Per anni siamo state noi ad essere accusate di fare le gold digger (letteralmente, “cercatrici d’oro”), ma oggi sembra che a cercare la fortuna – anche economica – in amore siano gli uomini. Basta aprire una qualsiasi dating app per trovare un susseguirsi di art e creative director, e altri ruoli che sembrano indicare posizioni di rilievo in ambiti come la moda o l’editoria, ma che di fatto si rivelano essere titoli inventati o lavori occasionali, mal pagati e precari. Per questo le ragazze parlano di fake job, e online pullulano i consigli su come evitarli o riconoscerli.
Un rovesciamento di ruoli che fa ridere, sì, ma è una fotografia dell’epoca. In cui le donne sono sempre più spesso le breadwinner della coppia, e gli uomini faticano a reggere il loro passo. Ma anche una in cui, con l’accesso alle posizioni di potere, sembriamo attuare gli stessi comportamenti patriarcali che abbiamo tanto criticato, sessismo compreso.
«I won’t settle for a guy with a fake job»: l’inno di Olivia Rodrigo
Su TikTok, la colonna sonora dei video sui fake job è expectations di Olivia Rodrigo che, seguendo le orme di Dua Lipa, dopo essersi lasciata con Louis Paltridge ha scritto una perfetta manifestation song. Esattamente come Training Season, la hit della cantante inglese, con expectations Olivia mette nero su bianco tutto quello che si aspetta dal prossimo ragazzo di cui si innamorerà.
Canta tutte le cose a cui non intende più rinunciare e i “tranelli” in cui non vuole più incappare. Uno di questi è proprio quello dei ragazzi con fake job, di cui dice: «Sembrano davvero alla disperata ricerca di essere amati: ma io no!». Le ragazze hanno subito capito dove la cantante andava a parare, e la strofa sui fake job ha ottenuto viralità istantanea.
I fake job e i nepo baby delle grandi città
Quando le è stato chiesto di spiegarsi (da un uomo), in un’intervista Olivia ha chiarito che si tratta di un trend molto riconoscibile in città come New York e Los Angeles. È qui che sono tantissimi i figli di ricchi che non lavorano realmente, ma sostengono di svolgere professioni come i DJ o i produttori e «lavorano al massimo un giorno a settimana».
I fake job sono infatti spesso collegati al fenomeno dei nepo baby – letteralemente “figli del nepotismo” – ovvero i figli di benestanti o ricchi che non hanno realmente competenze per svolgere i lavori, spesso importanti e ben remunerati, che scrivono nelle bio di Instagram.
I fake job degli uomini normali: una facciata per proteggersi dai giudizi
Ma lontani da città come Milano, Parigi e Los Angeles, i fake job sono spesso uno scudo per proteggere la propria immagine quando si sa di vivere nel precariato. Mentre noi donne siamo più abituate ad ammettere di avere lavori poco pagati, occasionali o da freelancer, per gli uomini non avere un contratto indeterminato o un ruolo importante è (ancora) visto come un fallimento sociale.
Dietro ad etichette autoimposte come il generico “consulente” o “direttore artistico”, spesso c’è la consapevolezza di essere ancora rilegati a ruoli di stage, apprendistati o di stare cercando – a fatica – di entrare in un mercato difficilmente aperto ad entry level.
Accasarsi con gli uomini con i fake job: fanno davvero qualcosa per cambiare?
Un articolo apparso sul magazine americano The Cut evidenzia come spesso le donne si ritrovino, volenti o nolenti, in relazioni con partner che non sono in grado di autosostenersi. E, mentre sono loro ad occuparsi di bollette, cibo e affitto, loro non sembrano preoccuparsene. Il fake job, in questo caso, diventa una facciata mentre si svolge un altro lavoro, poco pagato e malvisto.
E mentre noi donne siamo più abituate a gestire questi periodi di transizione, facendo i conti con la FOMO, la mancanza di status e i problemi di autostima che ne derivano, sembra che gli uomini preferiscano illudersi di avere un vero lavoro piuttosto che scendere a patti con la realtà. Un modo per continuare a dipendere dalle fidanzate dopo essere usciti dal nucleo famigliare, e di fatto una scusa per non crescere e non fare i conti con i problemi da adulti.
Fake job, tra ironia e problemi seri
Come tutti i trend online, molto presto anche quello dei fake job è diventato un meme: oggi sono tantissimi i contenuti ironici riguardo ai lavori che non esistono realmente, con nuove aggiunte come gli ingegneri («Chi ha mai capito cosa fanno?»), gli strategist («Chi ha bisogno di 40 ore di strategie?») o i project manager («Anche io ho molti progetti!»). Ma il fatto che siano collegati al mondo delle professioni umanistiche, della moda e dell’editoria non è sicuramente casuale.
Mentre tendiamo a prendere maggiormente sul serio chi svolge professioni legate al mondo della matematica, della finanza e della scienza, le materie umanistiche oggi sono viste come poco remunerative (vero) e come poco più di hobby. Una conseguenza della crisi, che proprio su questo tipo di professioni ha pesato maggiormente, ma in un qualche modo anche una dimostrazione del sessismo ancora presente nel nostro sguardo.
Pensare che ci siano professioni da donna e professioni da uomo è irrazionale, eppure su Internet sembra che avere un fake job per una donna sia cool e per un uomo sia patetico. Non a caso la sottocategoria dei fake job è “fake gay job”, dove si scherza sulle “tipiche professioni false dei gay”, con termini che vanno da stylist a consulente d’immagine.
Ragazzi soli, ragazze sole: cosa ci dice il fenomeno fake job sul dating oggi
Quelli in cui viviamo sono tempi strani, e non è facile stare al passo con tutti i cambiamenti che avvengono a livello sociale, economico e relazionale. Se è vero che noi donne siamo più abituate ad avere spazi dedicati all’ascolto reciproco e all’introspezione, è pur vero che gli uomini stanno vivendo uno shift culturale difficile da comprendere.
Non dev’essere semplice fare i conti con la cultura che li ha cresciuti e quella di oggi, dove meritocrazia, impegno e convinzione non sono più strumenti validi per la mobilità sociale. Anche la parità, o almeno quei primi passi in avanti che abbiamo fatto come donne, soprattutto sul mondo del lavoro, è il primo tassello di un nuovo mosaico a cui è necessario abituarsi, e per farlo ci vuole tempo.
I tentativi di proteggersi e far buon viso a cattivo gioco, soprattutto tra dating app e primi appuntamenti, sono lo specchio di un’insicurezza generale. Che fa sorridere, sì, persino ridere – ma che dobbiamo prendere sul serio.