Dieci borse di studio per aiutare gli orfani di femminicidio, quei ragazzi e ragazze a cui il padre ha tolto la mamma in modo violento. Figli che diventano orfani due volte: di chi è stata uccisa, e di un uomo che si uccide a sua volta, o finisce in carcere.

Le borse di studio per gli orfani di femminicidio

Giuseppe Delmonte è uno di loro: è un ragazzo ormai cresciuto, ora 50enne, che ha annegato nello studio, con tanti sacrifici, il dolore per l’uccisione della mamma quando lui aveva 19 anni. E che ora, con la sua associazione Olga. Per educare contro ogni forma di violenza, è riuscito in un’impresa che ha un valore simbolico altissimo: restituire ad alcuni ragazzi e ragazze i loro sogni, attraverso 10 borse di studio che sono state appena consegnate a Milano, in una cerimonia intensa ed emozionante.

«Io definisco mio padre un “ladro di sogni”» racconta Delmonte. «Volevo fare il chirurgo da ragazzo ma quando mamma Olga è stata uccisa a colpi d’ascia, tutto il mio mondo è crollato. Ero rimasto solo io, tra i fratelli, a vivere con lei, dopo la separazione. Per questo mi sono ritrovato tra difficoltà economiche enormi, a dover pagare l’affitto e le bollette, senza poter più studiare. Questa routine faticosa ed estremamente pesante per un ragazzo, ha fatto sì che seppellissi il mio dolore, ma non il mio sogno. E così, man mano, sono riuscito a realizzare in parte il mio intento e sono diventato uno strumentista di sala operatoria. Non proprio ciò che volevo, ma mi ci sono avvicinato».

Cosa serve agli orfani di femminicidio

Ma quanti di queste ragazze e ragazzi a cui viene uccisa la mamma possono realizzare i loro progetti? Quanti di loro possono studiare, magari laurearsi? Non sappiamo neanche quanti siano. Le stime parlano di circa 3mila tra bambini e adolescenti. Non esiste infatti ancora un Registro nazionale, come chiede una proposta di legge appena presentata e ora ferma in Commissione Giustizia alla Camera. Sarebbe un passo importante per avere una sorta di censimento, in modo da distribuire i soldi a disposizione e gli aiuti concreti: la psicoterapia, un tutor che assista nelle procedure per ottenere benefici fiscali, assistenza medica e scolastica.

Il Fondo per aiutare bambini e ragazzi rimasti soli

Molti di loro, ancora oggi, si perdono nelle maglie della burocrazia: affidati in genere ai nonni materni, o agli zii, a volte alle case famiglia, spesso senza neanche essere riconosciuti come “orfani speciali” (così li chiama la legge). Come possono essere aiutati a diventare grandi? Lo Stato li sostiene con un Fondo ad hoc, diventato operativo nel 2020, che agisce attraverso un ente erogatore (Con i Bambini) e partner territoriali, aderenti al progetto A braccia aperte.

La selezione dei ragazzi

Sono stati questi partner, cioè reti di associazioni su tutto il territorio italiano, tra cui Olga. Educare contro ogni forma di violenza, a segnalare i ragazzi più meritevoli, tutti già inseriti in un percorso di elaborazione del trauma e di rinascita. Le candidature arrivate sono state numerose, i criteri di selezione rigidi, come spiega Simona Rotondi, coordinatrice dell’iniziativa A braccia aperte: «Abbiamo privilegiato i ragazzi orfani vittime di crimini recenti, i più bisognosi di aiuto. Quindi la loro situazione economica, in base all’Isee, molto basso quando a crescerli sono i nonni o gli zii, magari già genitori a loro volta. E poi ha pesato il percorso avviato all’interno di A braccia aperte e la loro determinazione nello studio».

Tante storie, tanti sogni

Perché ci sono ragazzi che hanno progetti molto concreti e idee chiare. Come G., 20 anni che, con una media superiore al 28, dopo la laurea triennale vuole prendere la magistrale in Fisioterapia, per lavorare a tutto campo sul benessere delle persone. Ha scelto un’università telematica per poter studiare senza allontanarsi dai nonni, molto anziani che, da quando aveva otto anni, si sono presi cura di lui e dei tre fratelli più piccoli.

Oppure R., una giovane di 22 anni testimone, quando ne aveva otto, dell’uccisione della mamma. Una bambina diventata grande all’improvviso, cresciuta insieme ai fratellini dai nonni materni tra molte difficoltà economiche ma che oggi frequenta con ottimi risultati un corso di laurea in ambito economico gestionale.

Crescere all’improvviso è purtroppo la strada già segnata di queste piccole vittime. D. ha trovato il corpo della madre in casa, allertato i soccorsi e perfino riconosciuto la salma senza alcun familiare accanto. Traumi immensi a cui si sono aggiunte lungaggini burocratiche sfinenti per dissequestrare la casa, ottenere l’eredità e la cittadinanza. Per lei la scuola è stata uno dei pochi elementi di continuità in una vita spezzata e tutta da ricomporre. Ora è all’ultimo anno, in attesa di sostenere il test di ingresso al corso di laurea in Infermieristica.

Il forte desiderio di aiutare gli altri

Vuole invece dedicarsi all’insegnamento N., che oggi ha 23 anni e ne aveva 11 quando il padre uccise la mamma per poi suicidarsi. Lei e la sorellina furono affidate agli zii ma la pressione mediatica, lo stigma, le difficoltà economiche e legali l’hanno fatta sentire molto sola. Poi l’incontro con un progetto dedicato ha fatto la differenza e oggi frequenta il corso di laurea in Scienze della Formazione.

Lo stesso desiderio di aiutare gli altri ce l’ha S., studentessa in Medicina e Chirurgia. Si è trasferita dalla sua città per allontanarsi dagli antichi demoni ma anche dal peso di aver cresciuto lei, da quando aveva 10 anni, i suoi tre fratellini, insieme alla zia. Per tanti anni S. è stata la bambina che “non voleva creare problemi”, per garantire la serenità degli altri. A 17 anni il progetto A braccia aperte ha preso in carico l’intera famiglia e qualcuno ha così potuto occuparsi di lei. La ragazza ha scelto di trasferirsi ma la sua vita universitaria è iniziata in salita, tra crisi depressive e attacchi di panico. Ora sta meglio, forte anche dell’iniezione di fiducia fornita dalla psicoterapia.

Questi ragazzi meritano fiducia

Perché queste storie sono tutte tragicamente simili. Il trauma distrugge le fondamenta dell’autostima, com’è accaduto anche ad A. che, dopo la scomparsa della mamma, si è chiuso in se stesso, incapace di avere relazioni con gli altri. Adesso però la rete che lo segue racconta di nuovi progressi: ha lavorato saltuariamente e sta iniziando a pensare a un percorso formativo. Un futuro suo, che merita tutta la nostra fiducia.