Coronavirus e virus globali, come si diffondono

29 01 2020 di Flora Casalinuovo
Credits: (AP Photo/Mark Schiefelbein)

Il coronavirus cinese ha scatenato un'epidemia. Ma molto sta cambiando nel modo di affrontare l’emergenza dei virus globali. La comunità scientifica oggi sa come si diffondono e reagisce con rapidità facendo rete

Migliaia di contagiati in Cina, la lista delle vittime che si allunga di giorno in giorno, i controlli serrati negli aeroporti di tutto il mondo, intere città del Paese asiatico in quarantena e la gente che con la mascherina sul viso si affolla negli ospedali per essere visitata. Non sono spezzoni di un film, ma gli effetti di quella che è stata soprannominata “polmonite cinese”, la malattia provocata da un nuovo coronavirus che ha iniziato a manifestarsi a dicembre e che ha riportato subito alla memoria la Sars. Ma che cos’hanno in comune queste epidemie? Sono emergenze che sappiamo e possiamo controllare?

Il salto di specie dagli animali all’uomo

I primi casi di coronavirus sono stati registrati a Wuhan, megalopoli da 11 milioni di abitanti nel cuore della Cina. Tra la fine di dicembre e l’inizio di gennaio le autorità chiudono il mercato alimentare all’aperto: è il focolaio del virus. Che, passando da persona a persona in poche settimane valica i confini, arrivando in diversi Paesi del Sud Est asiatico, dalla Thailandia al Giappone fino in America e in Europa. Ma il primo contagio è stato tra un animale e un essere umano. Era successo anche con la Sars e con gli altri virus che nell’ultimo ventennio si sono affacciati sulla scena mondiale creando epidemie globali.

«Gli addetti ai lavori hanno definito la polmonite cinese cugina della Sars: pare meno aggressiva, ma sono entrambe infezioni respiratorie che partono dagli animali. La Sars era arrivata da un mammifero selvatico, la civetta delle palme; poi c’è stato Mers-Cov, comparso in Medio Oriente nel 2012 per colpa dei dromedari, che ha causato 800 vittime. Ora la polmonite cinese, che sembra legata a serpenti e pipistrelli» spiega il professor Fabrizio Pregliasco, virologo all’università degli Studi di Milano e direttore sanitario dell’Istituto Galeazzi. «Il virus si trova nell’organismo di questi animali che vengono portati vivi nei mercati, dove vengono toccati o, addirittura, macellati sulle bancarelle e poi mangiati crudi o con una cottura sommaria». Si creano così le condizioni ottimali perché questo microrganismo passi dall’animale all’uomo. È il cosiddetto salto di specie. La facilità e la velocità con cui viaggiano questi microrganismi fa il resto.

«Nel caso della polmonite cinese i primi sintomi sono leggeri, così le persone vivono come sempre, portando in giro la malattia» prosegue Pregliasco. Ma “portare in giro” nell’epoca della globalizzazione significa far viaggiare la patologia in tutto il Pianeta. «Per il Capodanno cinese, iniziato il 25 gennaio, si spostano milioni di persone che hanno magari la polmonite in incubazione. Possiamo anche bloccare alcune tratte aeree, come sta accadendo ora, ma ogni anno più di 2 miliardi di individui usano un aereo e le cabine sono il regno ideale per la diffusione degli agenti patogeni». Così, un virus locale diventa globale. E la paura si diffonde.

La rapidità della reazione

Quello contro virus e batteri, allora, è il vero fronte caldo della medicina moderna. «Lo scenario attuale poggia su un mix particolare: flussi inarrestabili di viaggi e migrazioni, un Pianeta sempre più popolato, sfruttato e inquinato, giganteschi allevamenti di animali veicoli di virus in Asia e situazioni di promiscuità, sempre in Asia e in Africa, dove ancora si vive a contatto con animali selvatici e in condizioni di igiene precarie» spiega Barbara Gallavotti, biologa e autrice del saggio Le grandi epidemie (Donzelli). «A tutto questo si aggiunge il problema dei batteri sempre più resistenti agli antibiotici. Ma non possiamo pensare di vivere in una bolla: il contagio con i microrganismi sarà continuo e inevitabile. La sfida, allora, si vince sulla velocità di reazione e sulla capacità di fare rete».

Il pensiero corre ancora alla Sars che tra il 2002 e il 2003 ha contagiato 8.000 individui, uccidendone 750. «E proprio il paragone ci fa capire che stiamo gestendo meglio questa emergenza» rassicura la biologa. «All’epoca il problema fu nascosto e sottovalutato. Ora il meccanismo di contenimento è scattato in fretta. Sono partiti controlli a tappeto sulle persone e protocolli con regole sugli spostamenti e i trattamenti medici». In Italia, nella task force, operano in sinergia ministero della Salute e Istituto superiore di Sanità, carabinieri dei Nas, uffici di sanità marittima, aerea e di frontiera e altri ancora, in strettissimo contatto con l’Organizzazione Mondiale della Sanità e il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie.

«Anche la scienza ha fatto passi da gigante: il primo focolaio della Sars è stato registrato a novembre 2002, ma il virus venne identificato oltre 4 mesi dopo. Adesso gli esperti hanno già sequenziato il Dna della polmonite cinese e diffuso la mappatura sul sito Gene-Bank, a cui hanno accesso tutti i ricercatori del mondo, che si sono immediatamente messi all’opera. Sembra fantascienza, ma è realtà e in futuro i progressi tecnologici ci daranno ricerche ed esami ancora più veloci ed efficaci. È come se, in una partita, noi conoscessimo l’identikit e le mosse dell’avversario: lo puoi tenere sotto controllo. E vincere diventa più fattibile».

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