Che il benessere sul luogo di lavoro sia fondamentale, è ormai chiaro. Lo sa bene la Gen Z, che è più propensa a lasciare un posto se non soddisfa le due aspettative (professionali e di balance tra lavoro e vita privata). La Gen X, invece, fatica ad accettare l’idea di dire dei “no” anche in ufficio. Ma la conseguenza potrebbe essere di ammalarsi di lavoro, come invece sta accadendo e come racconta Isabella Schiavone in Lavoro tossico (Nutrimenti).

Il bullismo sul posto di lavoro

L’inviata veterana del Tg1 Rai, autrice di molte inchieste, si è dedicata proprio a questo tema, raccontando di «posti dove la leadership si esercita a colpi di e-mail notturne, dove la creatività è percepita come minaccia, dove il capo non è guida, ma predatore rapace. Dove l’ansia da prestazione – da cui non sono immuni né le start up dell’Intelligenza Artificiale, né gli antichi ministeri – diventa servitù contemporanea», come spiega Gianni Riotta – altro numero uno del giornalismo e oggi docente alla Princeton University – nella prefazione. Schiavone parte da una considerazione: il bullismo non esiste solo nelle scuole, ma dilaga anche negli ambienti professionali.

Quando il lavoro diventa tossico

«Il lavoro tossico non si riferisce solo a episodi estremi di mobbing e abusi evidenti, che pure sono fin troppo frequenti, ma anche a un ambiente che normalizza lo stress, che premia chi sacrifica tutto al lavoro e invece demotiva o penalizza chi invece cerca un equilibrio tra vita privata e professionale. Siamo in presenza di lavoro tossico ogni volta che questo consuma, invece che sostenere, quando toglie energie e soprattutto dignità invece che restituirle», spiega Schiavone, che cita dati, ma anche molte testimonianze di stress quotidiano, fino a casi clamorosi di persone – specie donne – che arrivano a morire per il lavoro.

I sintomi del lavoro tossico: come riconoscerlo

I campanelli d’allarme sono tanti: a volte sono facilmente riconoscibili da chi li prova, mentre in altri casi sono sottovalutati o confusi con altro: «Si va dal classico mal di testa, ai disturbi d’ansia, dall’insonnia al reflusso gastrico, alla tachicardia, senza escludere un senso di disorientamento. Sintomi che molti di noi hanno imparato a portare con sé ogni sera a casa, come un’ombra dietro la porta», sottolinea la giornalista, che cita alcuni fenomeni più o meno noti, come il burn out, il mobbing e lo straining.

Cos’è lo straining

Sul mobbing e il burnout si è detto molto e si continuano ad approfondire le casistiche, mentre lo straining è un fenomeno – o meglio una fase – meno conosciuta dello stress da lavoro: «Si tratta dell’inizio del burnout: mentre questo è una sindrome cronicizzata, però, lo straining può manifestarsi anche solo con un episodio. Accade, per esempio, se una persona è demansionata e questo le procura malessere. Dalle testimonianze che ho raccolto, anche tramite una psicoterapeuta, i casi sono molto frequenti, specie tra le donne e i giovani», spiega Schiavone.

Perché donne e giovani sono i più colpiti da straining

«I motivi sono molti e hanno a che fare con un certo retaggio culturale: noi donne, si sa, siamo sottoposte a carichi di lavoro pesantissimi sia che fuori casa. Al lavoro, in particolare, tendiamo a volere che siano riconosciute le nostre competenze e talvolta questo non avviene, quindi soffriamo di straining e burnout – spiega l’autrice – La Gen Z, invece, è la prima generazione che rifiuta il modello businessman, quello che esce da un’auto costosa e frequenta ristoranti esclusivi: i giovani pretendono una worklife balance degna, tempi di vita e lavoro equilibrati».

Basta lavorismo e workaholic

Schiavone insiste: «Non è vero che i giovani non hanno voglia di lavorare: semplicemente hanno capito che il lavoro serve per vivere e non bisogna vivere per lavorare. A differenza dei 50 e 60enni, non credono più nel “Dio lavoro”, nel rampantismo, non vivono l’ossessione per la performance. Occorre ricordare che il cosiddetto workaholic porta spesso all’alienazione, alla solitudine e alla perdita del senso della vita, salvo poi realizzare che il lavoro da solo non ripaga in termini emotivi, amorosi e relazionali: in una frase, direi che il modello culturale del lavorismo sta fallendo».

Tra abuso e maschilismo, da straining a burnout

Tornando alle donne, la considerazione di fondo è che in un paese come l’Italia la cultura del lavoro sia caratterizzata da «gerarchia arcaica, clientelismo e maschilismo», ossia abuso, che diventa un abuso di tempo quando si approfitta della disponibilità di fa straordinari magari non pagati; abuso di potere e abuso di fiducia, quando non anche fisico, come purtroppo dimostrano i casi di cronaca come quello del primario di Catania che vessava la sua collaboratrice. «Nel campo medico purtroppo non si tratta di casi isolati, così come sono numerosi quelli di lavoro tossico: basti pensare che una persona su 2 soffre di burn out per stress cronico», insiste Schiavone.

Il sessismo sul posto di lavoro

A questo si aggiunga il sessismo «che è uno degli elementi che contribuiscono a rendere un posto di lavoro tossico. In Italia le statistiche lo confermano, specie in ambito sanitario: il 51,3% dei medici è donna, ma solo il 19,2% diventa poi primario o primaria. Purtroppo nel libro racconto anche della testimonianza di una donna che mi ha molto colpita: vedendo un uomo lanciarsi dalla finestra e perdere la vita, ha commentato “Beato lui, ha smesso di soffrire”. Parole toccanti che spiegano come il lavoro possa diventare un peso, a fronte di sacrifici inenarrabili. Chi le ha pronunciate aveva 50 anni, si era laureata, aveva terminato un master e poi iniziato un percorso di precariato molto lungo, nel quale il lavoro aveva un posto invasivo rispetto a tutto il resto», racconta la giornalista.

Le donne sono colpevolizzate in ogni scelta

Spesso si dice che le donne in Italia lavorano troppo poco. «A parte che mi fa sorridere che si dica che lavorano poco quando figli e famiglia si fanno in due, ma alla fine se ne occupa ancora in prevalenza la donna. La verità è che se una donna non ce la fa a gestire casa e lavoro, rinunciando a quest’ultimo, viene colpevolizzata. Ma lo stesso avviene se si dedica alla carriera professionale! Forse bisognerebbe dire che non solo occorrerebbe più servizi per le donne che lavorano, ma anche che occorre un nuovo umanesimo del lavoro».

Il lavoro è anche riconoscimento

Il lavoro, secondo Schiavone, non deve essere solo prestazione, ma sempre anche riconoscimento, appartenenza, senso identitario. Invece «A volte, in alcune realtà, il talento va addirittura nascosto per non rappresentare una minaccia». Come uscirne? «Credo che occorra rimettere la persona al centro, è questo l’umanesimo del lavoro, ciò che auspico e propongo. Ci sono realtà che lo fanno con protocolli e accorgimenti che sono possibili. Ma occorre anche una legislazione adeguata: ad oggi non c’è una legge sul mobbing e i riferimenti attuali sono piuttosto labili».

Manca una legge sul mobbing

«Il punto di riferimento è l’articolo 2087 del codice civile: è importante, “Impone al datore di lavoro di tutelare non solo integrità fisica ma anche la personalità morale del dipendente”, ma non dice nulla degli aspetti penali. Se ci fosse una legge sul mobbing, molti iter giudiziari sarebbero agevolati», sottolinea ancora l’autrice. Le differenze con altri Paesi sono chiare: «In Giappone c’è un nome per le vittime di troppo lavoro (karoshi), in Europa invece il Lussemburgo rappresenta un punto di riferimento in materia di worklife balance. Anche la settimana lavorativa di 4 giorni potrebbe aiutare, mentre in Inghilterra si parla di introdurre sanzioni peri datori di lavoro che non proteggono la salute fisica e mentale dei dipendenti. Il problema è sentito in tutto il mondo, ma l’Italia, secondo il Great Place to Work, è al 27° posto su 30 paesi, davanti solo a Ungheria, Slovacchia e Romania. Non proprio confortante».