«Se oggi ripenso alla me di allora, provo una tenerezza immensa. A 25 anni vivevo correndo da un lavoro all’altro: 6 impieghi nella ristorazione per poter mettere insieme uno stipendio dignitoso. Uscivo alle 9 del mattino e rientravo alle 3 di notte. Andava avanti così da anni, da quando a 16 avevo perso mio padre e avevo lasciato gli studi per aiutare la mia famiglia.
La storia di Giulia, tanti lavori e poi la maternità
Poi, un giorno, ho iniziato a confondere i posti di lavoro, a presentarmi in un locale invece che in un altro. Lì ho capito che mi stavo perdendo. Così ho iniziato a mollare qualcosa, poco alla volta, finché mi sono licenziata. Per la prima volta respiravo. Avevo messo da parte qualche risparmio e volevo tornare a studiare, riprendermi i sogni lasciati indietro. A dicembre arriva l’imprevisto più grande: rimango incinta. La gioia si mescola subito alla paura. Chi assumerà una donna incinta? Infatti, nessuno. Resto a casa, poi, quando mio figlio è ancora piccolo, ricomincio daccapo. Finalmente trovo lavoro come addetta mensa in una grande azienda di ristorazione. Dopo 2 anni nasce la mia seconda figlia. È malata.
La seconda figlia è malata, Giulia viene invitata a licenziarsi
Da quel momento inizia la battaglia più dura della mia vita. Chiedo la 104 per poterla assistere, ma l’azienda trasforma tutto in una guerra silenziosa: documenti che spariscono, firme mancanti, pratiche rallentate. Io continuo a lavorare in silenzio, senza usare quasi mai i permessi che mi spettano. E la sera piango, sempre. Quando resto incinta per la terza volta, quella maternità diventa quasi una salvezza, mi permette di prendermi cura della mia seconda bambina. Ma al ritorno ricevo una telefonata: mi invitano a dimettermi. Resisto. Per 5 anni sopporto in silenzio isolamento, umiliazioni, colleghi costretti a evitarmi persino fuori dal lavoro per direttive superiori. Alla fine, cedo. Mi ritrovo a casa, svuotata.
Essere “solo mamma” a Giulia non basta
Essere “solo mamma” era più faticoso di qualsiasi turno massacrante. Non ero più Giulia: ero soltanto una madre che si sentiva pure incompleta, dipendente dagli altri perfino per comprare un gelato ai propri figli. Ricomincia il pellegrinaggio dei colloqui. Ovunque la stessa domanda: «Perché si è dimessa con tre figli?”». Non potevo raccontare il mobbing: chi subisce certe cose viene spesso considerato il problema. Bastava vedere la 104 e venivo etichettata. Nessuno guardava la mia professionalità, la mia forza, la mia esperienza. Ero solo una madre “complicata”.
La telefonata che cambia tutto
Poi arriva una telefonata di AFOL. E mi cambia tutto. Al primo colloquio mi fanno capire una cosa fondamentale: io non ero sbagliata. Avevo solo smesso di credere nel mio valore e nelle mie competenze. Mi insegnano a non presentarmi subito come madre, ma come professionista. Mi danno consigli su cosa dire, su come pormi. Con quella nuova consapevolezza affronto un altro colloquio nella ristorazione. Parlo di me, delle mie capacità, della mia esperienza. Solo alla fine dico di avere figli. Non menziono la 104, non sono tenuta a farlo. E vengo assunta. Esco con il contratto in mano e mi sento leggera, quasi invincibile. Non era cambiato il mio curriculum: ero cambiata io. E la verità è tutta in una domanda che trovo finalmente il coraggio di fare al datore di lavoro che mi sta assumendo: «Se fossi stato un uomo, me lo avrebbe chiesto se ho figli?».

Come funziona COB23 di Afol Metropolitana
La storia di Giulia è molto comune. C’è chi lascia il lavoro dopo la maternità, chi per un licenziamento, chi perché non riesce più a sostenere orari incompatibili con la vita familiare. E poi ci sono i mesi che passano: il tempo trascorso in casa, le relazioni professionali che si allentano, la sensazione di essere rimaste fuori dal mercato del lavoro. È da questa realtà che nasce COB23, il progetto promosso da AFOL Metropolitana insieme al Comune di Milano per intercettare e accompagnare le donne che hanno interrotto il proprio percorso lavorativo. L’obiettivo non è soltanto aiutarle a trovare un nuovo impiego, ma ricostruire fiducia, motivazione e consapevolezza. Perché, spiegano i promotori, il rischio più grande è l’inattività.
Cos’è AFOL Metropolitana
AFOL Metropolitana è una realtà unica nel panorama italiano: un’agenzia pubblica che gestisce insieme centri per l’impiego, formazione professionale e orientamento. I soci di maggioranza sono Città Metropolitana di Milano e Comune di Milano, insieme a 89 Comuni del territorio. Proprio dal capoluogo lombardo nel 2023 è partita la sperimentazione, oggi estesa anche ai territori di Rho e Legnano.
Da dove deriva il nome COB23?
Il nome del progetto, che Donna Moderna sta supportando sui social con il manifesto Tu non sei invisibile, deriva dalle “Comunicazioni Obbligatorie”, le COB: sono i moduli che i datori di lavoro devono compilare quando un rapporto termina, per licenziamento o dimissioni, ma che spesso vengono chiusi in modo frettoloso e incompleto. Questi dati, invece, sono fondamentali, perché permettono ad AFOL di individuare e contattare le donne che hanno perso il lavoro: il target è tra i 30 e i 44 anni, con domicilio a Milano. «COB23 non è un call center e non vende nulla. Né è una piattaforma di incontro tra domanda e offerta» precisa Alda Fiordelli, coordinatrice del progetto. «È un modo diverso di costruire una relazione d’aiuto. La telefonata serve a dire: non sei sola, esistono servizi e professionisti che possono aiutarti».
Le donne sono intercettate e aiutate
Dopo il primo contatto telefonico, i percorsi sono diversi. Alcune sono già pronte a rientrare nel mercato del lavoro e vengono indirizzate verso colloqui e offerte. Altre hanno bisogno di orientamento, dopo anni di inattività. Nei casi più complessi, AFOL costruisce un percorso personalizzato insieme ai servizi di formazione e riqualificazione professionale. Per Tommaso Di Rino, Direttore Generale, la forza del progetto sta nell’approccio di prossimità: «Per la prima volta abbiamo cercato di fare delle COB un uso non meramente amministrativo. I centri per l’impiego hanno preso atto che dietro i dati ci sono le persone e hanno deciso di andare incontro a chi rischiava di sparire dal mercato del lavoro». La reazione delle donne contattate è spesso sorprendente. «All’inizio è difficile farsi rispondere ma, quando capiscono che il servizio è gratuito e che c’è un’operatrice a disposizione, si crea una relazione d’aiuto molto positiva. La perdita di un lavoro è paragonabile a un lutto, ma noi cerchiamo di presentare opportunità concrete».
Il successo del progetto COB23
Da aprile 2023 a dicembre 2025, COB23 ha contattato 13.377 donne tra i 30 e i 44 anni. In 2.208 hanno scelto di aderire ai percorsi proposti. A ottobre 2025 il tasso di reinserimento lavorativo risultava del 50,7%. L’assessora allo Sviluppo economico e Politiche del lavoro del Comune di Milano, Alessia Cappello, lega COB23 a un traguardo più ampio di autonomia femminile: «Quattro anni fa, quando a Milano abbiamo firmato il Patto per il Lavoro, avevo un obiettivo chiaro: costruire strumenti concreti per rafforzare l’autonomia delle donne, a partire dall’indipendenza economica e quindi dal lavoro. Con AFOL Metropolitana abbiamo scelto di rivolgerci soprattutto a chi aveva interrotto il proprio percorso professionale. Volevamo mandare un messaggio semplice ma fondamentale: “Non fermarti. Continua a formarti, valorizza le tue competenze, lascia aperta la possibilità di ripartire”. L’aspetto innovativo è proprio il contatto diretto attraverso le Comunicazioni obbligatorie. Molte ci dicono di non riuscire quasi a credere che un’istituzione si interessi davvero al loro futuro professionale. Le politiche attive del lavoro funzionano quando riescono a restituire alle persone non solo un’opportunità, ma anche la fiducia nelle proprie possibilità».
Le testimonianze di altre donne
«Finalmente sono nel posto giusto»
«A 41 anni, dopo un percorso pieno di pause, dubbi e ripartenze, riesco a laurearmi in Comunicazione e Psicologia. Per anni lavoro agli affari generali in un’azienda, senza soddisfazione. Ogni giorno mi chiedo se il problema sia il lavoro o aver seppellito i miei sogni. Provo a cambiare società, ma i colloqui diventano porte chiuse. L’unica vera vittoria sembrava la laurea. Ed è proprio quel traguardo a darmi il coraggio di lasciare tutto. Pensavo bastasse un buon curriculum, invece arrivano altri fallimenti. Quando COB23 mi contatta per offrirmi supporto, rifiuto: ero convinta di farcela da sola. Poi capisco che chiedere aiuto non significa arrendersi e decido di fidarmi. Quel percorso mi apre uno sguardo nuovo su me stessa e mi porta a un corso per Tutor delle Politiche attive del lavoro. Pochi mesi dopo, l’ente di formazione mi offre un contratto. Per la prima volta mi sento nel posto giusto». Antonella
«Non ho solo trovato un impiego, sono tornata a vivere»
«Per anni ho fatto l’educatrice professionale con amore. Quel lavoro era la mia vita, finché un dolore alla schiena cambia tutto. Dopo visite e accertamenti, i medici mi dicono che non avrei più potuto svolgere attività fisiche intense. Ricordo ancora il vuoto che ho sentito: il lavoro rappresentava una parte importante di me. A 44 anni mi ritrovo senza certezze, con la paura di non sapere più chi fossi né cosa sarei stata capace di fare. Poi, una mattina di novembre, mi chiamano dal progetto COB23. All’inizio ero diffidente, ma quella conversazione mi fa sentire ascoltata davvero. Per la prima volta qualcuno mi aiuta a vedere non ciò che avevo perso, ma tutto quello che avevo ancora da offrire. Ho ricominciato a studiare, a credere nelle mie capacità, anche nei giorni in cui volevo mollare. E quando ad aprile firmo il contratto come impiegata contabile, capisco che non sto solo trovando un nuovo lavoro: sto tornando a vivere». Cristina