Perché in banca ci mandiamo i maschi?

29 04 2019 di Giorgia Nardelli
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In Italia, nel 43% dei casi è ancora l’uomo il più ricco della coppia e più di sette volte su 10 è lui che prende le decisioni finanziarie della coppia. Ma le cose stanno (lentamente) cambiando

«A man is not a plan», dicono gli anglosassoni. Come dire: il nostro futuro finanziario non può dipendere dal partner. Sembra però che per molte italiane sia ancora così. Secondo le ricerche degli ultimi anni nel 43% dei casi è ancora l’uomo il più ricco della coppia e più di sette volte su 10 è lui che prende le decisioni finanziarie della coppia. «Il primo motivo è che esiste un gender gap finanziario figlio di quello salariale» sottolinea Nadia Linciano, collaboratrice del Comitato per la programmazione e il coordinamento delle attività in educazione finanziaria. «Secondo il Gender quality index dell’Istituto europeo per l’eguaglianza di genere, noi italiane guadagniamo il 18% in meno rispetto agli uomini e quindi abbiamo meno risorse da gestire».

Ma non è solo questo vero?

«No, c’è anche un tema culturale. Dalle indagini della Consob emerge che le donne si ritengono in grado di gestire il budget familiare, ma su questioni come gli investimenti sono più a disagio. Siamo convinte di essere brave nell’ordinaria amministrazione, ma meno capaci di affrontare problemi che richiedono un contatto con l’esterno. Mi spiego con un esempio: fino a qualche anno fa era consuetudine che il marito affidasse parte dello stipendio alla moglie per le spese mensili. Andare in banca, però, rimaneva un compito suo».

Ma le italiane sono veramente in grado di gestire il denaro?

«Sì, e lo confermano i dati: più del 60% riesce a rispettare quasi sempre il tetto di budget che si è prefissata contro poco più del 40% degli uomini. Non solo. Ci indebitiamo meno del genere maschile (in questo caso la differenza è di poco più del 10%) e quando si tratta di decidere su come investire, tendiamo ad affidarci ai consigli di un professionista. Nonostante le ottime performance, però, solo il 25% delle italiane prende decisioni finanziarie in famiglia».

Perché allora deleghiamo agli uomini?

«Perché prendiamo decisioni solo quando siamo costrette a farlo. Quel 25% di donne è composto soprattutto da donne separate, divorziate o vedove. È un grosso errore. Siamo la parte vulnerabile della coppia: abbiamo stipendi inferiori, dipendiamo in misura maggiore dalle eredità e dagli assegni di mantenimento e viviamo più a lungo. Tutti motivi che dovrebbero spingerci a imparare a gestire i nostri soldi fin da giovani».

Cosa vuol dire imparare la finanza?

«Impegnarsi a comprendere ogni giorno qualcosa. Per esempio leggere costi e condizioni quando apriamo un conto corrente, capire che cos’è un tasso effettivo globale prima di chiedere un prestito. E non dobbiamo aver paura di fare domande. Quando andiamo dal medico non permettiamo al nostro compagno di parlare al posto nostro. Lo stesso atteggiamento dobbiamo averlo in banca».

Le italiane e il denaro

Siamo diventate più indipendenti Secondo l’Istat circa il 27% dei matrimoni italiani è in regime di comunione dei beni; erano il 44% nel 2004. Vogliamo imparare Circa il 50% di noi è abbastanza o molto interessata a capirne di più di finanza, contro poco più del 40% degli uomini. Ci fidiamo troppo dei consulenti Quasi il 40% non è abituata a leggere l’informativa finanziaria prima di investire.

Le decisioni da prendere in coppia

Il conto comune «Il conto cointestato è utile per dimezzare i costi e pagare le spese comuni. Ed è comodo per avere un quadro delle entrate e uscite familiari» spiega Magda Bianco, membro del Comitato e responsabile del servizio tutela dei clienti e antiriciclaggio della Banca d’Italia. «Ma è una scelta che richiede la massima fiducia tra i partner. Anche se offre un beneficio alla parte debole, che ha accesso alle risorse dell’altro, va ricordato che ciascuno dei titolari può prelevare o investire anche tutto il denaro depositato». Per cautelarti puoi chiedere di inserire l’obbligo di firma congiunta, almeno per i bonifici importanti o gli investimenti. «Se ad alimentare il conto sei soprattutto tu, ricordati che in caso di separazione l’ammontare sarà diviso in parti uguali» aggiunge Linciano.

La polizza vita Solo nel 20% delle coppie italiane la donna è più ricca del compagno. E dopo una separazione le cose non vanno certo meglio. Secondo il Gender quality index, i padri single guadagnano in media il 42% in più delle madri senza partner. Se il tuo reddito familiare dipende solo o soprattutto da tuo marito, devi fare bene i conti e sapere su quali entrate potrai contare nel caso il coniuge non sia più in grado di lavorare o addirittura venga a mancare. «Per mantenere il tenore di vita attuale, soprattutto se ci sono figli, è utile che chi mantiene la famiglia stipuli una polizza sulla vita (detta anche “temporanea morte”)» spiega Elena Bellizzi, membro del Comitato e titolare del Servizio tutela del consumatore dell’Ivass. Versando una somma mensile per 10, 20 o 30 anni, ci si garantisce che, in caso di incidente, i beneficiari ricevano un capitale definito. Bastano poche decine di euro al mese, ma è meglio muoversi quando si è giovani, perché il costo della polizza aumenta con l’età.

Il mutuo Meglio intestarlo a entrambi o a uno solo? «In genere agli istituti di credito non dispiace intestare il mutuo a una coppia perché significa avere una maggiore garanzia» spiega Magda Bianco. «Devi però proiettarti nel futuro e considerare l’affidabilità finanziaria del tuo compagno e i rischi che potresti correre». Se uno dei due si tira indietro toccherà all’altro pagare anche la sua parte. Se invece decidete di intestare il mutuo solo a lui, ma tu comunque partecipi alla spesa, oppure ti accolli altri costi fissi, tieni presente che dal punto di vista legale la casa appartiene al tuo partner. «Per potere dimostrare che anche tu sostieni una parte delle spese devi tenere traccia di tutti i versamenti fatti e dei bonifici» consiglia Bianco.

La comunione dei beni «Se tuo marito è un imprenditore e scegli la comunione dei beni il rischio è che, nel caso la sua azienda vada male, potresti pagarne le conseguenze anche tu» dice Linciano. «Infatti, può essere pignorato tutto il patrimonio fuorché quello che tu hai acquistato per svolgere la tua attività professionale». Anche la separazione dei beni comporta qualche rischio. «Se possiedi il 50% della vostra casa, per esempio, e tuo marito si indebita oltre le sue possibilità, il creditore potrà comunque mettere all’asta l’immobile e a te spetterà solo la metà del ricavato». Va anche messo in conto il rischio derivante dall’attività professionale del partner. Per esempio se è ingegnere o avvocato potrebbe ricevere richieste di risarcimento danni per eventuali errori. «Per tutelarsi, meglio sottoscrivere una polizza per la Responsabilità civile professionale. In questo modo sarà l’assicurazione a risarcire il danno» spiega Elena Bellizzi.

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