Anche Natalie Pirks ha detto «Basta»: lascia il suo lavoro da giornalista sportiva della BBC. Una carriera importante, la sua, scandita dalle cronache – tra le altre – di 4 mondiali e delle Olimpiadi. Eppure ha deciso di dare le dimissioni, dopo oltre 20 anni al microfono, per dedicare più spazio alla famiglia e alla figlia. Una storia che sembra un copione, le cui protagoniste, però, sono spesso migliaia di donne nel mondo, le cui scelte, per lo più obbligate, passano sotto silenzio. Il motivo di decisioni così nette, infatti, è la difficoltà o l’impossibilità di conciliare professione e famiglia.
Natalie Pirks e la scelta sofferta
Nel caso di Natalie Pirks, che ha deciso di annunciare il suo addio alla carriera da giornalista proprio a cavallo della Festa della Mamma, è stato decisivo un disegno, ed esattamente quello della figlia minore: la ritraeva sdraiata mentre lavorava con il telefono in mano. Per la cronista è stato come guardarsi improvvisamente allo specchio, lei professionista ma anche madre, forse troppo fagocitata dal lavoro e dai ritmi serrati che questo richiede. Pirks, quindi, ha spiegato chiaramente di voler «essere più presente nella vita dei suoi figli». Non una novità per molte donne come lei, poste di fronte a un bivio.
Donne che lasciano il lavoro e scelgono la famiglia
«Credo che quello di Natalie Pirks sia prima di tutto un atto d’amore verso se stessa e verso la propria vita. Il clamore nasce dalla notorietà del personaggio, ma in realtà moltissime donne stanno vivendo questa stessa domanda interiore: “Il successo professionale che sto costruendo mi sta permettendo anche di vivere pienamente ciò che conta per me?”», commenta Virginia Vandini, sociologa e presidente dell’Associazione Valore del Femminile, che si occupa di valorizzazione del mondo femminile. Per Vandini «la Pirks rappresenta un femminile che sta tornando a casa, cioè verso una maggiore autenticità rispetto ai propri bisogni profondi», osserva ancora Vandini.
Quante Natalie Pirks non famose
La storia di Natalie Pirks, certamente, ha acceso un dibattito, non fosse altro che per la notorietà del personaggio: 20 anni di carriera, iniziata dopo la laurea in Giornalismo Multimediale all’Università nel 2000 di Bournemouth, nel Regno Unito. Dopo aver vinto un concorso interno alla BBC, è diventata cronista per il programma sportivo Grandstand, poi è passata a Radio 1 Newsbeat, per diventare infine reporter di punta della BBC Sport nel 2013, per la quale ha seguito alcuni dei più grandi eventi sportivi internazionali: tra questi quattro edizioni dei Mondiali di calcio e quattro Giochi Olimpici, comprese le Olimpiadi di Londra 2012. Ironia della sorte, non racconterà i Mondiali al via a breve negli Stati Uniti, in Canada e Messico. Eppure la scelta è stata naturale, per lei come altre donne meno famose.
Il rischio di perdere la famiglia
Per la Pirks la consapevolezza di essere “brava nel lavoro” si è accompagnata al timore di perdere i momenti più importanti della vita della propria famiglia e dei figli in particolare. Una paura «molto diffusa – conferma la sociologa – Tante donne oggi si sentono competenti, preparate e capaci nel lavoro, ma allo stesso tempo percepiscono il rischio di perdere momenti fondamentali della vita affettiva e familiare. Il punto, però, non è scegliere tra carriera e famiglia, ma interrogarsi su quale forma di vita ci faccia sentire davvero nutrite».
Un timore ancora soprattutto femminile
Vandini sottolinea, infatti, che «si può continuare a essere professioniste anche ripensando modalità, tempi e contesti lavorativi più sostenibili e rispettosi della qualità della propria esistenza». Eppure il problema al momento sembra ancora prevalentemente femminile: «Sì, anche se spesso negli uomini è meno riconosciuto o meno espresso. Culturalmente è ancora molto forte l’idea che il valore maschile coincida con la produttività, con il successo professionale ma anche con il “portare la pagnotta a casa” provvedendo ai bisogni della famiglia. Molti uomini vivono la stessa fatica, sebbene facciano più difficoltà a legittimare il desiderio di rallentare o di dare priorità alla dimensione affettiva senza sentirsi in colpa o percepirsi meno realizzati», spiega la sociologa.
Tornare a un modello sostenibile, per tutti
Intanto le più ottimiste trovano che qualcosa stia cambiando, anche molto (troppo) lentamente. «Credo che il cambiamento arriverà quando il lavoro smetterà di essere costruito solo attorno a performance e profitto e tornerà a mettere al centro le persone. Non possiamo continuare a progettare modelli produttivi ignorando il benessere umano. Il lavoro dovrebbe essere un’espressione della vita, non qualcosa che la consuma. Le donne, oggi, stanno portando con forza questa consapevolezza e possono diventare promotrici di modelli più sostenibili, in cui realizzazione professionale e qualità della vita non siano più vissute come opposte».