Cos’è che non funziona nelle scuole del Sud?

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Isabella Colombo

I risultati degli ultimi test Invalsi sono chiari: 6 studenti su 10, dalla Sicilia alla Campania, hanno ottenuto risultati inferiori alle attese. E, nella preparazione, sono indietro di 2 anni rispetto ai coetanei del Nord. Tante le ragioni: dalle strutture arretrate ai prof demotivati, ai genitori disinteressati. Ma basterebbe ripartire da un primo passo: tenere i ragazzi in aula anche di pomeriggio

I risultati dei test di Invalsi, l’Istituto che valuta il nostro sistema di istruzione, giungono alla stessa conclusione, amara, del pedagogista Aldo Visalberghi che 30 anni fa analizzando il divario geografico della qualità scolastica, diceva: «Se vuoi istruirti, nasci al Nord». L’ultimo rapporto, appena pubblicato, dimostra infatti come gli studenti di Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna siano meno capaci, rispetto ai coetanei lombardi o emiliani, di interpretare un testo scritto, risolvere un problema logico matematico e comprendere la lingua inglese. «La differenza è minima all’ingresso alla primaria e massima alla fine delle superiori» spiega Roberto Ricci, dirigente di ricerca e responsabile Area prove Invalsi. «Ed è preoccupante soprattutto nella matematica, la materia che apre al sapere scientifico e tecnologico necessario ad affrontare le sfide del lavoro nel prossimo futuro». Ma quali sono i motivi del divario?

l tempo pieno

Al Centro e al Nord un bambino su 2, secondo i dati del ministero dell’Istruzione, può frequentare la scuola anche al pomeriggio ed essere seguito nei compiti. Al Sud la percentuale scende all’11,7%, in Sicilia e Sardegna addirittura al 4,2. «Grazie ai pomeriggi in classe, i bambini che a casa non verrebbero aiutati colmano il gap e il livello generale si alza» afferma Orazio Niceforo, esperto di Tuttoscuola e docente di Sistemi scolastici contemporanei all’università di Roma Tor Vergata. «Al Sud le mamme lavorano meno e non usufruiscono del servizio, che comunque poche scuole offrono perché non hanno strutture adeguate a ospitare mense e laboratori pomeridiani». Risultato: i bambini trascorrono meno ore in un contesto educativo. «In genere le famiglie che appartengono a un ambiente socio-economico più basso non espongono i figli a stimoli culturali» dice Alex Corlazzoli, maestro e scrittore. «È per questo che il tempo pieno viene indicato anche come cura alla dispersione scolastica che al Sud è maggiore. Ma fino a oggi non ci sono stati interventi strutturali su questo fronte».

La polarizzazione tra istituti di serie A e di serie B

I risultati Invalsi hanno messo in evidenza punte di eccellenza nei territori problematici. «Vuol dire che le potenzialità e gli strumenti ci sono, ma non omogenei come al Nord» spiega Roberto Ricci. «Al Sud si tende a polarizzare la qualità dell’istruzione, cioè, a creare scuole di serie A e di serie B. E i numeri ci dicono che dove avviene questo, la media della qualità si abbassa». La polarizzazione è un effetto del contesto. «Al Nord la scuola lavora di più a fianco di tanti altri enti educativi, oratori, strutture sportive, biblioteche» aggiunge Corlazzoli. «Al Sud, dove spesso tutto questo manca, funzionano bene solo le scuole che hanno risorse al loro interno: cioè persone capaci e fondi sufficienti per avviare progetti di didattica innovativa e per investire in strutture, laboratori e servizi pomeridiani, per esempio».

I docenti preparati

Il 78% degli insegnanti viene dal Sud e, dopo la laurea, si trasferisce al Nord dove ci sono più studenti e quindi più cattedre, dice il dossier del Cnr sui docenti migranti. «Al Sud c’è una classe docente mediamente più anziana e spesso con minori competenze digitali» spiega Niceforo. «In alcuni casi anche poco motivata a causa del contesto, meno stimolante che al Nord». È un altro tassello del divario. «Le assegnazioni delle cattedre seguono i soliti parametri: per esempio il numero degli studenti. Non si tiene conto del livello di preparazione dei ragazzi e del contesto in cui vivono: 2 elementi che in molte zone del Sud richiederebbero più insegnanti e appositamente preparati» dice Corlazzoli. «Non si può insegnare al liceo Parini di Milano e alla media di Secondigliano con lo stesso tipo di preparazione e le stesse proporzioni insegnanti-alunni».

Le strutture dignitose

Sulla motivazione di insegnanti e studenti influiscono anche le strutture e i servizi scolastici. «Prendiamo la media Piersanti Mattarella di Modena» dice Corlazzoli. «È un edificio nuovo e luminoso. Gli studenti passano il badge per le presenze, posano gli zaini negli armadietti e prendono l’occorrente per spostarsi nelle varie aule, da quella attrezzata per la geografia a quella di matematica, e tutto è digitalizzato. Al Sud la normalità è fatta di edifici vecchi e insicuri, con il riscaldamento non funzionante e una connessione Internet lentissima che costringe gli insegnanti a perdere la prima mezz’ora di lezione per inserire le presenze nel registro elettronico». I fondi per adeguare strutture e servizi ci sono: il Miur, negli ultimi anni, ha stanziato 840 milioni di euro a favore di iniziative per la qualità, 9 miliardi per l’edilizia e 1 per il piano Scuola digitale. Ma serve tempo per vedere i risultati. E non solo, suggerisce Niceforo: «Ci vorrebbe una vera task force per coinvolgere non solo le scuole ma anche il territorio, i comuni e le famiglie, perché più basso è il livello sociale e culturale più dai genitori passa il messaggio “Che studi a fare”. Non dimentichiamo che ogni scuola viaggia insieme al suo contesto».

Mancano gli stimoli sul territorio

La “questione meridionale” della scuola italiana abbassa la media totale nelle classifiche internazionali redatte sulla base dei test Pisa-Ocse, che analizzano le competenze dei 15enni in 70 Paesi. Gli studenti trentini e lombardi sono ai primi posti, insieme ai giapponesi e ai canadesi; quelli campani sono ultimi, con i coetanei di Argentina e Azzorre. «C’è una relazione tra le competenze di base degli studenti e lo sviluppo economico del territorio: è dimostrato che più alte sono, più cresce il Pil» spiega Orazio Niceforo. «Ma si tratta di ricerche di tipo economico-sociale, non pedagogico. I test non sono una fotografia precisa della realtà scolastica perché misurano competenze oggettive in maniera standardizzata e non tengono conto delle situazioni di partenza né di elementi come la creatività e la personalità dei ragazzi».

I numeri

2,2 gli studenti di elementari, medie e superiori che hanno partecipato agli ultimi test Invalsi, per la prima volta al computer e con il questionario di inglese in più per le medie.

50-65 la percentuale degli studenti del Sud che hanno riportato risultati al di sotto dei traguardi attesi in italiano, matematica e inglese.

75% gli studenti delle superiori di Sicilia, Campania, Calabria e Sardegna che in matematica hanno ottenuto risultati più bassi della media nazionale.

12% il divario tra scuole del Nordest e del Sud nell’abilità di comprensione di un testo scritto.

2 anni la distanza di apprendimento tra Nord e Sud: uno studente di terza media del Sud ha la stessa preparazione di uno di prima media del Nord (Fonti: Invalsi, Ocse-Pisa).

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