Quasi 7 donne su 10 sono vittime di abusi e violenza domestica. A dirlo sono i nuovi dati del report Women’s Aid, secondo cui proprio il 68,4% delle donne che subiscono violenza domestica non lascia l’aggressore per paura di restare senza casa. Per questo alla violenza fisica si aggiunge quella psicologica ed economica. Un tema spesso trascurato, ma che ha a che fare con la povertà abitativa in cui si trovano mogli e partner, e che richiede risposte urgenti, proprio in occasione della Giornata per l’eliminazione della povertà (17 ottobre).

La povertà abitativa delle donne

Qui entra in gioco proprio la difficoltà – e spesso l’impossibilità – delle vittime di violenze di sottrarsi ai loro abusers: «È una verità scomoda: la violenza domestica è anche una questione abitativa. Troppe donne non riescono a sottrarsi a situazioni di abuso perché non hanno un luogo sicuro in cui ricominciare. Motivo per cui, garantire il diritto a una casa significa garantire il diritto alla libertà. È quindi fondamentale intervenire non solo sull’accoglienza, ma anche sulla ricostruzione dell’autonomia», spiega Sofia Leda Salati, direttrice del Centro Antiviolenza Ersilia Bronzini.

Una rete che garantisca una protezione completa

Non basta, dunque, offrire protezione, perché questa deve prevedere anche un percorso di inclusione e indipendenza economica, che «richiede un lavoro di rete. Una casa sicura, un sostegno economico, un impiego su cui poter contare: è in questo intreccio che la libertà torna a essere possibile», prosegue Salati, che lavora in questa direzione con il Centro Antiviolenza sostenuto dalla Fondazione Asilo Mariuccia, onlus attiva dal 1902 nel sostegno a donne e minori vittime di violenza.

Le donne non devono scegliere tra la libertà e la sopravvivenza

«Nessuna donna deve essere costretta a scegliere tra la libertà e la sopravvivenza», sottolinea Salati, anche se i dati e l’esperienza parlano chiaro: «La violenza economica è molto diffusa: circa il 40 % delle donne che si rivolge ai centri antiviolenza denuncia forme di abuso sul piano finanziario. Ma per la nostra esperienza la percentuale è anche superiore arrivando a sfiorare il 60%. Subire violenza economica significa per esempio non poter lavorare, non avere accesso al conto in banca e alle risorse familiari, essere intestataria di debiti. A queste condizioni si aggiungono ostacoli concreti: la povertà abitativa, il timore di perdere i figli, il rischio per la propria e per la loro incolumità, il giudizio sociale e l’assenza di reti di supporto. Sono barriere che rendono difficile trasformare il desiderio di libertà in un cammino praticabile».

Se la casa diventa una gabbia

Per le donne vittime di violenza e di povertà abitativa, dunque, proprio quello spazio che dovrebbe essere intimo e rappresentare il “porto sicuro” diventa una gabbia. Molte donne restano intrappolate in un circolo vizioso che le costringe al silenzio. «Se denunciare è già difficile, farlo sapendo di non avere un luogo dove rifugiarsi lo è ancora di più. Senza indipendenza economica né alternative, la povertà abitativa diventa non solo una conseguenza, ma anche una delle cause che alimentano la violenza. È un fenomeno che si intreccia con le altre forme di abuso — psicologico, fisico ed economico — e ne amplifica gli effetti, minando alla radice l’autonomia e la dignità personale della vittima».

Ricostruire l’autostima, a partire da un tetto sicuro

«Restare senza casa fa paura», spiega ancora la direttrice del CAV Ersilia Bronzini, chiarendo: «Ricominciare significa anche e soprattutto imparare di nuovo ad amarsi, a credere in se stesse e nel proprio valore, a fidarsi di sé e delle proprie emozioni. Dopo anni di paura e spesso di isolamento, recuperare autostima e identità richiede tempo, ascolto e sostegno. È importante, quindi, avere una rete di sostegno, fatta di professioniste che possano sostenere una donna nei momenti più faticosi. Quando poi la libertà diventa concreta, la forza che ne nasce è straordinaria», insiste Sofia Leda Salati.

I rischi anche per i figli

«I figli che assistono, anche se indirettamente, a episodi di violenza contro la propria madre vivono un trauma profondo e spesso poco visibile. La paura, il senso di colpa e la confusione affettiva possono segnare a lungo la loro crescita – sottolinea Salati – Senza un percorso di cura, il rischio è che ne portino a lungo conseguenze emotive e che la violenza diventi per loro un modello relazionale di riferimento. A questo si aggiunge che, quando i bambini e le bambine iniziano a crescere, può accadere che intervengano a difese della propria madre, diventando a loro volta vittime di violenza fisica e psicologica».

Gli interventi necessari

Da qui l’urgente di intervenire in modo concreto: «Il CAV Ersilia Bronzini accoglie, ascolta e accompagna, senza giudicare la donna e senza sostituirsi a lei nelle decisioni: il percorso di fuoriuscita dalla violenza è lungo, e richiede autodeterminazione e tempo. Noi offriamo consulenza legale e psicologica, per esempio, ma indirizziamo anche le donne verso case rifugio o percorsi di autonomia abitativa e lavorativa – sottolinea la direttrice – Se necessario, inoltre, le sosteniamo con percorsi formativi e professionalizzanti. Il nostro obiettivo è aiutarle a riconquistare una vita libera e senza violenza». Che passa dalla casa, ma arriva anche al lavoro e all’autonomia economica.