Come si fa a diventare grandi dopo aver perso la mamma, uccisa da quello che si faceva chiamare papà? Come si fa a costruire il proprio futuro sulle macerie di un dolore che pesa sul cuore come un macigno, per tutta la vita? La legge chiama questi bambini orfani speciali, forse perché, in una ipotetica scala del dolore, quello di aver perso la mamma, uccisa dal papà, è davvero speciale. Ma loro, quei bambini, quei ragazzi, vorrebbero solo essere normali. Vorrebbero solo poter riavere indietro la loro vita, su cui a un certo punto è calato il buio.
Orfani di femminicidio: un’associazione per aiutarli
Proprio così descrive il giorno del femminicidio di sua mamma Giuseppe Delmonte nella prima puntata della nostra nuova serie podcast Vite spezzate. Le vittimi invisibili di femminicidio. Anche la sua si è spezzata quel giorno, insieme a quella dei suoi fratelli, sotto i colpi dell’accetta con cui il padre massacrò la mamma, nella piazza del paese. E prima di riuscire a rimettere insieme quei pezzi, per cercare di dare un senso a tutto quel dolore, quel ragazzino poco più che 17enne è diventato un uomo che oggi ha 49 anni. Ne aveva 42 quando si decise ad affrontare una brutta depressione e iniziare così un percorso di psicoterapia. Fu l’inizio della libertà, una strada di sofferenza che gli permise di scoprire e capire le radici del suo lutto, elaborarlo e rifiorire. Ora Giuseppe Delmonte ha fondato un’associazione intitolata alla sua mamma che non c’è più: Olga – Educare contro ogni forma di violenza. Dalla sua nascita, nel 2024, l’associazione ha creato una rete in tutta Italia, con referenti in ogni regione, pronti a lavorare sulla prevenzione e formazione con professionisti come psicologi, insegnanti, avvocati e forze dell’ordine, a partire dalle scuole: «È da lì – dice Giuseppe Delmonte – che dobbiamo iniziare a cambiare la cultura della violenza».
La vita di solitudine degli orfani di femminicidio
Ma questo cambiamento per Delmonte e la sua associazione non è fatto solo di azioni culturali, come i tanti eventi di formazione e divulgazione a cui partecipa e collabora: per esempio il convegno in programma l’8 novembre a Milano, organizzato da Redipsi (Rete di psicologi per i diritti umani) di cui Donna Moderna è media partner.

Nel DNA di Olga c’è l’aiuto concreto a bambini e ragazzi per poter studiare e realizzare i propri sogni. «Proprio quello che mia mamma voleva per me» racconta. «Fin da bambino avrei voluto fare il chirurgo. Lei mi sosteneva, ma quando mancò, su di me e i miei fratelli calò l’indifferenza più totale. E in quell’invisibilità, in cui restammo completamente soli per anni a pagare l’affitto e a provvedere a qualsiasi cosa, non c’era tempo per la scuola. Non c’era tempo e modo per avere una vita normale. Poi, con la determinazione che la mamma mi aveva lasciato, riuscii a diventare infermiere strumentista di sala operatoria e a dare forma al mio, e al suo, sogno. Oggi il mio desiderio più grande è sostenere negli studi i bambini e i ragazzi con cui condivido questa storia di sofferenza, per far sì che possano diventare ciò che desiderano, realizzando il loro sogno professionale».
Le borse di studio
L’associazione, grazie a raccolte fondi, è riuscita a istituire ben cinque borse di studio: «Entro il 28 novembre raggiungeremo la quarta ed entro dicembre la quinta. Con quei soldi, i ragazzi che sceglieremo grazie alla collaborazione della nostra rete, potranno andare all’università o frequentare qualsiasi altro percorso di studio, anche professionalizzante».
Il Fondo per gli orfani di femminicidio
Solo una vita normale, è il desiderio di tutti questi bambini e ragazzi, del cui numero non si è neanche certi. Fino a poco tempo fa, per la legge erano invisibili. Creature di cui si perdevano le tracce e le storie: alcuni inviati alle comunità; altri magari trasferitisi in un’altra regione con le famiglie affidatarie, in genere i nonni o zii materni, che spesso non vogliono essere aiutate. In ogni caso, costrette ad affrontare non solo il proprio lutto, ma anche quello dei bambini rimasti. Oggi, però, le cose stanno cambiando. Dal 2020 il Fondo nazionale sperimentale per il contrasto della povertà educativa minorile, promosso dal Governo, sostiene il progetto A braccia aperte, messo in campo dall’impresa sociale Con i bambini insieme a partner del terzo settore di tutta Italia. Questo progetto fa sì che ci si prenda cura nell’immediato dei piccoli rimasti orfani, da come affrontare – e con chi – la prima sera senza la loro mamma, a tutte le questioni pratiche ed emotive legate alla lenta ripresa di una vita normale dopo un lutto così profondo: dal parlare con i docenti e i compagni a scuola, al seguire i bambini nei compiti, al sostenerli psicologicamente (VEDI QUI SOTTO).
La legge del 2018: perfettibile
Tutto ciò è possibile grazie alla legge n.4 del 2018 che riconosce gli orfani di femminicidio. «Una legge fondamentale, che ci pone all’avanguardia in Europa» dice Giuseppe Delmonte. «Ma è una legge che può e deve essere migliorata: occorrerebbe creare un Registro nazionale che consenta di capire le dimensioni del fenomeno, quindi un numero di pubblica utilità con tutte le informazioni necessarie per orientarsi nei servizi socio-sanitari pubblici. Ma, soprattutto, bisognerebbe collocare il minore fin da subito presso nuclei familiari conosciuti, cosa niente affatto scontata». Perché non accada più che non si sappia dove far dormire un bambino la notte in cui viene uccisa la sua mamma.
A braccia aperte, il progetto per sostenere gli orfani di femminicidio
Una sfida enorme quella del progetto A braccia aperte, che compie cinque anni, e che il Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile ha rifinanziato con 10 milioni. Il Fondo, sostenuto dal Governo e dalle Fondazioni e Casse di risparmio di origine bancaria, continua ad affidare all’impresa sociale Con i bambini il compito di seguire i tanti orfani di femminicidio. Il presidente è Marco Rossi Doria, educatore da 50 anni.
Intervista a Marco Rossi Doria
Quanti bambini e ragazzi state seguendo? Abbiamo contattato 320 bambini e presi in carico 250 negli ultimi 5 anni, di cui 150 al Sud. E questo lavoro proseguirà, grazie al nuovo finanziamento. Tutto ciò è merito di reti selezionate in modo scrupoloso: si tratta di 10 partner locali (enti del terzo settore) e tre nazionali (Save the children, Terres des Hommes e Cismai, Coordinamento italiano servizi contro il maltrattamento e l’abuso all’infanzia).
La presa in carico dei bambini è fondamentale. Come funziona?
Attraverso la rete di associazioni, gruppi e anche parrocchie a livello locale, che operano – grazie a protocolli ad hoc – in sinergia con carabinieri, questura, prefettura, tribunale dei minorenni, ufficio scolastico regionale, autorità garante, Vuol dire poter essere accanto ai bambini e ai parenti subito dopo l’accaduto e occuparsi di loro: da dove dormire a come recuperare le proprie cose a casa, che spesso viene sequestrata. Da come curare la ripresa a scuola, a come proseguire gli studi e le attività sociali e sportive. Per non parlare dell’aiuto nelle questioni burocratiche.
Si può superare un trauma come l’uccisione della mamma da parte del padre?
Il trauma che subiscono questi bambini e ragazzi è inestinguibile: si può solo in parte elaborare. Molto dipende dall’età al momento dell’accaduto, da cosa si è visto o sentito, da quanto l’uccisione sia stata il culmine di una catena di violenze. Per questo è fondamentale essere tempestivi.
Le vostre reti si occupano anche dei caregiver, cioè i parenti a cui viene affidato il bambino.
Certo, perché queste persone (in genere i nonni materni), pur essendo in lutto devono essere in grado di accompagnare il bambino nel lutto più duro, senza dimenticarsi della propria sofferenza. Oltre al sostegno psicologico, offriamo anche aiuti concreti, come l’accesso ai sostegni economici e l’aiuto in tutte le attività dei bambini
La serie podcast Vite spezzate. Le vittime invisibili di femminicidio

Quando una donna viene uccisa dal compagno o marito, cosa accade ai suoi figli? Bambini, ragazzi che per noi diventano invisibili, costretti a vivere tra difficoltà pratiche, economiche ed educative. Cresciuti dai nonni, a loro volta immersi nel lutto più duro. Di tutti loro racconta la nostra nuova serie podcast: Vite spezzate. Le vittime invisibili di femminicidio. Da Giuseppe Delmonte, che mette la sua vita al servizio degli orfani di femminicidio, a Rosita Venturato che, a 19 anni, va a trovare il padre in carcere per chiedergli «Perché?». Da Gennaro Rea, padre di Melania e nonno di Vittoria, a Maria Giovanna Russo Carnicelli che, dopo l’uccisione della figlia, Annalisa Rizzo, reagisce all’indifferenza e al pregiudizio del paese in cui vive. Trovi le loro storie su tutte le principali piattaforme podcast, ogni mercoledì, a partire dal 5 novembre.