Sono principalmente un’operatrice del turismo, uno di quei lavoratori stagionali per cui la stagione, quest’anno, non è nemmeno mai iniziata. Faccio la guida in parco a tema energie rinnovabili, nella mia città.

All’inizio era un lavoretto, come gli altri presi per pagare l’università, ma quasi subito mi sono appassionata. Ho scoperto che amo stare all’aria aperta, e nel mio piccolo sono convinta che sia importante mostrare dal vivo ai bambini e ai ragazzi le potenzialità delle nuove tecnologie, quanto si possa fare concretamente per aiutare l’ambiente, ed è bello vedere il loro interesse, aprire loro porte che forse non avevano mai pensato esistessero per mostrare uno scorcio di un possibile futuro sostenibile.

Facendo da guida alle scuole, il lavoro è molto stagionale: si lavora tantissimo in primavera perché è possibile stare fuori, e molto poco in autunno e inverno. Quest’anno non abbiamo praticamente mai iniziato. La perdita per il parco è importante, ma sono sicura che si riprenderà in qualche modo: la facoltà di rinascere ce l’ha insita nel nome. Ma non so come ci riprenderemo noi guide, che su questo lavoro contavamo molto. Alcuni hanno la partita Iva e forse avranno un qualche tipo di indennizzo, ma molti come me lavorano in prestazione occasionale, quindi probabilmente avremo poco o niente. Penso agli altri ragazzi e ragazze miei colleghi, per lo più studenti, che come me sono sempre saltati da un lavoro all’altro per pagare le tasse universitarie di studi in cui siamo indietro, chi più, chi meno. L’università ha posticipato le tasse ma non cambia nulla perché nemmeno tra due mesi avremo i soldi per pagarle. E penso ai ragazzi nuovi, che avevo formato personalmente perché volevo che fossero preparati per lavorare bene, ma che certamente non avevo preparato all’eventualità di non lavorare affatto. Sono ragazzi in gamba, alcuni si erano trasferiti a Padova dalla loro città, prendendo in affitto appartamenti e progettando una vita.

Anche io avevo dei progetti, con il mio fidanzato stavamo cercando casa. Per certi versi siamo dei sognatori, che pensiamo di vivere facendo quello che ci piace e in cui crediamo, per altri siamo molto concreti. Non ci siamo mai illusi di poter avere contratti, unicorni, stipendi stabili, tredicesime, la lettera da Hogwarts. Ma ci eravamo costruiti una rete fatta di persone e passione, che ci consentivano comunque di vedere un futuro, per quanto nebuloso e ballerino. Ora ovviamente è tutto fermo. Quel futuro imperfetto e mutevole ma possibile si è cristallizzato in un’immagine fissa e lontana, come in una di quelle palline con la neve che si possono guardare e agitare ma in cui non si può entrare. E mi chiedo se e quando si sbloccherà.

Non voglio fare polemica, è ovviamente giusto aver chiuso tutto e rimanere a casa per evitare il possibile diffondersi del virus. Ma mi chiedo anche come potranno andare avanti ora e soprattutto dopo le tante persone che già prima galleggiavano appena. Conosco fotografi, musicisti, artisti, guide che vivono della loro passione ma certo non ci si sono arricchiti, e anche camerieri o commessi a chiamata, tassisti, precari che hanno visto il loro lavoro scomparire da un giorno all’altro. E chiedere a un amico come sta e sentirsi rispondere “bene, sono a casa, non mi spaventa la noia ma la povertà” non è bello, e so che è vero per lui, per me e per centinaia di persone che avevano imparato, per scelta o per necessità, ad arrabattarsi. Scusate lo sfogo, è la voce di tutti noi che viviamo nella perenne incertezza, ora paradossalmente diventata certezza di aver perso quel poco che avevamo costruito.

(Giovanna Mazzon)

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