La frase che ho ripetuto più spesso negli ultimi anni, parlando di relazioni, è: “Non ho voglia di compromessi”. L’idea di dover di nuovo ridurre la mia agenda per far spazio agli impegni di qualcun altro – memore del fatto che poi il contrario non avviene quasi mai – mi fa perdere le staffe. Basta una parola detta nel modo sbagliato a farmi salire “lo schifo”; una frase uscita male, e mi chiedo: “Ma chi me lo fa fare?”. Guardo alla mia vita, ricca di un lavoro che amo, amiche che posso chiamare e vedere quando voglio, che mi ascoltano e capiscono. Una città che mi piace, uno spazio mio. Che bisogno ne ho, di un peso extra?
Mi piace l’idea di dividere un affitto, avere una vacanza estiva assicurata, potermi sfogare con qualcuno senza dover programmare una chiamata. Ma è un’offerta abbastanza vantaggiosa, se soppesata con i compromessi che richiede? Per questo, come tante della mia generazione, semplicemente non ho intenzione di abbassare gli standard – almeno non per ora. Non ho tempo per quello che The Cut chiama, ironicamente, un entry level boyfriend.
Entry level boyfriend: il tirocinio pure in amore
Uno che sai che non sposerai e di cui magari non sei convinta al 100%, ma ti dici “Ma sì, cosa vuoi che capiti?”. Perché io lo so cosa capita: capita che devo perdere tempo che non ho, testa che mi serve, altri mesi di vita e di giovinezza che non torneranno indietro. Loro, certo, ci provano sempre: il nuovo singolo di Olivia Rodrigo, expectations (che vede la collaborazione di Chappel Roan), spiega perfettamente l’ecosistema del dating GenZ.

Uomini borderline-disoccupati alla disperata ricerca di amore, passivi-indecisi che sembra vadano convinti ad uscire persino per un drink vicino a casa loro, belle uscite programmate dopo settimane di chat che terminano in un ghosting inspiegabile. E proprio come nel ritornello, come lei preferisco rifiutarmi: «These days I’ve got expectations» (ho delle aspettative).
Gli entry level boyfriend, proprio come i primi lavori da stagista, sono delle “navi scuola”: relazioni che servono a imparare, proprio in virtù della loro data di scadenza. A rapportarci con gli altri e a fare i conti con i nostri limiti anche in vista del “vero amore”. Sadie Kargman, autrice dell’articolo originale, sostiene che il fenomeno delle situationship sia una sorta di scudo per evitare questo necessario passaggio, ma non so se sono d’accordo. Proprio qualche giorno fa, a una follower disperata per una di queste situazioni, la psicologa Stefania Andreoli rispondeva: «Il mare più bello è sempre quello in cui non si può navigare».
Serve veramente un uomo per conoscersi?
Perché pensiamo sia necessario imbarcarsi (per mantenere il lessico marinaro) in una relazione per conoscersi? Sono i rapporti con gli altri e la nostra capacità di spingerci oltre il comfort a definire chi siamo e chi vogliamo essere, ed esperienza dopo esperienza naturalmente decidiamo da che parte stare, capiamo cosa ci fa stare bene e cosa no, ritagliamo i nostri spazi e scegliamo le persone che li abiteranno.
Ci sono litigi con le mie amiche che mi hanno fatta ragionare molto più di discussioni plateali avute con i miei ex, e friendship breakup che hanno ridefinito le mie aspettative molto più delle rotture in amore. Il lavoro, il posto in cui abitiamo, le nostre abitudini, ci mettono davanti a delle scelte. Ci fanno crescere e definiscono il nostro rapporto con gli altri.
La vita da Sex & the City non è per tutte, e il panorama delle dating app descritto da expectations può far pensare che tutto sommato accontentarsi non sia poi così male. Lo capisco. Ma la verità è che oggi accontentarsi per una donna vuole dire, nella maggior parte dei casi, rinunciare a tante, troppe opportunità – che magari influirebbero sull’identità molto più di una storia di due mesi. Le relazioni, parlano i dati, richiedono ancora un impegno sbilanciato tra i generi, una nave scuola emotiva che tante di noi semplicemente non hanno voglia di fare.
Meglio, davvero, una situationship: qualcuno con cui stare bene ogni tanto e male in generale, o una situazione semi-platonica in cui non si arriverà mai a chiamarsi “Amore”. Tengono un po’ impegnati i pensieri, ci fanno battere il cuore, non ci impegnano e – se affrontate con la testa giusta – non ci buttano giù. Do ut des. Nel mentre, la vita va avanti ed è (anche) quella che ci aiuta a capire chi siamo e cosa vogliamo. Nella consapevolezza che anche voler essere single è un’opzione, di questi tempi nemmeno la peggiore.
Aspettative sì, ma non troppe
Certo, il rischio è di chiudere la porta per sempre e finire sepolte sotto aspettative surreali. Volere un “uomo-scritto-da-una-donna” che però non sia performativo, che sia emotivamente alfabetizzato ma non faccia love-bombing, ossessionato da noi (ma in a healthy way…). Come in ogni cosa, bisogna – sì, almeno per un po’ – scendere a compromessi, mantenere un equilibrio.
Ma perché accontentarsi di un entry level boyfriend, se non ci si considera persone entry level? Dopo aver investito in anni di lavoro su me stessa, negli studi, in terapia, affrontando le sfide sul lavoro, la vita da sola in una nuova città, all’estero, in pandemia… Io non mi sento una persona entry level, mi sento quanto meno una persona Junior. Vista tutta questa attività, mi aggiungerei anche un bell’Executive. Con tutti gli obiettivi che ho, i progetti che voglio realizzare e le esperienze che ho in cantiere, persino Strategist. Penso di meritarmi quantomeno una figura alla pari. O, se proprio dev’essere entry level in qualche aspetto, almeno una retribuzione.