Torna la scrittrice di “Cambiare l’acqua ai fiori”

Valérie Perrin, autrice del best seller Cambiare l’acqua ai fiori, torna con un altro, emozionante libro: Il quaderno dell’amore perduto

I miei vicini non temono niente. Non hanno preoccupazioni, non si innamorano, non si mangiano le unghie, non credono al caso, non fanno promesse né rumore, non hanno l’assistenza sanitaria, non piangono, non cercano le chiavi né gli occhiali né il telecomando né i figli né la felicità». L’hai riconosciuto? È l’incipit del libro forse più letto durante il lockdown: Cambiare l’acqua ai fiori di Valérie Perrin (e/o). Uscito nel luglio 2019, ha conquistato i lettori grazie al passaparola, è entrato in classifica a ottobre e ancora oggi è nella top ten.

Un libro da regalare come un mazzo di fiori

 Un successo per niente annunciato, che ha colto di sorpresa la stessa autrice, francese, 53 anni, una carriera come fotografa di scena e un partner importante: il regista Claude Lelouche, tra i padri della Nouvelle Vague, col quale negli ultimi 10 anni ha collaborato alla stesura delle sceneggiature. «Credo che Violette Touissant, la protagonista, abbia toccato il cuore delle persone. È una donna semplice e allo stesso tempo estremamente complessa. E il romanzo è costruito un po’ come un giallo, con veri intrighi, elemento che penso abbia contribuito al suo successo» dice Valérie. Non è l’unico. «Molti lettori mi hanno raccontato di come questo romanzo li abbia “riparati”, aiutandoli a riconciliarsi coi loro morti e coi loro vivi. Con la vita. È un libro che si regala come un mazzo di fiori». E che, solo in Italia, ha venduto oltre 100.000 copie.

L’esordio di Valérie come scrittrice è però avvenuto nel 2016 con Il quaderno dell’amore perduto, che ora la casa editrice Nord ha deciso di ripubblicare.

Il filo che unisce i due romanzi

 C’è un fil rouge che accomuna i 2 romanzi: l’importanza della memoria, il tempo che incombe, l’amore e la morte. E la scrittura delicata, che sembra fatta di istanti. In Cambiare l’acqua ai fiori Violette è la guardiana del cimitero, ha vissuto nel dolore, e nel dolore degli altri trova un cuscino cui adagiarsi. In Il quaderno dell’amore perduto protagonista è Justine, che ha perduto i genitori in un incidente d’auto, lavora in una casa di riposo e si nutre dei ricordi degli anziani. «In questa società che li nasconde, io volevo rimetterli in primo piano. Mostrare che la vecchiaia non è una malattia, al contrario: è un’esperienza, una memoria, un tesoro inestimabile. È un romanzo intergenerazionale». E nello scambio tra una giovane aiuto-infermiera e gli ospiti della casa di riposo ci sono ancora l’amore (tanto), un mistero da scoprire e di nuovo i cimiteri.

Passeggiare fra le lapidi può essere un esercizio di immaginazione: «Ed è proprio questo il punto di Cambiare l’acqua ai fiori: immaginare le vite “di prima” delle persone. Che cosa rimane di noi quando moriamo? Che valori lasciamo? E soprattutto, che cosa facciamo durante la nostra vita? Il momento di godercela non è forse adesso, ora, subito?». Il fenomeno Perrin continua: «Ci sono buone probabilità che Cambiare l’acqua ai fiori venga adattato per il cinema. Io ne scriverò la sceneggiatura e lo dirigerò… Forse. Per Il quaderno dell’amore perduto, invece, sogno un adattamento teatrale con mia figlia Tess, che è attrice. Io mi occuperei della regia insieme a mia nuora Salomé».

La verità dentro al nuovo libro

Il quaderno dell’amore perduto ha venduto in Francia 360 mila copie e anche in Italia è già entrato in classifica. Perché la storia del grande amore di Hèléne per Lucien, spezzato dalla violenza della guerra, ha conquistato i più romantici. «Mio nonno paterno si chiamava Lucien Perrin, come l’amore di Hèléne. Ho chiamato così il mio personaggio perché volevo rendergli omaggio. È morto quando avevo 5 anni, eppure me lo ricordo ancora. Era stato deportato a Buchenwald e quando è tornato mia nonna non l’ha riconosciuto da tanto era magro. Era molto bello, e mio padre mi parlava spesso di lui. Diceva che era eccezionale, un gran lavoratore, colto, taciturno. Un uomo che leggeva molto e parlava poco. Per cui, sì, c’è un fondo di verità nella storia raccontata nel Quaderno dell’amore perduto».

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