Dopo lo shock iniziale, alla notizia della scomparsa del figlio di Cindy Crawford, Presley Gerber, arrivano i primi dettagli sulle circostanze della morte, avvenuta in un centro di riabilitazione di Los Angeles. Il 27enne aveva alle spalle una storia di dipendenze da alcol, farmaci e droghe e, a quanto pare, stava seguendo un percorso di disintossicazione che prevedeva il ricorso alla ibogaina, una sostanza che però per gli esperti è molto pericolosa e ancora in via di sperimentazione.

La tragedia di Presley Gerber

In un video, circolato nelle ultime ore, si vede il figlio della top model e del marito Rande Gerber, nonché fratello di Kaia (a sua volta modella) in un prato di fronte a una donna che tiene le mani giunte, come in segno di raccoglimento o preghiera. Lui, mani in tasca, è oggetto di una sorta di rito di purificazione. Nell’ultimo video che aveva postato sui social, invece, spiegava: «Sto cercando la strada verso me stesso», non nascondendo i problemi di salute mentale e l’abuso di sedativi. Ora l’autopsia chiarirà le cause del decesso, ma non si esclude che possa essere stato causato dall’ibogaina, una sostanza che in alcuni Stati viene usata in caso di dipendenze.

Cos’è l’ibogaina

«L’ibogaina è una sostanza derivata dalla radice di una pianta, l’iboga, che è un arbusto africano usato nella medicina tradizionale locale. È, quindi, conosciuta da tempo, ma è anche un alcaloide psicoattivo studiato di recente per verificarne la presunta efficacia nel trattamento di alcuni disturbi: per esempio, il disturbo post-traumatico da stress in militari di ritorno dal fronte, distrutti da ciò che avevano visto e subito, ma anche nel trattamento di dipendenze da oppioidi e, nel tempo, da altre sostanze», premette Riccardo Gatti, medico, psichiatra, coordinatore del tavolo tecnico sulle dipendenze della Regione Lombardia.

Una sostanza rischiosissima

Finora l’ibogaina è stata utilizzata solo in certi Paesi (mentre in molti è illegale), «seguendo determinati criteri, in un ambiente controllato e con un adeguato supporto psicologico, nella convinzione e speranza che potesse dare beneficio anche per alcune forme di dipendenza patologica – prosegue Gatti – Ma attenzione: è una sostanza ad altissimo rischio clinico: può provocare, ad esempio, una serie di disturbi gravi, come aritmie anche letali. È anche una sostanza allucinogena che può diventare a sua volta oggetto di abuso».

Non c’è ancora una cura a base di ibogaina

Come sottolinea l’esperto, con anni di esperienza nei Sert, «siamo distanti dall’aver trovato un farmaco che cura alcune forme di dipendenza o disturbi post-traumatici da stress. Finora sono stati condotti solo studi sperimentali su popolazioni ristrette e su animali. Ma ci sono due problemi: da un lato oggi siamo molto distanti dal disporre di una cura standardizzata. Laddove l’ibogaina non è illecita, stanno sorgendo cliniche – che chiamerei della speranza – a cui si rivolgono persone che hanno dipendenze o problemi di depressione, ma che a parere mio corrono rischi enormi. Dall’altro, c’è una spinta, anche di tipo commerciale negli USA, all’uso di psichedelici».

I rischi della psychedelic renaissance

Si tratta della cosiddetta “psychedelic renaissance”: la rinascita del ricorso agli psichedelici, promossa «da personaggi noti che ne diventano “testimonial”: si vantano di ricorrere a queste sostanze, a volte minimizzando i rischi e parlando di micro dosing, cioè di un uso in micro dosi, come se non ci fossero rischi, che invece ci sono. Per questo, da un punto di vista terapeutico, siamo molto distanti dal poter consigliare l’assunzione dell’ibogaina: si rischia davvero la pelle, lo sconsiglierei assolutamente. Magari un giorno si arriverà ad avere un farmaco, che contenga il principio attivo, ma che sia meno pericoloso e più maneggevole. Certamente non oggi».

Una società di consumi interconnessi

Purtroppo esiste anche un’altra considerazione: «Un conto è utilizzare certe sostanze in ambito strettamente controllato come storicamente è sempre stato fatto, per esempio nei riti sciamanici dei Paesi di origine, un conto è traportare il tutto nella nostra cultura consumistica – osserva Gatti – Come per altre sostanze ci possono essere effetti distruttivi per i consumatori. Purtroppo la nostra società dei consumi interconnessi è molto abile nel proporli ma, anche volutamente, tende ad abbassare lo spirito critico dei cittadini consumatori. Si rischia che la situazione assuma dimensioni preoccupanti, specie se si parla di sostanze psicoattive, farmaci compresi».

L’ibogaina in Italia

La morte di Gerber è avvenuta negli Stati Uniti, in California, ma qual è la situazione in Italia? Facendo una rapida ricerca online è facile imbattersi nel sito di ibogainaitalia, che si definisce come “centro di trattamento per la salute mentale e le dipendenze”. Si trova a Napoli e appare come un resort dove poter ritrovare anche l’equilibrio “in chi lotta contro traumi e alienazione emotiva”. «Che io sappia l’ibogaina non si usa in Italia a livello di cura e l’abuso individuale, per fortuna, non è diffuso – osserva Gatti – Il consumo privato potrebbe essere un “sommerso”, ma se ci fosse sarebbero inevitabili degli incidenti di percorso. Temo, tuttavia, che la psychedelic renaissance, prima o poi, lentamente farà breccia anche da noi, magari non con l’ibogaina, ma con altri psichedelici, visto gli interessi commerciali».