I disturbi del comportamento alimentare sono in aumento, anche in Italia, e non occorre attendere la Giornata del fiocchetto lilla per averne conferma. Ma accanto ad anoressia e bulimia, si diffondono anche nuovi fenomeni, come l’Arfid (l’Avoidant restrictive food intake disorder, cioè la tendenza a mangiare solo una gamma molto ristretta di cibi) e – più recente – la “social fame”. In questo caso ad essere più colpiti sono soprattutto i giovani, influenzati nei comportamenti dai social, dall’idea di una magrezza non reale, di muscolature da raggiungere tramite i consigli di influencer senza alcuna competenza, arrivando anche a gesti di autolesionismo, come spiega l’esperta.
Cos’è la social fame
«Il termine social fame deriva da un gioco di parole tra la parola italiana “fame” e l’inglese “fame”, la ricerca di fama e notorietà, il tutto passando dal mondo social che alimenta alcune tendenze si stanno affermando in modo pericolo e preoccupante», spiega Laura Dalla Ragione, psichiatra, psicoterapeuta, che da 20 anni si occupa di disturbi del comportamento alimentare. Già presidente della Società Italiana Riabilitazione Disturbi del Comportamento Alimentare e del Peso-SDIRIDAP, Dalla Ragione ha scritto con Raffaela Vanzetta un libro dedicato al fenomeno: “Social fame. Adolescenza, social media e disturbi alimentari” (Il pensiero scientifico editore).
Cibo e corpo dominano i social
«La “fame di fama”, il desiderio di visibilità può diventare un’ossessione e una spinta per i giovani verso comportamenti a rischio, in particolare quelli che hanno a che fare con i disturbi alimentari. D’altro canto la parola più ricercata in Rete è “food” e l’altro tema ormai dominante è l’immagine corporea. Il problema è che in un mondo ormai sempre più photoshoppato e ora dominato l’AI, immagini modificate portano a confronti con ideali irraggiungibili – prosegue Dalla Ragione – Questo porta a una insoddisfazione verso il proprio corpo che, pur non essendo ancora un DCA rappresenta un terreno fertile».
Chi soffre di social fame
I bersagli, dunque, sono soprattutto i giovani, con alcune differenze: «Se le piattaforme rappresentano un rischio per tutti, le manifestazioni sono diverse: nelle ragazze c’è un’attenzione maggiore alla magrezza, mentre per maschi il pericolo è che inseguano un modello corporeo muscoloso non realistico (la “vigoressia”), seguendo consigli di presunti esperti: la verità è che i social sono un far west, dove chiunque può aprire una pagina fornendo indicazioni nutrizionali o di fitness, senza alcuna competenza su alimentazione o scienze motorie», sottolinea l’esperta. Nel libro, Dalla Ragione affronta anche un risvolto molto preoccupante del fenomeno.
Il rischio di autolesionismo
«Oggi non solo i canali attraverso cui ragazzi e ragazze possono attingere a informazioni riguardo a metodi pericolosi per perdere peso si sono moltiplicati a dismisura. Ma sono a portata di tutti anche App per il conteggio calorico o il dispendio energetico, e anche il semplice utilizzo dei social media ha un’influenza sull’autostima e contribuisce a cambiare l’immagine corporea di chi ne fa uso, determinando un aumento di sintomi depressivi, l’interiorizzazione di ideali di magrezza, pratiche di monitoraggio del corpo, arrivando a forme di autolesionismo».
Il nuovo fenomeno dettato dai social
«In questo caso – spiega la psicoterapeuta – si possono distinguere forme che riguardano le ragazze, che si procurano tagli (il cosiddetto “cutting”, NdR), bruciature o escoriazioni, per attenuare il dolore psicologo con uno fisico, da altre più tipiche dei maschi, che si lanciano in challenge molto rischiose per dimostrare forza, coraggio: la sfida a ferirsi, infatti, viene sempre mostrata, ostentata, come se fosse qualcosa di cui essere orgogliosi. Ma questo comportamento è molto dannoso non solo per chi lo attua, ma anche per gli effetti di emulazione e dunque istigazione in chi guarda video e foto di questo tipo di gesti in Rete».
Cresce anche la diabulimia: cos’è e quando si manifesta
Tra gli altri fenomeni in crescita c’è la diabulimia, che colpisce pazienti con diabete di tipo 1, cioè quello congenito, che usano l’insulina come metodo di controllo del peso: «Si tratta di una patologia molto pericolosa: abbiamo molti giovani che sono ricoverati per le conseguenze della non assunzione di insulina, che invece è fondamentale per i pazienti diabetici, per poter dimagrire. I ragazzi e le ragazze in questione sanno che astenendosi possono perdere peso, ma sottovalutano le conseguenze, per esempio gravi danni agli occhi o il coma glicemico», spiega Dalla Ragione.
Diabetici e celiaci più a rischio
Come sottolinea ancora la psichiatra dell’Università Campus Bio-Medico di Roma, «il diabete stesso, come la celiachia, è un fattore di rischio per i disturbi del comportamento alimentare: capita spesso che bambini e giovani, costretti a stare attenti a ciò che mangiano, sviluppino più facilmente un DCA proprio a causa delle restrizioni che segue. Anche in questo i social sono fonte di informazioni e supportano comportamenti errati, proprio come accade per violenza, istigazione al suicidio o abuso di alcol. Quello che occorrerebbe è spiegare davvero le conseguenze di questi gesti».
La censura non basta
«I ragazzi oggi non guardano la tv, leggono pochissimo, ma si informano in Rete, non sempre tramite canali adeguati. Serve, quindi, una educazione digitale, che non può limitarsi al divieto di accesso per i più giovani, come si sta facendo in Australia, Francia e altri Paesi. La censura non è l’unico rimedio: dobbiamo anche far capire quale effetto emotivo e sulla mente ha l’esposizione prolungata ai social. È fondamentale, quindi, fornire anche elementi protettivi ai giovani, senza escludere alcune limitazioni all’uso dei device, specie nei più piccoli: gli effetti sono ormai noti, come nel caso dell’aumento dell’ADHD collegato all’uso precoce, sotto i 5 anni, di smartphone e tablet».