Un solo preside per più scuole: chi ne fa le spese

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In Italia un preside su quattro è reggente di una o più scuole. Un'anomalia tutta italiana che si trascina ormai da circa dieci anni e affligge gli istituti di ogni ordine e grado. E di cui rischiano di pagare il prezzo più elevato proprio gli studenti. Un'insegnante ci aiuta a capire la situazione

Ha fatto scalpore nei giorni scorsi il caso della professoressa Mariapia Veladiano, preside di un istituto tecnico di Vicenza che ha impugnato la sua nomina di reggente: impossibile, secondo la Veladiano gestire due scuole lontanissime tra loro, assurdo assumere la responsabilità di un numero esorbitante di studenti e di docenti. A rischio, per la preside, la qualità complessiva del lavoro scolastico e l’efficacia dell’azione educativa.

La situazione dei presidi in Italia

In Italia un preside su quattro è reggente di una o più scuole: situazione caotica che si trascina ormai da circa dieci anni e che affligge gli istituti di ogni ordine e grado in tutte le regioni, mentre si attendono i risultati del concorso per dirigenti indetto nel 2017.

Nello scorso mese di luglio 34000 aspiranti presidi si sono presentati alla prova preselettiva e in poco meno di 9000 l’hanno superata; ora affronteranno uno scritto (il 18 ottobre) e un esame orale dal quale usciranno 2425 vincitori che, si spera, già dall’inizio del prossimo anno scolastico andranno a ricoprire i posti vacanti dopo un brevissimo tirocinio affiancati da un collega più anziano. La ”carica” dei nuovi presidi, dunque? Non proprio: secondo una stima della Fondazione Agnelli ne servirebbero in realtà almeno 3500. Si rischia di tamponare l’emergenza senza tuttavia risolvere il problema.

Gli oneri dei presidi reggenti e i problemi delle scuole

L’anomalia tutta italiana dei presidi-reggenti presenta numeri su cui riflettere: secondo i dati degli Uffici Scolastici, i presidi con più di una assegnazione sono circa 1700, nella sola Lombardia più di 300 (123 tra Monza e Milano); gli incarichi provvisori naturalmente rappresentano per loro un surplus di lavoro e di fatica negli spostamenti, perché le scuole non sempre sono all’interno dello stesso comune e spostarsi può significare il ricorso a mezzi propri (tra l’altro l’età media di un dirigente scolastico è di circa 55  anni e più della metà sono donne), a fronte di poche centinaia di euro mensili di retribuzione aggiuntiva (tra 400 e 600 euro)

Le loro incombenze, nonostante la buona volontà, sono sempre meno legate alla didattica e sempre più caratterizzate da oneri amministrativi: sui dirigenti gravano le scelte in materia di rendicontazione, la gestione del personale ausiliario e di segreteria, l’indifferibile problema della sicurezza degli edifici, l’attenzione alle norme sulla privacy. A loro ogni settembre spetta la gestione degli incarichi e delle supplenze.

Senza contare che le reggenze durano da pochi mesi a un paio d’anni, a volte tre: secondo il professor Michele Monopoli, che da quest’anno si divide tra i duemila studenti di due licei storici milanesi, il classico Beccaria e il classico Tito Livio che ha “ereditato” a settembre, “si finisce per avere troppo poco tempo per contribuire a creare o a dar seguito all’identità di una scuola: gli adempimenti formali prendono inevitabilmente il sopravvento sull’imprinting che sarebbe doveroso dare”.

I reggenti cercano di dividere equamente il loro tempo tra le diverse scuole, ma non è né così facile né scontato: spesso sono proprie le scuole di cui non sono titolari a richiedere più attenzione e più tempo per conoscerne i diversi indirizzi (c’è chi gestisce un classico insieme a un professionale, chi una scuola superiore insieme a delle primarie o a una media inferiore), per incontrare gli insegnanti e assegnarli alle classi, per mettere mano ai problemi, alle carte, ai numeri. Per non parlare della presenza indispensabile ai consigli d’istituto, ai collegi docenti, agli scrutini.

Solo i più fortunati entrano a viva forza in realtà scolastiche che hanno meccanismi di funzionamento ben oliati e che quindi procedono praticamente da sole.

Con chi possono dialogare i genitori e gli alunni se il preside non è sempre presente?

In questa situazione sono i vicepresidi e i collaboratori a lavorare a pieno ritmo (anche per questo il dirigente ha la prerogativa di sceglierli e nominarli in autonomia): anche a loro però si chiedono abnegazione extra, presenza costante, disponibilità e competenza a 360 gradi, visto che si tratta per lo più docenti in servizio esonerati dalle lezioni in classe per una manciata di ore. Almeno i vicari comunque, a scuola ci sono sempre.

I presidi devono perciò avere lo sguardo lungo nel delegare alle funzioni strumentali: i referenti responsabili dei disturbi dell’apprendimento, dell’alternanza scuola lavoro, dei laboratori, dell’orientamento diventano sempre più le figure chiave dell’organico di una scuola.

Qual è l’impatto sull’utenza? Genitori e studenti devono mettere in conto di non potersi più confrontare direttamente col preside? Devono pensare di non vederlo praticamente più nel suo ufficio, nei corridoi, alle riunioni importanti, nel corso degli open day?

Non è proprio così, ma è chiaro che con meno tempo a disposizione per parlare di profitto e di indirizzo educativo, per avere conforto sulle metodologie e sull’innovazione didattica, sui problemi più gravi (le nostre scuole sono attraversate da temi ineludibili che vanno dal bullismo, alle dipendenze, all’integrazione, alla gestione del recupero e delle disabilità) con le figure apicali a cui spetterebbe comunque l’ultima parola, bisogna armarsi di pazienza, imparare a scrivere mail e chiedere degli appuntamenti senza pretendere di essere ricevuti immediatamente.

Il costo del deficit negli uffici di dirigenza è elevato per tutti, ma tra gli attori del gioco chi rischia di pagarne il prezzo più elevato sono, come sempre, i protagonisti giovani.

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