Alessandro Gassmann per Donna Moderna
Alessandro Gassmann, 57 anni

Alessandro Gassmann e l’impegno per l’ambiente

Alessandro Gassman è il DiCaprio italiano. Da anni si impegna per l’ambiente. Con azioni concrete e, ora, con un libro. «Abbiamo la possibilità di rimediare ai danni fatti»

Nei suoi ultimi tweet la parola più ricorrente è pace. Quattro lettere su sfondo bianco per ricordare la cosa più importante: pace significa rispetto per le vite umane - in questa guerra terribile in Ucraina e in tutti i conflitti nel mondo - e per la Natura. Perché la Natura è anche l’uomo, l’uno non può vivere senza l’altra. Alessandro Gassmann non finirà mai di ricordarcelo, anche con il suo impegno concreto per un mondo sostenibile. Se c’è da raccontare un cambiamento positivo, lui c’è.

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Se c’è da rimboccarsi le maniche, eccolo. Perfino a piantare un albero insieme all’associazione Kyoto Club con i soldi dei proventi del suo libro Io e i #GreenHeroes (Piemme). L’attore e regista racconta fin dalla prime pagine la ragione per cui ha deciso di “pensare verde” : è stata la nascita di Leo, oggi 23enne. «Quando arriva un figlio cominci a immaginare il futuro non pensando più alla tua esistenza, ma alla sua» mi dice. «Dopo che io non ci sarò più, lui abiterà su questo Pianeta per almeno 50 anni. Come sappiamo da innumerevoli studi, la qualità della sua vita non sarà come la mia. Stiamo danneggiando in maniera sempre più veloce la Terra. Mi sento responsabile. Anche io per 57 anni ho guidato, consumato, bruciato, riscaldato... Vorrei che mio figlio avesse un ricordo di suo padre come di una persona che a un certo punto ha cercato di recuperare in parte il danno fatto».

Alessandro Gassmann sul set di Donna Moderna

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Alessandro Gassmann: l'intervista

In che modo si può recuperare?
«Con l’impegno delle associazioni, e non solo. L’Italia è un Paese per alcuni versi arretrato quanto a senso civico, ma proprio questo ci ha costretto a migliorare come singoli. Sono i Green Heroes che racconto nel mio libro, insieme ad Annalisa Corrado e Roberto Bragalone: piccole e medie imprese che hanno preso la strada dell’economia sostenibile, persone che hanno cominciato a fare rete. Volevo far capire quanto il loro lavoro sia fondamentale e utile per tutti. Senza dimenticare che è anche redditizio, perché chi investe in una economia di questo tipo oggi ha maggiore probabilità di successo».

Detto così, sembra la soluzione ideale.
«Non volevo lanciare messaggi spaventosi, seppur dobbiamo tenerli presente, ma far capire che abbiamo la possibilità, la tecnologia e l’intelligenza per poter rimediare agli errori fatti».

Ma c’è ancora chi non fa la raccolta differenziata.
«In tanti non ne hanno nemmeno la possibilità. Le faccio un esempio: io abito nel centro storico di Roma, a un terzo piano senza ascensore. Faccio la differenziata, ma devo prendere i sacchi dei rifiuti e camminare 650 metri fino ai cassonetti. Per qualcun altro può essere complicato. Anche se è vero che la coscienza ecologica in Italia è ancora poco diffusa».

Perché, secondo lei?
«Per errori di comunicazione fatti in passato. Il movimento green in Italia ha peccato di eccessiva politicizzazione. Si è arrivati a pensare che essere green significhi essere di sinistra, come se quelli di destra non si curassero del Pianeta. È sbagliato. Bisognerebbe fare in modo che le persone capissero che pensare in modo green è conveniente per tutti perché possiamo trarne un vantaggio immediato».

La guerra in Ucraina e i conseguenti problemi economici non sono degli ostacoli a questo sviluppo ecologico? Si parla di ritorno al carbone.
«L’urgenza in questo momento è occuparsi di coloro che muoiono e che fuggono, persone che hanno perso tutto. E vorrei ricordare che nel mondo ora ci sono decine e decine di altri conflitti. Sul fronte economico, se dovessimo perdere il gas russo, abbiamo due possibilità. La prima: tappare la falla, comprare gas da altri Paesi e riprendere l’estrazione del carbone, quindi continuare a immettere Co2 e danneggiare il Pianeta. La seconda: sburocratizzare e accelerare lo sviluppo delle energie rinnovabili. Una cosa che avremmo dovuto fare già 20 anni fa e che inoltre può essere un’occasione straordinaria per creare migliaia di nuovi posti di lavoro. Prendiamo esempio dalla Danimarca, che nel 2030 sarà totalmente ecosostenibile».

Perché non è stato fatto allora?
«Per politiche sbagliate, ma se non si producono energie alternative non ne usciremo. Ora ci attende un periodo di grandi sacrifici, dovremo consumare meno, però se ci dessero la possibilità di comprare macchine elettriche, di avere le colonnine per ricaricarle... A Roma io ho una macchina ibrida: mi sarei potuto permettere una elettrica, che tra l’altro ancora costa tanto, ma non l’ho comprata perché non ho un garage e non saprei dove ricaricarla».


In Italia siamo 60 milioni. Se domani ognuno di noi raccogliesse un pezzo di plastica, sarebbero 60 milioni di pezzi di plastica in meno per strada.


Abbiamo capito che è il sistema che deve cambiare. Ma come singoli cosa possiamo fare?
«Dobbiamo intanto farci sentire. Ascoltare meglio quello che ci viene detto, capire dalla scienza chi sta proponendo le cose migliori e parlarne, informare chi non lo è. E poi ci sono le buone abitudini: il riciclo della plastica, la raccolta differenziata, comprare meno, risparmiare sull’energia elettrica, usare meno acqua. Sono piccole cose, ma le faccio un altro esempio pratico: in Italia siamo 60 milioni, se domattina ognuno di noi uscisse e decidesse di raccogliere un pezzo di plastica lasciato per terra, sarebbero 60 milioni di pezzi di plastica in meno per le strade. È un paradosso però rende l’idea. La ricostruzione è più difficile della distruzione. Ci vuole più tempo, e più sacrifici».

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I suoi, di sacrifici?
«Ho messo il termostato di casa a 18 gradi. Invece di stare in maglietta, metto un maglioncino. Mia moglie, che è freddolosa, all’inizio si è lamentata ma poi si è abituata. Se tutti facessimo così, non sa quanti milioni di gas in meno utilizzeremmo, quanta Co2 in meno produrremmo e quanto risparmio ogni famiglia avrebbe».

Lei è molto impegnato sul piano civile, un po’ come DiCaprio.
«Leo DiCaprio è il più grande promotore della causa green, e non solo. Ci mette la faccia e il denaro. È una cosa che rimprovero un po’ ai personaggi pubblici italiani: sono veramente pochi quelli che usano la loro popolarità per questioni che io ritengo importanti. Ed è un peccato perché, per esempio, col mio piccolo libro stiamo facendo delle piccole cose ma concrete: abbiamo piantato 150 alberi da frutto a Roma, in terreni gestiti da associazioni che si occupano di persone in difficoltà. A Taranto ne pianteremo altri 200. E si stanno aggiungendo altri... Io conto lo 0,1% rispetto a DiCaprio. Ma se lo facessero tutti i cantanti, attori o presentatori italiani, sai che trionfo!».

Alessandro Gassmann: il video

Intervista di Isabella Fava
foto di Studio OIL
styling di Cristina Nava

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