A volte bastava un dito. Il suo mignolo che sfiorava il mio durante una passeggiata malinconica, come a dire: ci sono, quando vuoi. Il mio fidanzato mi ha aiutata in un periodo assai nero, uno di quelli in cui il presente si annebbia. E pure il futuro. Mi ha ascoltata per ore, mi ha asciugato i capelli e rifatto il letto. Non cambiava argomento quando nominavo chi avevo perso. E ha condiviso i miei silenzi senza cercare di riempirli per forza. Insomma, non è che mi abbia guarita: c’è sempre stato mentre io provavo a guarirmi, che è un po’ diverso.
Il potere silenzioso delle persone medicina
Ho scoperto che è questo che fanno le “persone medicina”. Lo racconta anche Persone Medicina – Le relazioni che curano, la docuserie ora in onda su Real Time condotta da Mapi Danna con lo psichiatra Leonardo Mendolicchio. Un viaggio che esplora quella «sottile magia» che scatta quando qualcuno decide di non voltarsi dall’altra parte. Sei storie costruite come un doppio ritratto: da un lato, chi ha attraversato il punto più critico della propria fragilità; dall’altro, chi ha scelto di stargli vicino.
Le “persone medicina” sono quelle che capiscono l’essenza del tuo malessere senza troppi fronzoli e senza bisogno di parole. Probabilmente perché l’hanno vissuta su di sé
spiega Mendolicchio. Più che un superpotere, spesso hanno una cicatrice. «È un rapporto naturale che funziona da balsamo e diventa curativo».
Quando sentirsi compresi diventa una cura
Le “persone medicina” possono essere partner, genitori, fratelli, sorelle o persino vicini di casa: non è la categoria che le definisce, ma la qualità della loro presenza. «Il solo fatto di esserci e condividere il malessere svolge un ruolo terapeutico fondamentale» continua Mendolicchio. «Fa sentire l’altro non più come un “alieno”, in preda a una sofferenza senza senso». La vicinanza scaccia il «fantasma della solitudine», quella paura atroce di restare isolati nel proprio buio. In questi legami sono soprattutto gli sguardi a parlare.
La modalità con cui due persone si guardano negli occhi dopo aver condiviso un rapporto profondo nato dalla sofferenza è qualcosa di incredibile
chiarisce lo psichiatra.
Sostenere senza sostituirsi
Non è un ruolo semplice. «La sfida più difficile è trovare il punto di equilibrio tra lenire la sofferenza e lasciare alla persona lo spazio per uscirne in autonomia, con le proprie risorse». Perché nessuno guarisce davvero se non lo decide in prima persona. «Fondamentale è il lavoro che la persona fa su di sé e per sé. L’altro contribuisce ed è un supporto prezioso». Ma come si diventa una “persona medicina”? «Un po’ è una tendenza innata, un po’ si allena. Facendo i conti con la propria sofferenza. Se la mia non mi ha travolto, allora non mi travolgerà neanche quella dell’altro» risponde Mendolicchio. Sul primo passo non ha dubbi: non fare finta di niente. «Solitamente di fronte al dolore ci spaventiamo. Invece sono preziosi una parola in più o un gesto per dire: mi sto accorgendo che qualcosa non va, e questa cosa non mi spaventa».
Nelle storie che seguono, quella parola e quel gesto li hanno trovati Adele e Brando.
Nonna le chiamava “persone medicina” / Diceva che ci sono persone che quando le guardi guarisci / A detta sua le uniche persone da frequentare / A detta sua le uniche persone da diventare
(Dalla poesia-canzone Persone medicina di Gio Evan)
Il dolore non è un’isola: la cura è un “noi”
Persone Medicina – Le relazioni che curano è tornato su Real Time con la seconda stagione e quest’anno allarga lo sguardo: accanto ai legami a due, racconta il ruolo delle associazioni che rompono l’isolamento di chi soffre e di chi aiuta. Perché la salute mentale, come la cura, non è una questione privata: è una responsabilità collettiva. Ogni episodio, in onda alle 21.30, racconta due storie in un doppio ritratto. Se hai perso la prima puntata – Alfonso con il figlio hikikomori e Giorgia con il fratello Gianmarco – la trovi su Discovery+ (discoveryplus.com/ it/it).
Il 25 giugno seguiamo Serena e Angela, aiutate da Brando e Adele. Il viaggio si chiude settimana prossima con Valentina, che ha fondato l’associazione Fra Me&Te per sensibilizzare sui disturbi alimentari, e Roberta, che ha trovato sostegno nell’amico Calogero.
Adele, la psicologa
Adele ha incrociato il destino di Angela, 32 anni, nel 2023, dopo molti percorsi clinici e ricoveri interrotti. Angela portava il peso di abusi subiti a soli 6 anni, un trauma mutato in un silenzio che mangiava il corpo: anoressia, autolesionismo, desiderio di sparire. «Il nostro rapporto è iniziato “annusandoci”. Angela è solare, ma dietro la loquacità c’era il bisogno di proteggersi dal vissuto emotivo del trauma» dice Adele. Ha scelto di essere una “persona medicina” che non invade: «Entrare a gamba tesa per “aggiustare” il paziente significa togliergli l’unica stampella che ha per muoversi. Il sintomo era la punta di una sofferenza antica. Ho avuto fiducia in Angela, l’ho aspettata accanto al suo dolore».
La svolta? «Quando ha iniziato a parlare di progetti e desiderio di futuro. Lì ho capito che il suo sguardo si stava riaprendo sul mondo». Essere solidi non significa essere impermeabili: «Esiste la falsa credenza che il terapeuta debba essere impassibile. Invece bisogna lasciarsi attraversare dalla sofferenza del paziente, senza confondersi con essa». A volte, dice, si sottovaluta la potenza del semplice “esserci”. «Accettate la vostra impotenza. La medicina non è qualcosa che cura sempre ma, un po’ come pensavano i nativi americani, è uno spirito che ti rimette in equilibrio. Non ci si salva perché qualcuno arriva su un cavallo bianco sguainando la spada, ma perché si sente di avere una nuova possibilità».

Brando, il compagno
Brando ha 29 anni e ha conosciuto Serena, sua coetanea, nel 2019 in una casa di studenti a Milano. Di lei lo ha colpito subito lo spirito d’avventura: «Mi raccontò di aver viaggiato da sola in Thailandia per settimane. Ho pensato: che figata!». Ma dietro quella forza, Serena cercava casa ovunque senza trovarla, sospesa nel “lutto ambiguo” per un padre amato ma perduto ancora in vita, prima nell’abuso di sostanze e poi in una malattia degenerativa. Brando non si è spaventato, avendo vissuto un dolore simile con sua madre: «Sapevo che non andava riempito, ma integrato. A me non spettava trovare la soluzione né “aggiustarla”, piuttosto stare nel presente con lei».
Con la cura dei gesti: «Contatto fisico, carezze, abbracci. Ma anche pulire casa, cucinare per lei, rimuoverle il computer quando finiva in un loop di dipendenza dai social». Grazie a lui, Serena ha capito che “casa” non è un luogo, ma una relazione sicura. «Soprattutto noi uomini non dobbiamo eleggerci a “paladini della giustizia” che risolvono tutto in modo pratico. Aiutare vuol dire, prima di tutto, “tenere lo spazio emotivo”: se lei ha bisogno di sfogarsi per ore, io resto lì ad ascoltare e validare». Per riuscirci, Brando ha attinto al suo percorso personale: «L’abilità di aiutare gli altri nasce dal lavoro su se stessi, dall’elaborazione dei propri traumi. Sapevo che tutto passa, ma lei aveva bisogno che io restassi».