Simona Atzori: «Come sarebbe la mia vita con le braccia?»

22 03 2018 di Barbara Rachetti
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Simona Atzori, ballerina, pittrice e scrittrice, ha scritto il suo terzo libro: "La strada nuova". Noi l'abbiamo incontrata

Simona Atzori non smette di spiazzarci con la sua vitalità e il suo sorriso. Continua ad allargare i nostri orizzonti e il nostro sguardo sulla vita con la sua danza, la pittura e la scrittura. E ora è al suo terzo libro: "La strada nuova".

Venendomi incontro, abbatte con naturalezza ogni mio eventuale imbarazzo (d'altra parte ci è abituata): per salutare, offre subito la guancia. La guardo incantata dal suo sorriso e mi chiedo che parole si potrebbero usare per definirla. Il fatto è che le parole ci definiscono, ci fanno esistere, ci mettono al mondo e nel mondo. Però, se ci pensiamo, ci limitano.

Ci limitano perché definire una persona significa anche chiuderla in un recinto. “Definizione” ha al suo interno la parola “finis” che vuol dire confine, limite.

Quindi le parole possono essere una gabbia, ci intrappolano, chiudono intorno a noi dei paletti intorno a cui si costruisce la nostra identità e da cui, però, può essere difficile uscire.

Ecco che mi viene in aiuto Simona, che mi dice: «Io non sono il mio corpo, non sono quello che mi definisce: il mio nome, il sesso, l’età, il fatto di non avere le braccia. Se avessi deciso di essere un corpo senza braccia sarei solo quello. Invece ho scelto di essere altro. Io, tu, sei ciò che decidi di essere».

Dunque Simona è ballerina, gira i palcoscenici di tutto il mondo con la compagnia che ha fondato, Simonarte dance company. È pittrice: a nove anni è stata la più giovane artista di AbilityArt, l'associazione delle persone che dipingono senza le mani. È scrittrice. Ora è al suo terzo libro, dopo “Cosa ti manca per essere felice” e “Dopo di te”. La nuova avventura si intitola “La strada nuova” (Giunti ed.). 

«Nuova perché ciò che succede nella nostra vita ci può portare a cambiamenti profondi, per esempio dopo sofferenze e lutti, come sono stati per me la morte della mamma e la separazione dal compagno. Abissi di dolore, da cui però si può uscire rinnovati: consapevoli, felici di ripartire, amandoci. Noi siamo come la luna: sempre uguali e sempre diversi, e la nostra vita è un viaggio perenne, dove ogni arrivo è anche una partenza. Ci meritiamo questo viaggio e ci meritiamo che sia una strada piena di significati, nuova ogni volta che c'è bisogno di ricominciare».

E di strade Simona ne ha percorse tante, in un modo tutto suo, tutto particolare, con i suoi piedi che per lei sono mani ("le mie mani più in basso") e le gambe che sono le sue braccia. La guardo mentre si riavvia i capelli con il piede e penso che Simona, come molte persone nella sua situazione, sia nata due volte: la prima volta fisiologicamente, la seconda nel mettere insieme i mattoni della sua vita. Non so se sia la natura a pagare un debito oppure se, per un magico automatismo, in chi vive il disagio fisico si crei una poderosa forza mentale, una spinta naturale a costruirsi un'esistenza sempre pronta alla metamorfosi, alla rinascita. 

Una vita difficile, la sua? Chissà. Forse non più di tante altre, comprese le nostre. E quando le chiedo come sarebbe stata la sua vita con le braccia, lei risponde: «Le braccia non mi interessano, non saprei cosa farmene. Le ho lasciate da qualche parte e lì devono restare». 

Simona ha ragione: non si può pensare a una vita diversa. Possiamo immaginare tante vite ma non rinunciare alla nostra. «L’importante è - questa vita - viverla con consapevolezza, restando svegli, e cercando sempre una strada nuova. Quella strada che ti porta a cercare e scoprire te stesso, a provare a essere quello che vuoi essere e non quello che ti definisce. Quella strada che ti fa vivere la tua vita da protagonista e non da spettatore». E lei ha scelto così fin da bambina: controcorrente come i suoi genitori, che hanno creduto in lei, è diventata ballerina e pittrice senza avere le braccia. Ci è riuscita - ci riesce ogni giorno - coltivando il suo sogno, credendo in un qualcosa che abbiamo tutti noi, in un senso in cui siamo intrappolati e che abbiamo il dovere di tirare fuori. Nonostante tutto. Nonostante la disabilità. «Tutti abbiamo dentro di noi la diversità. E la bellezza della diversità è quella di raccontarsi ogni giorno in modo nuovo. Dobbiamo solo capire cosa vorremmo essere al di là di ciò che siamo. E iniziare da qui la strada del cambiamento, trasformando la nostra esistenza in uno spettacolo. La mia vita non è una favola, è uno spettacolo di vita».

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