Diverso tempo fa, a una festa di compleanno in famiglia: pizzette, patatine, tramezzini, la torta che aspetta in frigo, una ventina di persone tra chiacchiere e bicchieri di plastica. E io che cercavo nella mente una frase per giustificare la banana che tenevo in mano. Avevo deciso da poco di cambiare alcune abitudini alimentari, per una serie di motivi personali. Sono bastati cinque minuti perché arrivassero i commenti. «Ma cosa fai?». «Dai, per una volta cosa vuoi che succeda». E il più spiazzante di tutti: «Ma sei magra, mica devi dimagrire tu». Ricordo l’imbarazzo, il fastidio e uno strano senso di colpa, come se stessi facendo qualcosa di sbagliato e dovessi delle spiegazioni.

Una scena così potrebbe capitare a chiunque cambi qualcosa nel proprio piatto: a chi ha deciso di farsi seguire da un nutrizionista, a chi vuole modificare alcune abitudini per ragioni di salute o semplicemente a chi sta cercando di capire che cosa lo fa stare bene. Le motivazioni possono essere molto diverse e non sempre sono visibili agli altri. Eppure, quando cambiamo qualcosa nel nostro piatto, chi ci sta intorno sembra sentirsi autorizzato a dire la sua.

Il cibo non è mai solo cibo

In Italia lo sappiamo bene: a tavola non ci si nutre soltanto. Ci si ritrova, si festeggia, ci si consola e la nonna che insiste per il bis ti sta dicendo che ti ama. In sociologia, la condivisione del pasto viene studiata anche attraverso il concetto di commensalità: mangiare insieme è una pratica che può rafforzare i legami e creare un senso di appartenenza. Ma proprio perché il cibo ha un significato sociale, scegliere diversamente da chi ci sta intorno può diventare, agli occhi degli altri, qualcosa di più di una semplice preferenza. Con la mia banana in mano stavo, sì, rifiutando un panino con la Nutella, ma probabilmente qualcuno ha letto quel gesto come una presa di distanza da un rito condiviso.

Il bisogno di giustificarsi

Raramente qualcuno ci chiede conto di un periodo in cui mangiamo in modo sregolato, mentre appena cambiamo abitudini alimentari può arrivare l’urgenza di spiegare, motivare, quasi di scusarci. Forse perché una scelta a tavola viene letta come un messaggio. Chi ci sta accanto può percepirla come un giudizio sulle proprie abitudini: se tu rinunci alla torta, forse stai dicendo che io sbaglio a mangiarla. E noi, per non sembrare quelle che giudicano, ci affrettiamo a spiegare. Oppure temiamo di essere giudicate a nostra volta, come vanitose, esagerate, fragili. In entrambi i casi, la spiegazione diventa una specie di scudo.

Che la pressione sociale a tavola possa influenzare le nostre scelte lo suggerisce anche la ricerca. Uno studio del 2012, pubblicato sul Journal of Social & Clinical Psychology e guidato dalla psicologa Julie J. Exline della Case Western Reserve University, ha esplorato il legame tra il bisogno di compiacere gli altri e il comportamento alimentare. Nei due studi, condotti su studenti universitari, la tendenza a dare molta importanza all’armonia nelle relazioni era associata, in determinate situazioni, a una maggiore attenzione alle aspettative altrui e alla pressione percepita a mangiare. Nel primo esperimento, in particolare, i partecipanti che mostravano questa tendenza mangiavano più caramelle quando credevano che un’altra persona desiderasse che lo facessero. I risultati non dimostrano che chi cerca di compiacere gli altri mangi necessariamente di più, ma suggeriscono che il timore di mettere a disagio qualcuno possa influenzare le nostre decisioni a tavola.

Il punto non è resistere a ogni costo né giudicare le proprie scelte come giuste o sbagliate. Mangiare in compagnia dovrebbe poter essere un’esperienza piacevole, senza trasformarsi in una prova di autocontrollo o in una fonte di sensi di colpa. Se però il cibo diventa motivo costante di ansia, vergogna o preoccupazione, vale la pena fermarsi e capire che cosa sta succedendo, eventualmente con l’aiuto di un professionista.

Quei commenti che pesano più di quanto pensiamo

«Ma non hai bisogno di dimagrire». «Un pezzo di pizza non ha mai ucciso nessuno». «Ancora con questa dieta?». Sono frasi che si sentono spesso, a volte dette con superficialità, altre persino con affetto. Ma il corpo non è un argomento neutro per tutti e chi le riceve potrebbe vivere un momento di particolare vulnerabilità. Anche un commento che vorrebbe essere rassicurante può risultare invadente, soprattutto quando trasforma il peso o l’aspetto fisico in qualcosa su cui chiunque si sente libero di esprimersi.

La ricerca si occupa da tempo del cosiddetto body talk, cioè le conversazioni in cui si commentano il corpo, il peso e l’aspetto fisico. Uno studio di Chong Man Chow, Valerie Valledor ed Ellen Hart, pubblicato nel dicembre 2025 sul Journal of Social & Clinical Psychology, ha coinvolto 60 coppie di giovani amiche. I ricercatori hanno confrontato ciò che le partecipanti raccontavano delle loro conversazioni con ciò che osservavano direttamente in laboratorio. Il body talk riferito dalle partecipanti era associato a una maggiore insoddisfazione corporea, a un più forte desiderio di magrezza e a una maggiore presenza di pensieri distorti legati all’immagine corporea. Le conversazioni osservate in laboratorio erano a loro volta associate al desiderio di magrezza, a questi pensieri e a comportamenti di restrizione alimentare.

È importante precisare che si tratta di associazioni, non della prova che parlare del proprio corpo causi necessariamente insoddisfazione o disturbi alimentari. Lo studio, inoltre, ha coinvolto un gruppo circoscritto di giovani donne universitarie, quindi i risultati non possono essere estesi automaticamente a tutte le persone e a tutte le età. Ci offre però uno spunto interessante: non conta soltanto ciò che pensiamo del nostro corpo, ma anche il modo in cui ne parliamo con le persone vicine. Questo non significa che ogni conversazione sull’aspetto fisico sia dannosa. Significa, piuttosto, che vale la pena fare attenzione a quanto spesso il peso e la forma del corpo diventano il metro con cui valutiamo noi stesse e gli altri.

Non tutti i commenti, naturalmente, nascono dalle stesse intenzioni. Alcuni sono invadenti, altri possono esprimere una preoccupazione sincera. Se notiamo un cambiamento che ci preoccupa in una persona cara, possiamo parlarne in privato, con delicatezza, senza concentrarci sul suo peso o sul suo aspetto fisico e senza pretendere spiegazioni. Commentare il corpo, anche con l’intenzione di aiutare, non è sempre il modo migliore per far sentire qualcuno al sicuro.

Il paradosso di voler essere capite

Di recente mi sono trovata dall’altra parte. Un’amica, che sta seguendo un percorso con un nutrizionista, mentre organizzavamo di vederci mi ha detto che avrebbe dovuto organizzare il pasto in funzione del suo piano alimentare oppure scegliere un locale con determinate caratteristiche. Le ho proposto di cercare insieme un posto in cui potesse mangiare ciò che preferiva, che fosse per colazione o per cena, purché riuscissimo a vederci.

Da una parte siamo convinte, giustamente, di non dovere spiegazioni a nessuno: il nostro corpo e le nostre scelte alimentari sono affar nostro. Dall’altra, con le persone che amiamo, vorremmo essere capite. Non giustificate, capite. Sono due bisogni diversi, e confonderli è ciò che rende tutto così faticoso. Giustificarsi significa difendersi da un giudizio, raccontarsi significa invitare qualcuno dentro una parte della nostra vita. Il primo nasce dal timore, il secondo dalla fiducia.

C’è una differenza tra scegliere di mantenere riservate alcune cose e ritrovarsi a nasconderle per paura del giudizio. Non dobbiamo raccontare a tutti ciò che mangiamo o perché lo facciamo. Ma se ci accorgiamo di nascondere abitualmente le nostre scelte alimentari o di rinunciare alle occasioni conviviali per evitare il confronto con il cibo, può essere utile chiedersi quanto questa situazione stia incidendo sul nostro benessere.

Cosa possiamo fare, da una parte e dall’altra

Se siamo noi a cambiare alcune abitudini, possiamo provare a rispondere ai commenti con frasi semplici, che chiudano il discorso senza chiudere la relazione. A chi insiste sul nostro corpo: «Preferisco non parlare di questo, raccontami piuttosto di te». A un’amica con cui vogliamo condividere qualcosa di più: «Sto seguendo un percorso che per me è importante, mi fa piacere che tu lo sappia». Possiamo proporre noi il posto in cui incontrarci, spiegare ciò di cui abbiamo bisogno quando ci va di farlo e ricordarci che non siamo tenute a convincere gli altri della bontà delle nostre scelte.

Se invece è una persona cara a cambiare, il gesto più prezioso può essere evitare di commentare il suo piatto e il suo corpo, anche per farle un complimento, e chiederle semplicemente «dove ti va di andare?». Se siamo davvero preoccupate per lei, meglio parlarne a quattr’occhi, con delicatezza, senza giudizi e senza improvvisarci esperte. E se la situazione ci sembra complessa, possiamo incoraggiarla a rivolgersi a un professionista qualificato, senza sostituirci a lui.

Ripenso a quella banana, alla festa di compleanno. Oggi vorrei dire a quella me in imbarazzo che non doveva trovare una spiegazione perfetta per ciò che aveva scelto di mangiare. E che gli altri, anche quando le vogliono bene, non sempre sanno come starle accanto. Forse è qualcosa che dobbiamo imparare tutti.