Burn-out: quando del tuo lavoro non ne puoi più

E se "il lavoro perfetto" si trasforma in una trappola? Ci vuole coraggio per ammettere che non se ne può più e ricominciare. Lo racconta un libro in cui in tanti possono riconoscersi, come l'autrice di questa recensione

“Un lavoro perfetto” di Tsumura Kikuko (Marsilio), con la traduzione di Francesco Vitucci è un romanzo pungente che tra episodi surreali, riflessioni che fanno sorridere e un finale a sorpresa, racconta il delicato ma necessario percorso di una donna colpita da burn-out, che si prende una pausa da un lavoro che non è più “il lavoro perfetto” per lei. Una storia che ho vissuto in prima persona.

Quando sono stata colpita da burn-out avevo circa trent’anni e “un lavoro perfetto”. Lavoravo in Giappone per una grande azienda di moda, guadagnavo molto bene e la mia carriera era tutta in ascesa. Peccato però che ad essere luccicanti fossero solo le luci delle sfilate le quali, nonostante la loro potenza, non riuscivano a illuminare la mia vita. Covavo da tempo l’idea di voler scrivere ma non sapendo da dove iniziare pensai che potevo accontentarmi di un bel lavoro nella moda. L’equazione però stentava a tornare e ogni giorno che passava ero sempre più infelice. La mattina mi svegliavo presto per leggere e, non riuscendo a smettere, capitava che arrivassi in ritardo in ufficio, nonostante vivessi vicino. Lavoravo comunque sodo e probabilmente anche bene dato che dopo due anni mi ritrovai sulla scrivania il rinnovo del contratto. Nonostante il muro di gomma dei soldi e della carriera, il mio disagio aumentò e il mio corpo finì col ribellarsi a quella vita che non mi apparteneva. Capitò così che una mattina, guardandomi allo specchio, non mi riconobbi. La prima volta quella strana “cosa” non durò che qualche secondo e io cercai di far finta di niente, ma quando però successe di nuovo passò addirittura qualche minuto prima che riuscissi a mettere insieme le immagini che mi giravano in testa con la realtà che mi circondava. Mi spaventai tantissimo e capì di essere arrivata al limite. Lasciai il lavoro nella moda, tornai in Italia e mi ritirai a vivere in campagna da mia madre. Avevo messo da parte un po’ di soldi e pensai di prendermi un periodo di pausa per capire cosa volessi fare davvero. Non avevo le idee chiare ma se volevo scrivere, mi dissi, quello era il momento giusto per provarci. Iniziai così a collaborare con un piccolo giornale locale per pochi spiccioli e non tutti quelli che incontrai in quel periodo capirono o accettarono la mia scelta: qualcuno mi disse che ero una bambina viziata, altri mi dissero che ero stata coraggiosa. Io non mi sono sentita mai né l’una né l’altra: dentro di me so di aver fatto l’unica scelta possibile per salvare la pelle, tanto che neanche l’inevitabile tracollo economico che poi ne è conseguito mi ha mai fatto pentire di aver lasciato “un lavoro perfetto”. Per gli altri.

Si chiama proprio “Un lavoro perfetto” l’ultimo libro di Tsumura Kikuko, autrice giapponese vincitrice anche del prestigioso Premio Akutagawa. Il romanzo inizia proprio da qui, dal momento in cui una donna di 36 anni lascia il lavoro a causa di un esaurimento nervoso e torna a vivere dai suoi. Per sopravvivere cerca impieghi a tempo determinato, poco impegnativi e vicino a casa, qualcosa “che sia al limite tra il gioco e l’impiego serio”: controlla le videoregistrazioni di uno scrittore sotto sorveglianza, scrive annunci per le pubblicità degli autobus, appende poster. Un percorso apparentemente senza senso, nel quale si va avanti a tentoni ma che è necessario affrontare per trovare le nuove coordinate della nostra vita. In una lingua ironica e fresca Tsumura Kikuko racconta il travaglio della protagonista alle prese con nuove strane esperienze attraverso le quali analizza dubbi e riflessioni che sono quelli di tutti coloro che hanno deciso di fermarsi perché così com’è non va più. Un racconto appassionato che è utile leggere soprattutto se la paura di cambiare ci fa desistere dall’affrontare la realtà.

A me è capitato e, come ci insegna la protagonista, anche io ho capito che vivere un disagio non è né una colpa né una vergogna perché non tutte le fasi della nostra vita sono incorniciate da inossidabili certezze. Certezze che, visti i tempi sempre più veloci in cui viviamo, possono sgretolarsi in un batter di ciglia e che ci costringono a mettere in conto l’idea che il cambiamento sia una possibilità reale che può trasformarsi addirittura in necessità. Se oggi ripenso ai quei giorni sbandati nei quali iniziai la mia nuova vita facendo uno slalom tra le redazioni del piccolo giornale di provincia, posso solo dire che sono stati utilissimi perché mi hanno permesso di capire tante cose su me stessa, compresi i miei limiti, che ho imparato da accettare. Ma la lezione più importante di tutte, quella che mi porto dentro e che non dimentico mai, è di aver capito che non si sfugge a noi stessi. Anche la protagonista del romanzo di Tsumura Kikuko pagina dopo pagina scoprirà molte cose, su se stessa e non solo, ed è grazie a questo che ci regala un finale a sorpresa tutto da gustare. Il mio è scritto sopra a questo foglio, dato che è proprio grazie al fatto di essermi data il tempo e la possibilità di tentare se oggi sono qui a scrivere.

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