Che cos’è il Satkama Yoga
«Questo metodo coniuga la saggezza yogica e le pratiche fisiche – racconta l’insegnante Alessia Pasquali – , come il Kundalini Yoga, lo Yin e il Sat Nam Rasayan, con strumenti della relazione d’aiuto: il coaching, per trasformare i dubbi in azioni e la psicologia sistemico relazionale, per svelare modelli invisibili che condizionano le relazioni». Si tratta quindi di una disciplina che supera la sola prestazione fisica sul tappetino. L’obiettivo è l‘unione e l’equilibrio tra corpo, mente e coscienza, per ritrovare stabilità e presenza nel quotidiano, quando la vita ci mette a dura prova.
L’incontro tra Kundalini e Yin Yoga
Secondo il Satkama Yoga è la pratica a doversi adattare alla persona e mai il contrario. Forzare il corpo in posizioni non idonee o esegurire esercizi per puro automatismo aumenta il rischio di infortunarsi e crea una divisione netta tra corpo e mente. Adattare lo yoga alla persona significa sviluppare consapevolezza e ascolto. Per farlo questo metodo lavora sull’equilibrio di due forze complementari: la parte dinamica della pratica e quella della stasi. Attraverso i movimenti ritmici del Kundalini Yoga si rinforza il sistema nervoso e il corpo, per sostenere la pressione quotidiana. Grazie al lavoro di rilassamento profondo proveniente dallo Yin Yoga si agisce su legamenti, fasce, articolazioni, per creare uno spazio fisico ed emotivo di relax lì dove c’è rigidità.
Oltre la performance e il successo: fare spazio al desiderio
Nell’ambito professionale tantissime donne raggiungono traguardi importanti, gestiscono responsabilità complesse. Eppure dietro quella impeccabile efficienza si insinua spesso una sensazione di solitudine e alienazione. Chi sono quando spengo il telefono di lavoro e chiudo l’agenda? Come sto quando esco dal mio ruolo professionale?
Siamo abituate e spinte a definire la nostra identità attraverso ciò che facciamo, mosse da aspettative sociali e dalla paura di non essere mai abbastanza. Il Satkama Yoga propone invece un percorso inverso: sottrarre, fare spazio e decondizionare la mente. Bilanciando l’azione dinamica con la pratica dell’ascolto interiore questo metodo ci aiuta a disattivare l’ipercontrollo. Così si libera l’energia vitale e possiamo finalmente rispondere a una domanda essenziale: cosa desidero davvero quando faccio silenzio dentro di me?
Le relazioni: quando la cura parte dalla stabilità del caregiver
Questo tipo di yoga sa essere molto utile anche nelle situazioni di forte fragilità familiare, come l’esperienza di sostenere un figlio che affronta un disturbo alimentare. Di fronte a una prova così complessa Alessia Pasquali porta la sua testimonianza diretta come madre e il sostegno che lo yoga le ha dato per affrontare questo momento.
«Ho toccato con mano l’impotenza, la disperazione, la solitudine e la rabbia dei genitori sottoposti a un giudizio esterno. Non è stato semplice, – racconta Alessia Pasquali – avere fiducia quando intorno a te nulla sembra cambiare, avere il timore di dire la parola sbagliata, vedere tua figlia che rischia di morire. Il confronto con le altre mamme nelle mie stesse condizioni è stato profondo, ma anche molto sfidante. Lì ho visto chiaramente come le dinamiche dei condizionamenti lavorano negli individui e nelle famiglie. Anche in quel contesto lo yoga mi ha salvata e mi ha permesso di capire che sono una risorsa per la guarigione di mia figlia, anziché un peso. Come? Rimanendo stabile e centrata, senza farmi fagocitare dalla dinamica della malattia».
Cambiare prospettiva nel prendersi cura
Il Satkama Yoga non si sostituisce al lavoro delle équipe mediche multidisciplinari, ma agisce sull’ambiente relazionale nel quale vive il ragazzo/a affetto da un disturbo alimentare. Questo approccio yogico consente a chi si prende cura di rimanere stabile e centrato, come un punto fermo. I DCA spesso colpiscono persone ipersensibili e brillanti e «se il contesto continua a controllare – ci spiega Alessia Pasquali – non resta spazio per essere davvero se stessi. Serve restituire stabilità e fiducia ai genitori e offrire ai figli uno spazio sicuro di cui si ha bisogno per guarire».
Come riportare la mente al centro
Ritrovare il proprio centro e sciogliere il sovraccarico emotivo richiede un primo passo fondamentale: separare il proprio valore dai ruoli che si ricoprono. Le scadenze lavorative, la gestione della casa, le emergenze familiari sono contesti in cui ci esprimiamo, ma non definiscono chi siamo davvero. Accanto a questa consapevolezza, quando l’ansia spinge a dover risolvere o gestire subito una situazione critica, fermarsi anche solo per cinque minuti e riportare l’attenzione al respiro addominale permette di capire se stiamo agendo con consapevolezza o per paura. Riuscire a non farsi travolgere dalla reattività o dal giudizio è il contributo più potente che possiamo offrire a noi stesse e alla guarigione delle persone che amiamo.