Brexit, cosa cambia per studenti, lavoratori e turisti

15 11 2018 di Eleonora Lorusso
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Dai viaggi nel Regno Unito ai visti professionali o per studio. Ecco cosa potrebbe cambiare dopo l'intesa sulla Brexit (che intanto ha scatenato uno tsunami politico a Londra)

Cosa cambia per chi andrà in Inghilterra? Come si viaggerà nel Regno Unito? Quali documenti serviranno per entrare? Si potrà ancora studiare e lavorare a Londra? Sono tutte domande che rimbalzano in queste ore, dopo l’annuncio dell’accordo all’interno del governo britannico sulla Brexit. Quella che sembrava una notizia positiva, in vista dell’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, però, rischia di diventare un terremoto. Quattro ministri si sono dimessi e anche l’esito stesso del referendum potrebbe essere messo in discussione, con conseguenze economiche, sociali e soprattutto con l’incertezza anche per turisti e lavoratori, in particolare quelli interessati al cosiddetto “visto dei baristi”.

L’accordo sulla Brexit e i rapporti con l’Ue

L’intesa raggiunta dal governo britannico ha conseguenze nei rapporti con l’Unione europea, a partire dagli scambi commerciali. Ma non sono da sottovalutare neppure gli effetti per i lavoratori stranieri a Londra e in altre città del Regno Unito. Theresa May ha scelto la strada della “soft Brexit”, rinunciando a una rottura netta con Bruxelles. Al momento la Gran Bretagna e l’Irlanda del Nord continueranno a far parte di un’unione doganale con l’Europa, su modello di quanto accade con la Turchia, tanto che l’accordo è stata anche ribattezzato “Turkey”. La cosiddetta “Swimming pool” prevede una circolazione di merci che supera il nodo dell’Irlanda: in caso contrario il paese, già al centro di una sanguinosa guerra civile tra nord e sud, si sarebbe ritrovata divisa da una frontiera.


Cosa succederà per turisti e lavoratori?

Sono oltre 3 milioni i cittadini stranieri nel Regno Unito e circa 1 milione quelli britannici che vivono nel vecchio continente. L’accordo di uscita del Regno Unito dall’Ue avrà conseguenze, anche se non immediate. La Gran Bretagna resterà a pieno titolo nell’Unione europea fino al 29 marzo 2019 e fino ad allora nulla cambierà. Non servirà fino a tale data il passaporto per potersi recare nel Regno Unito. 

In base all’accordo raggiunto fra Londra e Bruxelles si è capito che ogni europeo, studenti inclusi, arrivato in Gran Bretagna fino al 29 marzo 2019, avrà diritto di restarci a tempo indeterminato. Quindi anche uno studente italiano che inizia l’università nel Regno Unito nell’autunno 2019 dovrebbe avere gli stessi diritti del passato. Fino a quando non saranno definite le nuove regole, al termine del periodo di transizione, che scadrà a dicembre 2020, si potrà richiedere la residenza permanente in Gran Bretagna e si potranno conservare la maggior parte dei diritti di ricongiungimento familiare goduti finora.

Quanto al lavoro, chi già è impiegato nel Regno Unito non dovrebbe veder cambiare le proprie condizioni, perché un passaggio dell’accordo prevede la parità dei diritti dei lavoratori, senza alcuna discriminazione sulla base di cittadinanza e nazionalità. Al contrario, per chi un lavoro ancora non ce l'ha, sarà indispensabile un visto per motivi professionali.

Cosa cambia per i turisti

Per ora i cittadini dell’Ue e del Regno Unito potranno viaggiare in entrata e in uscita nelle due aree con il passaporto o con la carta d’identità, come avvenuto finora. Quest’ultima, però, potrebbe non essere più accettata se non rispetterà gli standard decisi dal Governo di Londra. Se, invece, i familiari dei cittadini britannici o europei provengono da Paesi terzi e quindi hanno diversa nazionalità, sarà richiesto loro fin da subito il passaporto in corso di validità (ad esempio, una moglie russa che voglia ricongiungersi con il marito italiano o britannico a Londra).

Cosa cambia per gli studenti

Un passaggio delicato della Brexit riguarda chi si reca nel Regno Unito per motivi di studio. Va detto che spesso questa è la motivazione fornita anche da giovani che mirano a imparare meglio l’inglese sul campo, mantenendosi con piccoli lavoretti, soprattutto come camerieri, o per chi inizia con questo genere di impiego aspirando poi ad altro. È il classico caso del “visto dei baristi”. Le cose al momento restano invariate, ma si tratta di uno degli ambiti dei quali si occuperà il governo britannico nel mettere mano al capitolo “immigrazione”, appena ottenuto il via libera del Parlamento (se lo otterrà) e una volta ratificato l’accordo con i 27 membri dell’UE, entro il 29 marzo 2019.

Università: il conto “salato”

Nel Regno Unito ci sono circa 600 mila italiani, dei quali oltre 450 mila nella sola Londra, che lavorano o studiano o fanno entrambe le cose insieme. Nel caso di giovani iscritti ad una università britannica, con l’entrata in vigore delle nuove norme previste dalla Brexit per loro studiare Oltremanica potrebbe diventare molto costoso.

La retta annuale di un ateneo britannico si aggira oggi intorno alle 9mila sterline (pari a circa 12mila euro): al momento non ci sono differenze tra studenti locali e stranieri. Con l’uscita effettiva del Regno Unito dall’Ue, invece, gli universitari europei potrebbero dover pagare le quote di iscrizione previste attualmente per gli studenti cosiddetti "internazionali" (cioè appunto extra UE), che oscillano tra le 14mila e le 19 mila sterline (tra i 16mila e i 22mila euro all’anno). Ricadute negative non si escludono neppure per i ricercatori. I fondi per questo settore, infatti, provengono in larga parte dall’Unione europea. Uscendone, si prevedono forti tagli, che potrebbero ridurre anche i posti e le possibilità di impiego in questo ambito per i non britannici.

Le perdite per il "Made in Italy”

Più volte si è sottolineato il conto che il Regno Unito si troverà a pagare con l’uscita dall’Ue, ma ripercussioni negative sono attese anche per l’export italiano. Secondo una stima del responsabile economista dell’Ocse, Catherine Mann, l’effetto del divorzio potrebbe essere quantificato nella perdita dell’1% del PIL italiano entro fine 2018. A ciò si aggiunga il rafforzamento dell’euro nei confronti della sterlina, che penalizza le aziende europee e dunque anche italiane.

Le prossime tappe

Nonostante i problemi interni al governo britannico, con la mozione di sfiducia nei confronti del premier May dopo le dimissioni di quattro ministri, il divorzio definitivo tra Londra e l’Ue si avvicina. Se l’esecutivo chiamato a traghettare il Regno Unito nella Brexit dovesse superare questa prova e ottenere il “sì” del Parlamento, sono previste alcune tappe. Il 25 novembre dovrebbe essere convocato un summit europeo straordinario per discutere quanto deciso da Downing Street. Entro il 29 marzo 2019 i 27 Paesi membri dell’UE ratificheranno gli accordi, che dovranno avere avuto il via libera del Parlamento britannico. Dal 30 marzo 2019 scatterà la Brexit, con un periodo transitorio di 21 mesi durante il quale le regole in vigore rimarranno le stesse. Partiranno, però, negoziati sui rapporti commerciali e sulla circolazione delle persone.

La scelta della Brexit “soft”

Tutto ciò sarà possibile solo se la scelta della Brexit “soft” di Theresa May otterrà la fiducia. La stessa premier non ha nascosto che si è trattato di una decisione “non presa alla leggera”, ma “nell’interesse nazionale”. Ma soltanto poche ore dopo l’annuncio dell’intesa sono arrivate le dimissioni di quattro ministri. Il responsabile per l’Irlanda del Nord, Vara, in un tweet ha spiegato: “Siamo una nazione orgogliosa e ci siamo ridotti a obbedire alle regole fatte da altri Paesi che hanno dimostrato di non avere a cuore i nostri migliori interessi. Possiamo e dobbiamo fare meglio di questo. Il popolo del Regno Unito merita di meglio”.  

Più pacati, ma altrettanto netti i toni del collega per la Brexit, Raab: “Oggi mi sono dimesso da segretario per la Brexit. Non posso in buona coscienza sostenere i termini proposti per il nostro accordo con l’Ue. Ecco la mia lettera al premier che spiega le mie ragioni e il mio costante rispetto per lei", ha spiegato via Twitter, allegando un testo con le proprie dimissioni. Poi è stata la volta di Esther McVey, responsabile del Lavoro e infine del sottosegretario alla Brexit, Suella Braverman.

Un nuovo referendum?

La decisione della May, dunque, non è piaciuta ai conservatori “puri” dello stesso partito della premier, i Tory, che avrebbero preferito una rottura netta con l’Unione europea. Se il capo dell’esecutivo riuscirà a superare l’empasse con un rimpasto-lampo, dovrà affrontare il Parlamento, dove i numeri non sono affatto certi. In caso di bocciatura non potrebbe che esserci la via di elezioni anticipate, con probabile vittoria laburista, o di un secondo referendum, dal quale potrebbe uscire la decisione di abbandonare la Brexit e restare in Europa.

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