L’estate scorsa a morte della piccola Bea a Bordighera ci aveva sconvolto: maltrattata, picchiata, con lividi e bruciature di sigarette. Morta a due anni per mano della madre e del compagno, in un contesto di abbandono e incuria. Quella storia così drammatica però è solo una delle tante, la maggior parte delle quali resta sommersa. Alcune emergono e popolano di freddi numeri i report. Come il dossier Indifesa, che ogni anno pubblica Terre des Hommes in occasione della Giornata internazionale delle bambine (11 ottobre). E che nell’edizione 2026 risulta particolarmente brutale.

Record di reati sessuali sulle bambine

Nel 2025, ci dice il dossier, in Italia si è registrato un nuovo tragico record di reati sui minori, con 7.272 bambini coinvolti: un aumento del 43% nell’arco dell’ultimo decennio.

I dati mostrano inoltre una sproporzione drammatica. Considerando la totalità dei reati di natura sessuale — tra cui violenza sessuale, prostituzione minorile, pornografia e detenzione di materiale pedopornografico —, su 2.451 vittime complessive, ben 2.024 sono di sesso femminile. Si tratta dell’82,6%, ovvero più di 8 bambine e ragazze su 10.

Se si isola la sola violenza sessuale, la percentuale di vittime femminili sale all’87%, e tocca l’86% per la violenza sessuale aggravata (fattispecie che da sole contano 1.545 giovanissime vittime). La medesima sproporzione si ritrova negli atti sessuali con minorenne (79%), nella prostituzione minorile (76%), nella detenzione di materiale pornografico (79%) e nella pornografia minorile (71%). Non si tratta di semplici statistiche, ma del sintomo drammatico di una cultura che continua a scaricare la propria aggressività sulla parte più indifesa della società.

Le violenze in casa raddoppiate negli ultimi 10 anni

L’insicurezza per le più piccole non abita soltanto negli spazi sconosciuti, ma si insinua spesso all’interno dei contesti familiari e delle relazioni di fiducia. Nel 2025 i maltrattamenti in famiglia hanno superato per la prima volta la soglia dei 3.000 casi, attestandosi a 3.008 vittime (+109% rispetto al 2015), con una maggioranza di vittime femminili pari al 54%.

Questa catena di prevaricazione trova conferma ed eco nei primi dati della rilevazione “Sicurezza delle donne” dell’ISTAT, secondo cui il 31,9% delle donne italiane dai 16 ai 75 anni (circa 6,4 milioni) ha subito almeno una violenza fisica o sessuale nel corso della vita. Un dramma che inizia spesso precocemente: l’indagine ISTAT mette infatti in luce aumenti significativi delle violenze subite dalle giovanissime (tra i 16 e i 24 anni) e dalle studentesse, a testimonianza di come l’impatto degli abusi subiti nell’infanzia e nella prima giovinezza lasci un segno indelebile e prolungato sull’intera esistenza.

Le radici dell’emergenza: perché aumentano i maltrattamenti in casa?

Ma perché i maltrattamenti familiari — dove nell’87% dei casi l’autore appartiene alla cerchia familiare ristretta —sono aumentati in modo esponenziale? Sicuramente per la maggiore capacità di emersione del sommerso, ma a pesare sono la crescente povertà educativa e l’isolamento sociale. La deprivazione materiale e la mancanza di reti comunitarie sovraccaricano i nuclei familiari più vulnerabili, lasciandoli privi di strumenti per gestire le tensioni ed esponendo i minori a contesti di grave deprivazione ed emarginazione. 


Aumentano anche la trascuratezza (neglect) e la violenza assistita. La forma di maltrattamento di gran lunga più diffusa è la trascuratezza grave (37% dei casi, suddivisa tra emotiva, educativa e fisica), affiancata dalla violenza assistita (34%). Sempre più bambini crescono assorbendo quotidianamente i conflitti e i maltrattamenti che si consumano tra i genitori, sempre più vulnerabili, anche a causa delle difficoltà economiche e dell’eredità dell’isolamento post-pandemico.

I Comuni in prima linea: prevenzione e alleanze sul territorio 


Di fronte a questa emergenza, le amministrazioni locali rappresentano il primo presidio istituzionale e l’ente più prossimo alla vita quotidiana delle famiglie. È proprio nelle comunità locali — nelle scuole, nei servizi sociali e negli spazi sportivi e aggregativi — che si gioca la partita decisiva per l’emersione precoce del disagio. Per rafforzare questo scudo di protezione, l’ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani) e la Fondazione Terre des Hommes Italia hanno siglato un Protocollo di intesa per unire le forze e mettere a sistema risorse, competenze e buone pratiche locali.

Un impegno che si traduce in azioni concrete sul territorio: nel 2026 sono 69 i Comuni italiani (tra cui Milano, Napoli, Bergamo, Brescia, Piacenza, Livorno e Treviso) che partecipano attivamente alla campagna Indifesa, promuovendo insieme alle scuole e alle federazioni sportive percorsi di formazione e sensibilizzazione per contrastare la violenza di genere e le discriminazioni fin dalla prima infanzia. I Sindaci inoltre partecipano ai tavoli di lavoro territoriali promossi dalle Prefetture, collaborando con le forze dell’ordine per definire strategie integrate di prevenzione e pianificare interventi coordinati di sicurezza urbana.

La necessità di una strategia stabile

«Di fronte a questi numeri il lavoro di organizzazioni come la nostra non può limitarsi alla denuncia e all’indignazione» spiega Paolo Ferrara, direttore generale di Terre des Hommes Italia. «Ci interessa lavorare, insieme ai cittadini, alla società civile, alle forze dell’ordine e alle istituzioni a costruire una strategia nazionale stabile, finanziata e misurabile, capace di tenere insieme prevenzione, emersione precoce, protezione e presa in carico oltre che l’indispensabile lavoro di repressione. Dobbiamo, in particolare, investire sulla prevenzione a partire dalla scuola e dai luoghi frequentati dai minorenni, sostenere concretamente le famiglie e rafforzare i servizi territoriali, rendere il web uno spazio più sicuro. Il protocollo al quale stiamo lavorando crediamo sia un passo fondamentale per rimettere al centro della strategia di intervento le persone, a partire dai territori che le rappresentano».

Servizi sociali, criticità di sistema e la sfida della prima infanzia

Sul piano operativo, i servizi sociali comunali costituiscono lo snodo fondamentale per la protezione dei minori, con oltre 113.000 casi di maltrattamento in carico (+58% negli ultimi cinque anni). Gli interventi spaziano dall’assistenza domiciliare (18%) all’inserimento in comunità (13%), fino al sostegno economico (13%) e all’affidamento familiare (8%).

Tuttavia, il sistema affronta gravi criticità strutturali: l’82% delle prese in carico avviene dopo i 6 anni di età e nel 52% dei casi la segnalazione arriva dall’Autorità Giudiziaria a danno ormai avvenuto, mentre le segnalazioni da parte di scuole (14%), strutture sanitarie (4%) e pediatri (1%) rimangono marginali. Per questo motivo, la sfida prioritaria per i Comuni è il potenziamento degli asili nido e dei servizi educativi 0-3 anni (che oggi coprono solo il 28% dei bambini a livello nazionale). Investire nei primi anni di vita significa creare presidi fondamentali per intercettare precocemente le fragilità genitoriali ed evitare che la violenza si consolidi nell’ombra.

Proteggere le bambine e le ragazze richiede una presenza territoriale vigile, capace di affiancare alla risposta giudiziaria una rete capillare di ascolto, prevenzione e cura, per restituire a ciascuna di loro il diritto a un’infanzia sicura e libera dalla paura.