Non è successo all’improvviso. Non c’è stato un momento preciso in cui posso dire: da qui è iniziato tutto. È stato graduale, quasi impercettibile, qualcosa che si è insinuato piano nella mia vita. All’inizio era solo un drink, una sera ogni tanto, con gli amici, in discoteca o nel weekend. Una cosa normale, condivisa, niente di diverso da quello che facevano tutti. Solo che su di me ha avuto subito un effetto più profondo.
Bere mi calmava. Io ero sempre molto tesa, piena di pensieri, e con l’alcol quella tensione si abbassava. Diventavo più leggera, più socievole, parlavo in maniera più sciolta, ridevo di più. Mi sembrava di “funzionare” meglio nel mondo. E poi dormivo, finalmente. Per una come me, che ha sempre avuto problemi di sonno, quella è stata una scoperta potentissima: bevevo e crollavo, senza pensieri. Credo che sia lì che qualcosa si è agganciato dentro di me.
Quando tutto si è fermato
Quando è finito Quelli dell’intervallo, la serie in cui ero cresciuta e che dai 13 ai 21 anni aveva dato un senso alle mie giornate, non è finito solo un lavoro: si è spento qualcosa di più profondo. Un giorno c’era tutto – il set, le persone, la direzione – e il giorno dopo non c’era più niente. Non ero pronta. Mi sono ritrovata a casa a chiedermi cosa fare della mia vita. In famiglia non se ne parlava, come se bastasse dire: «Adesso fai qualcos’altro». Però io non sapevo cosa fosse quel “qualcos’altro”. Provavo ad avvicinarmi alle cose normali, l’università, il lavoro, ma mi sentivo sempre fuori posto. Dentro cresceva un pensiero costante: forse è colpa mia, forse non sono stata abbastanza.
Il vuoto e la dipendenza
In quel vuoto, l’alcol era già lì. All’inizio mi aiutava a stare con gli altri, poi ha sostituito tutto il resto. Il passaggio è stato lento ma inesorabile: prima il weekend, poi sempre più spesso, poi tutte le sere, poi anche di giorno. Non bevevo più per divertirmi, ma per non sentire quello che avevo dentro, soprattutto dopo la separazione dei miei genitori. Avevo 24 anni ed ero persa: non mangiavo più, ero nevrastenica. Poi ho capito che con l’alcol riuscivo ad anestetizzare tutto. Avevo degli amici attorno, ma erano persone come me. Era un club di disperati in cui tutti bevevano. Gli altri riuscivano comunque a portare avanti una vita, un lavoro, dei progetti, io mi sentivo l’unica incapace.
In realtà ognuno ha un limite diverso, e io quel limite lo avevo superato. Perché a differenza degli altri, quando tornavo a casa, non smettevo. Continuavo da sola. Le relazioni diventavano impossibili. Fare colazione con un’amica era impensabile. Chi provava ad aiutarmi diventava un ostacolo, reagivo come un cavallo impazzito. Avevo vicino ragazzi che mi volevano bene davvero, ma io ero dentro un ciclone di dipendenza e volevo solo essere lasciata in pace a bere. Anche in famiglia si era creata una distanza enorme. Mia madre dopo la separazione era crollata, mio padre ha continuato a vedermi come la bambina che non dà problemi. Anche quando lavoravo da lui e arrivavo già in loop alcolico, sembrava non accorgersi di nulla. Tutti sapevano, tranne lui.
La discesa, poi il punto di svolta
Nel frattempo, sparivo. Sono arrivata a pesare 34 chili, divorata dall’anoressia. Quando non bevevo diventavo ingestibile, aggressiva, ma non ammettevo la mia dipendenza. Sono andata dallo psichiatra, mi ha prescritto farmaci e con quelli credevo di aver risolto. Avevo i farmaci, i sonniferi e la bottiglia: potevo autogestirmi. La cosa più pericolosa. Non avevo la minima percezione del rischio. Mescolavo psicofarmaci e alcol senza pensarci. Facevo tutto quello che era in mio potere per distruggermi. L’alcol è una forma di autolesionismo, solo che è più accettata, più invisibile. Ti avvicina alla versione peggiore di te e, quando sei dentro, non te ne rendi conto. Ci sono momenti che non dimenticherò mai, in cui resta solo il buio. Quando sei ubriaco marcio non senti dolore, il ragionamento si spegne e puoi farti qualsiasi cosa senza accorgertene. Anche piantarti una mannaia in un braccio.
Il cambiamento non è stato un gesto eroico, ma qualcosa maturato lentamente. A un certo punto è entrata nella mia vita una persona che non beve. All’inizio è stato uno scontro, perché io negavo tutto, ma stare accanto a qualcuno che vede quello che tu non vuoi vedere ti costringe, prima o poi, a guardarti. Ho capito che stavo scegliendo l’alcol al posto di tutto, anche dell’amore. E mi sono chiesta se davvero volevo perdere anche quello. Ho avuto paura di non avere più nessuna possibilità. Allora ho fatto una cosa concreta: ho posato il bicchiere e ho detto basta.
La rinascita
Da lì è iniziato il lavoro vero, fatto di terapia, di sincerità, di fatica. Ho iniziato a prendere sul serio quello che mi stava succedendo, a non nascondermi più. Le cose belle sono arrivate dopo, non prima. Non è stato l’alcol a sparire perché la vita migliorava: è stata la vita a migliorare perché ho smesso di bere.
Se c’è una cosa che ho capito, è che il silenzio è il terreno perfetto per le dipendenze. Quando non riesci a parlare, finisci per cercare qualcosa che anestetizzi il dolore. Ma fuori esiste sempre qualcuno disposto ad ascoltare: un amico, un gruppo, un terapeuta. Bisogna trovare il coraggio di dirlo, perché il bicchiere non è mai la soluzione. È solo un modo per allontanarti da te stesso, e lentamente sparire.
(Testo di Giulia Boverio)

Un’emergenza per un milione di ragazzi
«La prima volta la ricordo bene. Una birra fuori dalla discoteca con gli amici, a 15 anni. Dentro non ce l’avrebbero venduta, così ci eravamo arrangiati con un distributore automatico. Ricordo la testa che girava un po’, ma soprattutto ricordo quanto era diventato tutto più facile: parlare, ridere, stare con gli altri. All’inizio era solo il sabato pomeriggio o la sera alle feste. Poi è diventata un’abitudine. Se uscivi, bevevi. Se non bevevi, eri quello strano». Bere, per molti adolescenti, comincia così, come per Giulia Boverio, di cui abbiamo raccolto la testimonianza nelle pagine precedenti, e per il ragazzo di questa storia che chiameremo Paolo. Un gioco tra amici, la voglia di sentirsi grandi, l’incapacità di prevedere le conseguenze di una leggerezza che nasconde pericoli inaspettati.
I numeri, i rischi e il cervello che cambia
Un piano inclinato su cui, secondo l’Istituto Superiore di Sanità che il 16 aprile promuove l’Alcohol Prevention Day, in Italia scivolano 1.300.000 ragazzi tra gli 11 e i 25 anni con un minimo comune denominatore: bere regolarmente e troppo. «Sono numeri che non si possono trascurare» spiega Andrea Fossati, preside della Facoltà di Psicologia dell’Università Vita-Salute San Raffaele. «Soprattutto perché, di questi, 620.000 sono minorenni. A un’età in cui il consumo dovrebbe essere zero ci sono adolescenti che praticano il binge drinking, bevendo alcolici a distanza ravvicinata per ubriacarsi.
Un fenomeno con conseguenze potenzialmente letali e in grado di provocare danni importanti sul lungo periodo». Mentre per anni è stato raccontato come prevalentemente maschile, oggi «assistiamo a un incremento significativo soprattutto tra le ragazze, che nel percorso di emancipazione finiscono per adottare comportamenti finora prerogativa dei coetanei» osserva Fossati. «Cambia anche cosa si beve: a differenza dei maschi che consumano prevalentemente birra, le ragazze preferiscono i cocktail a più alta gradazione, che però sono anche a più alta velocità di assorbimento. E questo le espone a rischi ancora maggiori».
Per capire davvero cosa sta succedendo bisogna spostarsi dal “quanto” al “perché”. L’alcol, soprattutto in adolescenza, non è solo una sostanza: è una risposta emotiva. «Ha un effetto disinibitorio, riduce gli stati d’animo negativi e diventa un modo efficace per spegnere ansia, vergogna, senso del giudizio. Sentimenti particolarmente forti tra le ragazze, su cui pesa l’omologazione ai modelli estetici». Con l’alcol si anestetizza tutto: il timore di non essere abbastanza belle, la paura di non farcela nello studio, di deludere, di non essere all’altezza. Il problema è che questo avviene mentre il cervello è ancora in costruzione. «La corteccia prefrontale, quella che regola il controllo, il giudizio, la capacità di scegliere, continua a svilupparsi fino ai 20 anni e oltre. E l’alcol interferisce proprio con questi processi» spiega Fossati. «Prima si inizia, maggiori sono i danni. Chi comincia a bere in modo problematico prima dei 15 anni ha fino a 5 volte più probabilità di sviluppare una dipendenza da adulto».
I segnali, le conseguenze e cosa possono fare gli adulti
I campanelli d’allarme sono spesso visibili, ma raramente riconosciuti dai genitori e collegati al consumo di alcolici: difficoltà di concentrazione, memoria che si inceppa, linguaggio che si impoverisce, rendimento scolastico che cala. L’errore più comune delle famiglie, spiega Fossati, è minimizzare. «Dire “L’ho fatto anch’io” rassicura gli adulti più che proteggere i ragazzi. La verità è che spesso non si beve per stare bene, ma per spegnere qualcosa. I segnali, se si guarda bene, ci sono: rientri notturni difficili, risvegli confusi, tempi lunghi per recuperare lucidità, mal di testa frequenti, stati di disorientamento. Fino ai più evidenti, quelli che si manifestano a scuola sotto forma di calo improvviso, sonnolenza, difficoltà a stare attenti».
L’alcol, intanto, fa il suo lavoro. Riduce il controllo, altera il giudizio, espone a comportamenti impulsivi. «E questo ha conseguenze immediate» sottolinea Fossati. Non solo sul piano cognitivo, anche su quello relazionale. Perché, quando si perde il controllo, si perde pure la capacità di valutare il pericolo, di dire no, di capire cosa sta succedendo. «C’è poi un aumento del rischio di comportamenti autolesivi e di ideazione suicidaria».
E non è solo l’ubriacatura a lasciare il segno. «Anche l’hangover ha un impatto sul cervello, tra disidratazione e alterazioni metaboliche. È un doppio danno, che si ripete e si accumula». E spesso l’alcol è il primo passo verso altre dipendenze. «Una porta d’ingresso che riduce il controllo e facilita altri comportamenti impulsivi, come il gioco d’azzardo».
Ma la risposta non può essere solo repressiva. «Il terrorismo non serve» conclude Fossati. «Serve informazione». Un’informazione chiara, concreta, che parli dei rischi reali e immediati, quelli che i ragazzi possono riconoscere. Ma serve anche qualcosa di più semplice e più difficile insieme: «Osservare, non minimizzare, parlare». Perché il problema non è solo quanto si beve. È quello che resta quando la sbornia passa.

Storie di dipendenza sono anche al centro di Fuori dal buio, il pocast di cui è co-conduttrice insieme a Luca Casadei.