“Forse dovrei saltare il pranzo”. L’ho pensato la sera prima di un concerto. La minigonna che dovevo indossare per coordinare gli outfit con le mie amiche è arrivata di una taglia più corta, e potevo sfoggiarla solo con quel filo di pancia che si ha alla mattina a stomaco vuoto. Alle ragazze ho detto che di mangiare mi ero scordata, mentre afferravo una barretta al volo prima di entrare allo Stadio (perché in realtà la fame la sentivo eccome). La foto che ho postato è tra le più popolari del mio profilo, mi hanno anche seguito diverse persone. Una vittoria, dunque. Eppure guardandola ci vedo un gran fallimento: era dal Liceo che non facevo un pensiero così. In effetti, è dal Liceo che non sento intorno a me la pressione che mi portava a saltare i pasti, misurarmi le cosce, le braccia, confrontarmi con tutte le ragazze che vedo.
Tra i vecchi desideri e le consapevolezze che dovremmo avere
Di disturbi alimentari non ho mai realmente sofferto, li ho sempre visti da fuori. Le compagne adolescenti che tornavano dalle vacanze con venti chili in meno e disquisivano degli zuccheri delle mele all’intervallo, però, mi hanno comunque influenzata. Così come le teorie di mio padre, sportivo che da anni si affida a “guru delle diete”. Pensavo di essermi lasciata alle spalle questo mondo quando, all’Università, ogni fuorisede squattrinato portava lo stesso pasto triste e nessuno si poteva permettere la palestra, figuriamoci il nutrizionista. Ma coi primi stipendi, tutte siamo partite dalle diete. Per stare meglio, ci siamo dette, davanti a cenette a base di merluzzo in friggitrice ad aria e snack di verdure. Oggi organizziamo aperitivi in cui c’è sempre qualcuno che di soppiatto cerca di leggere gli ingredienti dei Taralli. O vacanze dove almeno una pranza con lo yogurt. Ci mandiamo foto di Influencer e IT girl dei social scrivendoci – come da ragazzine – “Se fossi così…”.
E ci sentiamo in colpa, lo vedo: pensiamo che, a quasi trent’anni, queste fisime dovremmo averle superate. Dovremmo sapere che valiamo di più: non siamo forse cresciute a ritmo di All about that bass e Juice? Due hit manifesto del Movimento Body Positive, rispettivamente di Meghan Trainor e Lizzo, entrambe oggi visibilmente cambiate grazie ai farmaci GLP-1. Ci vergogniamo di agognare ancora la magrezza, eppure il mondo intero sembra dirci che lo spazio tra le cosce determina, ancora, il nostro valore. Delle pubblicità inclusive che abbiamo visto diffondersi da adolescenti, oggi non c’è più traccia. Al loro posto, campagne con volti scavati, ossa in risalto, persino trend – come il ritorno del Y2K – apertamente ostili ai corpi plus size. La Body Positivity ormai è fuori moda: e per noi, cresciute con quei valori, che cosa resta?
Body positivity: oltre al movimento pop, l’attivismo c’è
«Quando si parla di Body Positivity si devono distinguere due cose: la lotta politica di chi ogni giorno combatte la discriminazione basata sul corpo e la rappresentazione mediatica e pop di queste istanze», chiarisce Jennifer Guerra, giornalista e scrittrice. «La versione più digeribile del movimento senz’altro sta scomparendo, ma all’interno di una progressiva scomparsa delle questioni femministe dall’opinione pubblica. Siamo in un’epoca di contrattacco generale. La politica fa la guerra al femminismo, le aziende non hanno più interesse a esporsi, il sistema mediatico sta in silenzio o al massimo amplifica e legittima le voci degli antifemministi. Questo non vuol dire che il femminismo ha fallito, ma che attraversa un momento di crisi come tanti altri ne ha attraversati nella sua storia. E come ci insegnavano Naomi Wolf e Susan Faludi trent’anni fa, il corpo e la sua rappresentazione mediatica sono uno dei campi di battaglia con cui viene portato avanti il contrattacco».
Sentirsi schiacciate tra queste spinte opposte è un segnale positivo. Vuol dire che, sì, quelle lezioni le abbiamo assimilate, e ora che la società va in un’altra direzione sentiamo il peso delle contraddizioni. «In questo Naomi Wolf col suo Mito della bellezza è stata illuminante. Lei sosteneva che sono le donne più libere ed emancipate a sentire maggiormente il peso del mito. Perché si rendono conto che più le donne conquistano libertà, più aumentano le pressioni per limitarla attraverso lo stretto controllo dell’estetica».
Probabilmente chi è contenta di essere sottomessa, non si fa questi problemi.
Le responsabilità della moda, tra tentativi ottimisti e crisi
Il controllo dell’estetica è monopolio del mondo della moda, forse la prima industria che si è fatta portavoce dei valori del movimento Body Positive e che negli ultimi anni ha affrontato una crisi profonda. Dopo passerelle plus size e leggi-manifesto per la lotta a disturbi alimentari e magrezza eccessiva, però, le maison sembrano essere tornate a preferire corpi estremamente sottili. «Sulla magrezza oggi si fa più confusione che mai, perché lo stesso strumento produce esiti opposti: i farmaci che stanno cambiando la lotta all’obesità sono gli stessi che alimentano dimagrimenti estremi e un’estetica poco sana, ormai trasversale a moda, musica, cinema, intrattenimento», spiega Federica Salto, Fashion Editor e autrice della newsletter La moda, il sabato mattina.
Proprio in questo spazio ha dedicato un numero al ritorno della magrezza in passerella, citando Lucy Maguire, curatrice del Vogue Business Fall/Winter 2026 Size Inclusivity Report, che parla di brand che «hanno smesso di fingere di provarci».
«La sincerità non è bastata»
Era tutta un’illusione, dunque? «Una parte delle proposte della moda era artificiale, dettata dalla tendenza del momento, la varietà di corpi esibita in passerella e nelle campagne. Un’altra parte l’ho letta come sincera, prima di urtare contro la realtà industriale: includere davvero significa rallentare i tempi, alzare i costi, perdere terreno sui competitor. La sincerità non è bastata a reggere l’economia del settore». Maria Luisa Frisa, teorica della moda e autrice de Il corpo alla moda (Einaudi), sostiene che se la nostra generazione si sente tradita dalla moda, significa che «non ha capito il sistema». Salto invece ammette che il voltafaccia c’è stato, ma l’influenza decisiva sulle nostre vite deriva da un quadro più ampio. «Le influencer, le star, l’amica che rimedia una prescrizione per Ozempic: il tradimento riguarda il concetto stesso di accettazione. Da quando dimagrire è diventato tecnicamente più semplice, l’idea che si possa stare bene nel proprio corpo ha perso terreno. Esclusi, ovviamente, i casi in cui la salute è davvero compromessa».
La questione della magrezza, aldilà delle maison
«Parlare di moda in senso astratto non ha senso. La moda è fatta di persone che la disegnano, la producono e la indossano e nessuno di questi soggetti determina, da solo, un immaginario e le sue conseguenze», commenta Jennifer Guerra.
I farmaci dimagranti sono solo l’ultima manifestazione di un sistema che associa la magrezza al privilegio, e che è in atto da quando il grasso ha smesso di rappresentare benessere e abbondanza ed è diventato sinonimo di povertà e trascuratezza.
«La dieta, lo sport, tutto il complesso industriale del “wellness” sono sempre stati appannaggio delle classi dominanti e strettamente collegati all’etica del sacrificio e della disciplina. Potersi permettere questi farmaci è un nuovo status symbol».
E se, dopo tutto, non riusciamo ad accettarci?
Liberarsi da questa morsa è un compito nostro, e ognuna deve trovare la sua strada. Per accettarsi aldilà delle mode e dei dettami sociali, ma soprattutto per fare pace con le insicurezze. «Non sono mai stata d’accordo con l’idea che l’accettazione di sé sia un gesto intrinsecamente femminista. Secondo me il femminismo non deve includere obblighi, compreso quello di piacersi. Io sono libera di odiare il mio corpo, volerlo migliorare o lasciarlo così com’è e starci male, pensare di essere un cesso o la più bella del mondo e questo non mi rende più o meno femminista, ma solo una donna che esiste in una società in cui la bellezza ha un valore politico», conclude Jennifer Guerra. «Il femminismo per me non è fare pace con le proprie contraddizioni, ma imparare a starci dentro con scomodità».
Un pensiero che condivide anche Muriel, digital creator e attivista (sui social, dove conta oltre 276K followers, nota come @murielxo): «Il vero significato della Body Positivity era imparare a considerare sullo stesso piano e con lo stesso valore tutti, a prescindere dal corpo. Anche per questo è sbagliato vedere alcuni corpi – come quelli delle celebrità, le prime a dimagrire e cambiare – come dei manifesti: rendere un corpo un simbolo significa non essere riusciti a normalizzarlo: anche questo dovrebbe farci pensare».
La campagna La vergogna è negli occhi di chi offende
Sono ancora tanti i passi da fare per riuscire ad approcciarci al nostro corpo con serenità. E, anche in un periodo storico in cui la stretta sulle donne si fa sempre più opprimente, non mancano però importanti alleate. Una fra tutte l’Onorevole Martina Semenzato, Parlamentare d’inchiesta Femminicidio e Violenza di Genere, che il 16 maggio ha lanciato la campagna La vergogna è negli occhi di chi offende contro il body shaming. «Ho sempre considerato offese al corpo e disturbi alimentari come un intergruppo, perché troppo spesso la critica al fisico cambia il nostro atteggiamento prima a livello sociale e poi alimentare», spiega la Senatrice.
«Per questo, si deve partire da un’educazione che si basa sulla cultura del rispetto. Nel patto di corresponsabilità che la politica deve stringere con la società civile, le scuole e le famiglie, siamo partiti da una campagna il cui claim è La vergogna è negli occhi di chi offende, unito ad hashtag ‘Rispetta gli altri’ e ‘Rispetta te stesso’: la Body Positivity è l’obiettivo finale, e non dev’essere intesa come accettazione a priori, ma come benessere, fisico e mentale. In questo senso, può passare anche attraverso miglioramento e persino interventi estetici, però deve nascere da un desiderio nostro, non dall’influenza altrui».