Il vantaggio di avere delle giovani colleghe con circa la metà dei miei anni è che quando parlo mi ascoltano. Non foss’altro perché sono il capo. Per una abituata a fronteggiare sbuffi e occhi al cielo da parte di loro quasi coetanee che mi chiamano “mater”, è una bella conquista. Ovviamente, ogni volta che abbassano lo sguardo sul telefonino durante una riunione, mi assale il sospetto che mi stiano “cringiando”, per dirla come la direbbero loro. E che dietro i sorrisi e i cenni di assenso ci sia una sotterranea e irrefrenabile ridarella via chat, con tanto di meme con me che mi acciglio, sproloquio e rido incosciente con una foglia di insalata tra i denti. Non so se le mie “superiori” di un tempo provassero la stessa inquietudine di fronte alla me poco più che 20enne. Se si sentissero rassicurate dal ruolo e dall’esperienza, ma nel contempo esposte e suscettibili. Se era così, lo nascondevano benissimo. Ma è vero che a volte ridevamo di loro, noi della nuova guardia, in un misto di scherno e deferenza. La giovinezza è per sua natura sfacciata e irriverente, anche quando è beneducata.
Sapersi ascoltare tra generazioni
Lavorare gomito a gomito tra persone di età diverse non è una cosa nuova: a renderla particolarmente avvincente in questo nuovo millennio digitale è che i junior ne sanno spesso più dei senior in fatto di nuove frontiere tecnologiche e gusti e tendenze, spesso troppo volatili per stargli dietro col nostro passo analogico, dunque s’impara vicendevolmente, anche se a volte ci si sente un po’ scemi. L’importante è sapersi ascoltare. Le conversazioni più stimolanti, più che il lavoro, riguardano la vita, che sempre entra nel nostro mestiere di osservatrici e divulgatrici del reale, decrittatrici di ciò che ci sta intorno. Ed è da lì che partono le discussioni più accese e costruttive. Veri tornei tra generazioni, in cui si confrontano visioni antagoniste e prospettive non sempre siderali come sembra. A patto di non porsi a difesa del proprio fortino ed essere disponibili a guardare anche da angolazioni differenti. Soprattutto a non farsi fregare da pregiudizi che spesso aprono fossati tra le parti, inchiodando le une al mito dell’indolenza figlia dei tempi e refrattaria alla fatica, le altre alla retorica del sacrificio e del “vedrai”.
Crollato il mito del potere
Ma i desideri restano uguali
E allora, per cosa ci si immola? È proprio la parola che è sbagliata, fuori moda. In un periodo di incertezze e di austerity, sacrificarsi è un valore a fondo perduto. Una panzana. Perché l’impegno non torna quasi mai indietro, se non in forma risicata. Per questo i giovani (eccomi entrata nelle semplificazioni) hanno abdicato allo stakanovismo, non l’hanno proprio considerato. E non perché siano sfaticati – anzi pedalano più di noi per stare a galla e tenere il vento in quel mare aperto e non sempre piatto che è la flessibilità, cugina stretta della precarietà – ma perché il mondo è cambiato. Eppure vogliono le stesse cose: amore, casa, figli, stipendi degni e tempo per sé. Non sono nati ansiosi, lo sono diventati. Non sono allergici ai rapporti impegnativi, non possono permetterseli. È già un traguardo badare a sé. Questo è quello che finora ho capito, in questo bello scambio di idee e di panorami. Un ottimo modo per crescere insieme. Senza sentirsi superiori o superate.