Liang Liang è un imprenditore e abita a Wuhan. Adesso la sua attività è bloccata, perché la città è stata posta in quarantena. Dopo i primi giorni di sbandamento emotivo, Liang Liang ha scoperto che l’interruzione del trasporto pubblico ha lasciato a piedi personale sanitario e i pazienti che non hanno un mezzo proprio. Ha anche scoperto che su WeChat (una mega app cinese simile a WhatsApp) sono nati gruppi di persone con lo scopo di aiutare la città a risollevarsi.

Liang Liang ha deciso di fare il volontario, mettendo a disposizione la sua auto per trasportare medici, persone con la febbre, materiale ospedaliero, generi di assistenza. «Se dicessi che non mi preoccupa la possibilità di essere contagiato mentirei» ha detto l’imprenditore. «Sì, sono preoccupato ma, data la situazione, la mia motivazione per aiutare la nostra gente è molto più forte dei pensieri sulla mia salute».

Coronavirus, la più grande quarantena della Storia

Wuhan in questo momento assomiglia a una città fantasma, chiusa all’esterno, isolata dal mondo come altre 14 città, a formare la più grande quarantena della Storia; Wuhan è il luogo dal quale tutto è nato: il virus che sta mettendo a dura prova la popolazione cinese e che si sta diffondendo in altri Paesi, Italia compresa, pare si sia palesato al mercato ittico della città. In Cina in questo genere di mercati, in realtà, si vende di tutto, animali selvatici compresi. I primi contagiati lavoravano lì. La paura di una pandemia, però, è rimbalzata subito in Occidente e ha scatenato una serie di news non verificate che stanno creando confusione e pregiudizi nei confronti della Cina.

Tra le più fantasiose c’è una tesi che è circolata per giorni: sostiene che il virus sarebbe sfuggito di mano a un laboratorio chimico presente proprio a Wuhan. Il laboratorio c’è, ma l’ipotesi del piano di guerra batteriologica è stata ampiamente smentita. Ugualmente fake si sono rivelati alcuni video che girano sul web e nei nostri gruppi di WhatsApp e che scatenano il panico in chi li guarda. Si vedono cinesi che camminano per strada e cadono improvvisamente al suolo colpiti dalla malattia. Ma in Cina le persone non stanno morendo per strada, anche se tutto non è andato per il verso giusto.

Dall’ammissione del sindaco al riscatto della popolazione

Il 27 gennaio scorso, il sindaco di Wuhan ha confessato in televisione di aver capito tardi la gravità del virus e di non averlo comunicato per tempo alle autorità e alla popolazione. Nessuna informazione alla gente mentre gli scienziati cinesi già identificavano il virus e trasmettevano all’Organizzazione mondiale della sanità informazioni su questo ceppo di polmonite anomalo, permettendo alla comunità scientifica di cominciare a condividere con il resto del mondo le conoscenze sul coronavirus.

La “confessione” del sindaco di Wuhan è stata una liberazione per tutti. Il potere ha ammesso una colpa e da lì si è partiti per risollevarsi. La reazione c’è stata, subito. Tra i tanti video circolati in Rete, infatti, ce n’è uno vero: è del 27 gennaio, proprio qualche ora dopo l’intervista del sindaco, e racconta come nella notte della città si sia alzato un coro di voci a intonare Wuhan jiayou, «forza Wuhan».

Anche i big della politica non hanno perso tempo. Il 28 gennaio il presidente Xi Jinping definisce il coronavirus «un demone». Lo stesso giorno il numero due, Li Keqiang, si reca in mascherina tra la gente di Wuhan. È il momento nel quale le persone come Liang Liang decidono di darsi da fare. Anche i media statali cambiano narrazione. In un video diffuso in Rete c’è una signora anziana che alza gli occhi al cielo: sopra di lei, un drone che le suggerisce di indossare la mascherina. Il fragoroso progresso tecnologico della Cina diventa utile anche ai cittadini e non è più solo uno strumento di invasivo controllo sociale.

A Pechino con cautela si cerca una nuova normalità

La velocità con la quale il partito comunista rimedia all’errore iniziale convince i cinesi. In Occidente i media si adeguano, proponendo episodi eclatanti, come la rapida costruzione di due ospedali d’emergenza a Wuhan. Quello che non si vede ancora qui, però, è il tentativo di acciuffare una nuova normalità: nelle città come Pechino e Shanghai si comincia, con cautela, a uscire di casa, a passeggiare nei parchi o ritrovarsi negli slarghi a ballare. Sono i primi passi di chi è preoccupato ma in qualche modo fiducioso che tutto ritornerà come prima.

LE RICERCATRICI CHE HANNO ISOLATO IL VIRUS

Ha ricevuto l’applauso dalla Comunità scientifica mondiale, Cina compresa. Il team di ricercatrici dell’Istituto Spallanzani di Roma è tra i primi in Europa ad aver isolato il coronavirus. Un risultato importante che permetterà di studiare meglio le proprietà del microrganismo e le sue capacità di colpire il nostro sistema immunitario. È la premessa anche per la creazione di un vaccino. «Sono sicura che da adesso in poi il lavoro sarà più facile» ha detto Maria Capobianchi, la direttrice del laboratorio di virologia. Tra le protagoniste dell’impresa scientifica anche Francesca Colavita, giovane ricercatrice di Campobasso che lavora nel laboratorio romano dopo aver studiato il virus Ebola e aver partecipato a diversi progetti in Sierra Leone. «La vittoria è di tutta la squadra» ha detto Maria Capobianchi. «Abbiamo un laboratorio all’avanguardia, impegnato 24 ore su 24 in questo genere di emergenze».


Simone Pieranni, l’autore di questo articolo, è un giornalista italiano che ha vissuto in Cina dal 2006 al 2014 scriveno per media italiani e internazionali. Ha fondato China Files, agenzia editoriale con sede a Pechino. Oggi lavora alla redazione esteri de Il Manistesto ed è coatuore del podcast Risciò, dedicato proprio al Paese asiatico.