per amore, per scelta. Sembra una conquista enorme e lo è. Il problema è che oggi forse abbiamo esagerato dal lato opposto, chiedendo al partner di essere… tutto: il migliore amico, il confidente, l’amante, lo specchio, il complice, la conferma di chi siamo e la promessa di chi vogliamo diventare».

Siamo diventati più esigenti?

Verrebbe da pensare, quindi, che oggi si sia alzata l’asticella delle aspettative non solo nell’ambito lavorativo, ma anche affettivo: «Come spiega appunto Perel, oggi non chiediamo più solo amore e stabilità. Ma non siamo diventati più esigenti, siamo stati educati a esserlo». Berrettini cita lo scrittore e filosofo Alain De Botton, autore di molti libri sull’educazione emotiva, che ricorda spesso come «il cinema e la televisione hanno fatto un lavoro enorme nel plasmare la nostra idea di amore. Generazioni cresciute con il colpo di fulmine, il lieto fine, la storia d’amore perfetta hanno fatto propria quella narrazione, entrata nelle case, nelle aspettative, nel modo in cui giudichiamo le nostre relazioni reali. Che però, inevitabilmente, non reggono il confronto con quella perfezione».

Cos’è oggi il matrimonio?

Da qui la frustrazione di chi vive in coppia: «La frase che sento più spesso nel mio studio è questa: “Non mi sento capita o capito”. Sembra una lamentela semplice, ma sotto c’è qualcosa di molto più profondo: “Non mi basti, non mi completi, non riesci a colmare tutto quello che sento” – racconta Berrettini – Abbiamo caricato sulle spalle del partner un peso insostenibile, che un tempo veniva distribuito su una rete molto più ampia: i parenti, i vicini di casa, gli amici veri, la comunità. Oggi quelle reti si sono assottigliate, siamo più isolati e la coppia si ritrova a dover fare da ammortizzatore sociale ed emotivo per tutto».

Nell’isolamento l’altro diventa il “tutto”

«Non sono le persone a essere diventate più fragili o egoiste; è il contesto intorno a noi che è cambiato e nessuno ha avvisato la coppia che stava per trovarsi da sola a gestire un carico per cui non era stata progettata. E che quindi prima o poi cede», chiarisce ancora l’antropologa e consulente familiare. Forse anche per questo i matrimoni calano o assumono significati differenti. «Cambia la forma, non il peso. Ho seguito coppie non sposate che sono crollate esattamente come i matrimoni e per le stesse ragioni. La convivenza nasce spesso come scelta di libertà, meno vincoli, meno formalità, più leggerezza. Ma emotivamente continuiamo a chiedere all’altro di essere il nostro intero mondo».

Il segreto dell’unione duratura

Ma allora è possibile far durare le unioni anche in un contesto sociale profondamente cambiato? «Chi viene da me spesso cerca la “ricetta magica”, un consiglio pratico per riaccendere la scintilla. È umano, ma la verità è che il benessere di una coppia si gioca su due fronti: fuori e dentro casa. Fuori, il segreto è non isolarsi. I legami che reggono sono quelli che respirano, che coltivano amici, passioni e spazi individuali. Riconoscere cosa manca fuori è il primo passo per smettere di farsi la guerra dentro. Questo però non significa che basti “uscire” per risolvere tutto. Bisogna continuare a lavorare dentro la coppia, ed è qui che oggi incontriamo la fatica più grande», riflette Berrettini.

Quando si spegne l’energia

Come spiega ancora l’esperta, «Spesso non ci si lascia perché è finito l’amore, ma perché si è spenta l’energia. Sommersi dai doveri quotidiani, si entra in una sorta di “modalità sopravvivenza” per esaurimento: si smette di parlarsi davvero, non ci si ascolta e, cosa ancora più dolorosa, si smette di vedersi. Il partner diventa solo un collega nella gestione della casa e dei figli. Il vero lavoro interiore, allora, è disinnescare questo pilota automatico. Significa fermarsi, anche solo per dieci minuti, guardare l’altro e chiedergli: “Tu come stai?”, e non “Chi prende i bambini a scuola?”».

Tornare a guardarsi e ascoltarsi

La coppia e la famiglia, invece, troppo spesso diventano “società” da fa funzionare al meglio, mentre occorrerebbe «fare spazio a un ascolto pulito, senza l’ansia di dover risolvere subito un problema, ma solo per il gusto di ritrovarsi. La chiave è questa: alleggerire la coppia grazie a una rete esterna, per ritrovare l’energia pulita necessaria a guardarsi di nuovo negli occhi dentro casa». Quando poi ci sono i figli, la situazione potrebbe complicarsi per via di alcuni effetti della crisi di coppia che finiscono con il ricadere proprio su di loro. «Nessun genitore si sveglia la mattina dicendo: “Oggi voglio trasmettere un po’ di ansia a mio figlio”. Eppure succede, quasi sempre».

L’ansia dei genitori finisce sui figli

Anche in questo caso, accade più o meno lentamente, ma in modo silenzioso: «Succede non attraverso le parole, ma attraverso il clima che si respira in casa – conferma Berrettini – Se torniamo a casa la sera esauriti, dopo una giornata passata a correre e a dover dimostrare di essere sempre performanti (sul lavoro, sui social, come partner), quel peso entra in casa con noi. I figli sono spugne: non ascoltano quello che diciamo, respirano quello che siamo. Come spiega lo psicanalista Massimo Recalcati, il figlio diventa il luogo in cui si depositano le aspettative non realizzate dei genitori. Non per cattiveria, ma per amore. L’effetto sul figlio, però, è lo stesso».

Stessi problemi, in età diverse

«La verità è che il disagio dei figli e la crisi della coppia non sono due problemi distinti: sono la stessa storia, raccontata da età diverse. Il primo errore ricorrente è trattare il ragazzo ritirato come il problema da risolvere: portarlo dallo psicologo, fargli riprendere le attività, spingerlo a uscire. L’impulso è comprensibile, ma quasi sempre si lavora sul sintomo, non sulla causa. Questi ragazzi sanno benissimo che qualcosa non va, ma quel qualcosa non è dentro di loro: è intorno a loro, dove quasi sempre ci sono genitori esauriti in una coppia in crisi silenziosa. Intervenire davvero, quindi, significa lavorare su tutto il sistema e, spesso, iniziando dai genitori», conclude Berrettini.