Vero e falso sul coronavirus

19 02 2020 di Cinzia Testa
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Come si distingue il coronavirus dalla banale influenza? E chi è davvero a rischio? Abbiamo girato le domande che ci facciamo tutti a un esperto. Per capire. Ed essere rassicurati

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, stiamo per arrivare al picco dell’epidemia. Per la prima volta in Cina il numero dei guariti dalla COVID-19, la polmonite provocata dal coronavirus, ha superato quello dei casi mortali. Ma queste sono anche le settimane di un altro picco, quello della comune influenza che ha messo a letto più di 5 milioni di italiani. Abbiamo chiesto a Pierangelo Clerici, presidente di Amcli, l’associazione che riunisce i microbiologi italiani, di chiarire i dubbi più diffusi.

Come si distingue il coronavirus dalla banale influenza?

«I sintomi purtroppo sono proprio gli stessi. In assoluto il primo segnale è la febbre: già nei giorni precedenti all’“esplosione” dei disturbi, ci può essere una prima alterazione di qualche grado ed ecco la ragione delle misurazioni negli aeroporti. Poi arrivano mal di gola, tosse, fino a giungere nei casi gravi all’insufficienza respiratoria e alla polmonite».

È vero che anche la congiuntivite può essere un segno del coronavirus?

«Sì, proprio come succede nell’influenza peraltro. È un sintomo di entrambe le malattie».

Quando bisogna sospettare il contagio?

«È a rischio solo chi è arrivato in Italia al massimo nelle 2 settimane precedenti dall’inizio dei disturbi dalla Cina, oppure chi è stato in contatto con persone, sempre provenienti da queste zone. Teniamo presente che il nostro Paese ha attivato un ottimo cordone sanitario, tanto che al momento il virus è circoscritto ai casi diagnosticati e non ci sono focolai. Lo abbiamo visto anche nel caso dei turisti che hanno viaggiato insieme ai due pazienti cinesi ricoverati allo Spallanzani: sono stati dimessi dopo un periodo di isolamento senza che abbiano mostrato l’infezione».

Chi ha il coronavirus in incubazione è contagioso?

«Certo. Come per tutte le malattie infettive, lo è da 2 a 12 giorni prima dell’inizio dei sintomi. Ed è per questa ragione che si applica la ”quarantena” ovvero l’isolamento che è pari a due settimane».

In caso di sospetto bisogna andare in pronto soccorso?

«Assolutamente no. Chi è rientrato dalla Cina o è stato in contatto con persone malate e mostra i sintomi deve chiamare il 118 in modo che venga attivata subito la procedura indicata dall’Oms. I Centri con un reparto di malattie infettive in questo momento hanno un “corridoio sanitario” isolato dal resto dell’ospedale».

È vero che il virus è mortale solo se si è anziani o debilitati?

«Sì, e il fatto che non ci sia al momento un vaccino, e non ci sarà per almeno altri 18 mesi, rende le persone fragili più a rischio rispetto ad altre: parliamo di anziani e di chi è cardiopatico oppure immunodepresso. Lo stato esagerato di stress è stato probabilmente la causa del decesso del giovane medico cinese che per primo lanciò l’allarme: difficile immaginare le sue condizioni lavorative, sottoposto a un bombardamento virale».

Quanto tempo ci vuole per guarire?

«Di regola 7-10 giorni: si interviene con antipiretici per abbassare la febbre e con una costante idratazione. Se il quadro clinico si complica e si arriva a una forma di grave di polmonite i tempi si dilatano e la prognosi dipende dalla reazione ai farmaci. Oggi non c’è una cura specifica ma si stanno già sperimentando gli effetti di farmaci antiretrovirali utilizzati contro l’HIV e anche di alcuni antimalarici come la clorochina».

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I medici lo dicono dall’inizio: il virus si trasmette con le goccioline di saliva emesse con colpi di tosse e starnuti delle persone malate. In queste settimane però si sono accavallate le ipotesi sui contagi. «Sfatiamo subito una notizia che sta circolando» spiega il dottor Pierangelo Clerici. «Il virus non resta sulle superfici fino a 9 giorni, ma al massimo qualche ora. E non si trasmette con gli alimenti, fermo restando che sono vietate le importazioni di carne cruda dai Paesi extraeuropei».

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