Una bambina nata già grande, un albero di amarene in cui rifugiarsi, un orizzonte tempestoso in cui però si riaffaccia sempre il sole. La storia che Mariarosa Delmonte racconta nel libro Il mio albero di amarene è quella di una bambina costretta a diventare adulta in una famiglia imprigionata in una cappa di terrore, orchestrato da un padre-padrone. Ma è anche la storia di una straordinaria capacità di rinascita, proprio come il piccolo albero di amarene fiorito vicino a quello più grande, stroncato invece da un fulmine, sullo sfondo.

Mariarosa Delmonte è, come i suoi fratelli, un’orfana di femminicidio. Una di quei bambini di cui la legge ha cominciato a occuparsi pochi anni fa, che non si sa neanche esattamente quanti siano, sfuggiti alle maglie di qualsiasi censimento. Bambini costretti a crescere senza la mamma, uccisa dal padre, che a sua volta spesso si suicida o finisce in carcere. Per questo sono orfani. Le loro storie sono tragicamente molto simili. Un trauma profondo con cui convivere, una quotidianità da riconquistare, una fragilità che diventa corazza.

La storia del femminicidio di Olga nel libro di Mariarosa Delmonte

Questo libro racconta bene, nelle pieghe di uno stile delicato e leggero, la difficile infanzia del “prima” e del “dopo”, la crescita dei fratelli insieme, stretti intorno ai nonni e alla mamma, piegati dalle torture di un padre narcisista e manipolatore, umiliati nel loro desiderio infantile di spensieratezza e libertà. E poi la fuga da casa, la ritrovata libertà e la separazione dei genitori, fino all’epilogo tragico nel 1997, quando Olga viene uccisa a colpi d’ascia da un uomo che non si era mai rassegnato ad averla persa. Mariarosa aveva 25 anni, era la più grande tra i suoi fratelli Nicola e Giuseppe (che diventa Gabriele nel libro).

Giuseppe, a 30 anni dall’accaduto, ha abbracciato la sua storia per fondare l’associazione Olga. Educare contro ogni forma di violenza, che lavora concretamente per la prevenzione nelle scuole, collaborando con le istituzioni e contribuendo a cambiare le leggi attraverso attività di divulgazione e sensibilizzazione. Con il Progetto “Borse di Studio Orfani Speciali” si impegna inoltre a garantire il diritto all’istruzione e nuove opportunità di vita ai figli delle vittime di femminicidio, trasformando il dolore in speranza e giustizia.

Mariarosa ora è sposata, ha una famiglia e lavora in ospedale dedicandosi agli altri, a chi ha bisogno di aiuto nel momento in cui è più fragile. La incontriamo al telefono, pochi giorni prima dell’uscita del libro, prevista per il 10 ottobre. E parliamo della sua infanzia, quel mondo perfetto, nonostante tutto.

Mariarosa, nel libro descrive l’infanzia trascorsa con i nonni materni, Peppino e Carmela, come un’oasi di pace prima dell’affermarsi del clima di terrore domestico. Qual è l’eredità più profonda che le hanno lasciato?
I miei nonni materni rappresentano le fondamenta morali ed emotive su cui ho costruito l’intera mia resistenza. Nonno Peppino era un uomo di immensa bontà e saggezza, capace di infondere una serenità immediata. Ricordo con estrema nitidezza una mattina d’estate in campagna: avevo fame e non avevamo cibo con noi.

Il nonno, con naturalezza, trasformò due ceppi di legno in sedie e una cassetta di frutta vuota in un tavolo, sbucciando una semplice cipolla accompagnata da un pezzo di pane. Mi disse che quando si ha bisogno di qualcosa, quasi sempre la risposta si trova vicino a noi, basta saperla cercare con il cuore aperto. Quel gesto seminò in me il valore della semplicità e la speranza.

Nonna Carmela invece mi trasmise una risolutezza incrollabile e la passione per la cura della casa e della famiglia. Da lei ho imparato a cucinare e ad accudire mio fratello Gabriele. I nonni mi hanno mostrato cosa significasse l’amore puro e incondizionato, offrendomi quella corazza affettiva che mi avrebbe permesso, anni dopo, di non spezzarmi di fronte alla ferocia di mio padre.

La casa degli orrori sotto la tirannia paterna

La narrazione definisce la grande casa di famiglia come una vera e propria “casa degli orrori”. Come si strutturava il controllo e la violenza quotidiana esercitata da suo padre?
La casa, esternamente grande e dotata di un bel giardino, era in realtà una prigione dorata. Mio padre imponeva il suo dominio attraverso un clima di costante terrore psicologico e fisico. Per risparmiare sul riscaldamento, si rifiutava di accendere i caloriferi, obbligando me e mio fratello maggiore Nico ad alzarci alle quattro del mattino, in pieno inverno, per andarlo a seguire nei boschi a tagliare legna rubata, minacciandoci e insultandoci.

Ogni gesto quotidiano era sottoposto alle sue manie ossessive: ci impediva di usare il telefono per paura che chiamassimo i carabinieri, sequestrava lo shampoo proibendoci di lavarci e inventava pretesti futili per scatenare la sua ira — dalla pasta poco o troppo cotta alle ciabatte non trovate davanti alla porta. Assistevo di notte ai continui pestaggi ai danni di mia madre Olga, che si sacrificava subendo i colpi senza difendersi per evitare che la violenza si scagliasse su di noi bambini. Un episodio drammatico avvenne quando mio fratello Nico decise di ribellarsi e fare la doccia chiudendosi in bagno: mio padre sfondò il vetro della porta, scatenando un’aggressione brutale ai danni di mia madre di fronte ai vicini di casa terrorizzati.

L’albero di amarene e la natura come rifugio

Il titolo del libro richiama l’albero di amarene. Che ruolo ha avuto la natura nella sua capacità di resistere al trauma?
La natura è stata il mio interlocutore silenzioso e la mia primaria fonte di ricarica interiore. Quando la tensione e la violenza in casa diventavano insopportabili, mi rifugiavo sotto il grande albero di amarene nel prato davanti casa. Ci salivo sopra, mangiavo le amarene e mi rannicchiavo tra i suoi rami, immaginando che le sue fronde si piegassero per abbracciarmi e proteggermi. L’albero era maestoso, solido, sempre presente in ogni stagione; mi dimostrava che si poteva resistere alle intemperie senza fuggire né crollare.

Allo stesso modo, osservavo le margherite nei prati, che sbocciavano fiere nonostante la loro apparente fragilità, e traevo la mia forza dal mare. Sedendomi sui grandi scogli della spiaggia, mi immedesimavo in quelle masse rocciose capaci di rimanere immobili e sovrane anche di fronte alle mareggiate più violente. La natura mi ricordava che dopo ogni temporale il cielo torna ad essere azzurro.

La fuga di giugno: il momento della liberazione

La fuga dalla casa paterna è descritta come un atto di assoluto coraggio. Cosa accadde esattamente in quella mattina di metà giugno?
La situazione era ormai giunta al punto di non ritorno. In un caldo mattino di giugno, mia madre servì il caffè a mio padre; lui, insoddisfatto, afferrò la caffettiera bollente e gliela scagliò contro. Vedere l’ennesima brutale aggressione fece scattare in me una reazione viscerale e incontrollabile. Con un coraggio da leonessa, mi interposi fisicamente tra mio padre e mia madre, urlandogli in faccia che quella sarebbe stata l’ultima volta che alzava le mani.

Senza esitare, ordinai a mia madre e a mio fratello minore Gabriele di salire in macchina. Recuperai pochissime cose in alcuni sacchetti di plastica tra le urla, le minacce di morte e i colpi scagliati a casaccio da mio padre che distruggeva ciò che trovava a tiro. Misi in moto l’auto e fuggimmo senza guardarci indietro, dirigendoci verso mio fratello Nico. In quel momento ho agito con la consapevolezza che, se fossimo rimasti, saremmo annegati tutti; l’unica priorità era portare in salvo mia madre e il mio fratellino.

Il riscatto e la scoperta del passato di Olga

Dopo la fuga, lei e sua madre avete iniziato a lavorare come frontaliere in Svizzera. In quel periodo di ricostruzione è emerso anche il passato segreto di sua madre. Cosa ha scoperto?
La libertà conquistata ci impose sacrifici enormi: ci svegliavamo alle cinque del mattino per andare a lavorare come operaie in Svizzera per pagare l’affitto, la spesa e la macchina. Ma la fatica era ripagata dalla gioia di poter mangiare insieme la sera, ridere e parlare liberamente. In quella nuova quotidianità, mia madre Olga mi confessò finalmente il segreto che le aveva segnato la vita: scoprì infatti di essere stata adottata.

Nata nel 1946 a Palermo in un contesto di povertà del dopoguerra, era stata abbandonata alla nascita e accolta con amore dai miei nonni Peppino e Carmela, che mantennero il segreto trasferendosi in un altro paese. Olga scoprì la verità solo a quattordici anni nel modo più brutale, attraverso gli insulti di una vicina di casa. Questa rivelazione le instillò un profondo senso di inferiorità e di abbandono, facendole credere di non meritare l’amore e rendendola vulnerabile, nel 1968 (dopo il terremoto del Belice), al corteggiamento manipolatorio di mio padre, incontrato durante un viaggio in treno. Capire il suo passato mi permise di comprendere le ragioni della sua fragilità e di amarla ancora di più.

Il recupero della nonna e il femminicidio

Il libro documenta anche la missione condotta con Stefano, che nel frattempo era diventato il suo fidanzato, in Sicilia per riportare a casa la nonna Carmela, fino al tragico epilogo dell’uccisione di sua madre. Come ha affrontato questo strappo devastante?
Quando sapemmo che nonna Carmela, affetta dal morbo di Parkinson e rimasta sola dopo la morte di nonno Peppino nel 1985, si era ricoverata in un istituto di suore in Sicilia, io e Stefano viaggiammo per oltre venti ore in treno per andarla a prendere. Nonostante le resistenze della madre superiora e le paure della nonna, la convinsi a tornare con noi a Milano per il mio matrimonio. La nonna visse i suoi ultimi mesi circondata dal nostro affetto prima di spegnersi dolcemente tra le braccia di Gabriele.

Purtroppo, la persecuzione di mio padre non si arrestò. Nonostante la causa di separazione legale durata cinque anni e le denunce presentate ai carabinieri — troppo spesso accolte con fredda indifferenza burocratica —, nel luglio del 1997 mio padre mise in atto le sue minacce. Raggiunse mia madre davanti all’ufficio postale e la aggredì brutalmente con un’ ascia, ferendola a morte. Perdere mia madre in quel modo spaventoso fu un colpo devastante che mi fece sprofondare in un buio fitto, accompagnato da un ingiusto senso di colpa per non essere riuscita a salvarla.

L’eredità della speranza: il messaggio del libro

Nonostante il dolore straziante e le successive prove personali, il libro si chiude con un messaggio di profonda dignità e amore. Qual è il senso che desidera consegnare a chi legge la sua storia?
Desidero che la storia mia e della mia famiglia dimostri che il male, per quanto feroce e devastante, non ha l’ultima parola. Mia madre, negli ultimi anni della sua vita, si era trasformata da bruco spaventato a farfalla colorata e piena di gioia; aveva assaporato la vera libertà, la felicità di cucinare le lasagne per i figli, di brindare alla luna e di organizzare il mio matrimonio.

Il messaggio fondamentale è che l’amore incondizionato, la solidarietà tra fratelli e il coraggio di spezzare le catene della violenza sono forze imbattibili. Anche quando le intemperie della vita rompono le finestre della nostra esistenza, se le fondamenta morali sono solide, non crolleremo mai. Spero che chiunque si trovi ad affrontare l’inferno della violenza domestica o del dolore trovi nelle mie pagine la forza di alzare la testa, di chiedere aiuto e di credere che la primavera torna sempre.

Il ricavato delle vendite del libro sarà devoluto all’associazione Olga. Educare contro ogni forma di violenza (https://www.olgapereducare.it/).