Wuhan Cina tempio Guiyuan

Vi racconto come è rinata Wuhan

Sara Platto, veterinaria di Brescia che dal 2007 abita in Cina, è una dei 10 italiani rimasti nella città da cui è partita la pandemia. In un libro appena uscito ripercorre i lunghi mesi del lockdown. E in questa intervista spiega perché ora «sto nel posto più sicuro al mondo»

«Quando qui a gennaio è scoppiata la pandemia, mia mamma era arrabbiatissima. Non capiva perché io e Matteo, mio figlio, non rientrassimo in Italia, ma la nostra scelta si è rivelata giusta. Wuhan adesso è il posto più sicuro al mondo».

Sara Platto parla dalla città simbolo del Covid: veterinaria bresciana 47enne, è docente di Comportamento e benessere animale alla Jianghan University e consulente scientifica per la China Biodiversity and Development Foundation. Prima di proseguire nella conversazione telefonica, Sara, una dei 10 italiani rimasti a Wuhan, deve fare da paciere tra i gatti del suo «asilo felino»: due, Gingy e Deawy, sono tra i protagonisti del libro che ha appena pubblicato (vedi sotto), poi c’è Dashie, il nuovo arrivato. Sara ha una storia avvincente che tra master, dottorato e post dottorato l’ha portata a studiare i mammiferi in giro per in mondo, da Israele al Canada, fino all’approdo in Cina nel 2007. Ma la domanda più pressante è sul suo presente, perché in quello che sta succedendo adesso in Cina noi, dall’Italia, cerchiamo di intravedere qualche proiezione del nostro futuro.

Sara Platto, docente alla Jianghan University di Wuhan, tiene anche lezioni  nelle scuole sul beness
Sara Platto, docente alla Jianghan University di Wuhan, tiene anche lezioni nelle scuole sul benessere animale. È tra i candidati al National Friendship Award che sarà assegnato il 1° ottobre: è il massimo riconoscimento attribuito agli stranieri per il loro contributo allo sviluppo economico e sociale della Cina.

Come si vive oggi a Wuhan, dove le scuole sono ripartite il 1° settembre? «Nessuno, da nessuna parte, può essere sicuro al 100%, ma qui stiamo bene. A maggio sono stati fatti ancora tamponi a tappeto in tutta la città: hanno scoperto chi era asintomatico e lo hanno messo in quarantena. Due mesi fa si sono individuati gli ultimi infetti, un paio di persone che arrivano da fuori. Prima del ritorno in classe tutti - alunni, genitori, docenti, personale scolastico - hanno dovuto fare i tamponi e presentare la documentazione. Mio figlio frequenta un piccolo istituto internazionale: gli viene misurata la febbre all’ingresso e altre 3 volte durante le lezioni, i maestri fanno lavare spesso le mani ai bambini e i banchi vengono disinfettati più volte. Nelle scuole cinesi, dove le classi sono spesso anche di 40 alunni, c’è una telecamera con termoscanner, come quelle in metropolitana, controllata da guardie che verificano la situazione. Ogni scuola, ogni giorno, deve mandare un rapporto al Comitato della salute della municipalità su cosa funziona e cosa no».

In più c’è l’app obbligatoria che traccia i vostri spostamenti nei luoghi di lavoro, nei locali e sui mezzi pubblici: un ferreo controllo statale non pensabile da noi. «L’app, lo so da testimonianze di amici, si è rivelata efficiente. Se vado al centro commerciale o a lavorare in università, voglio saperlo se là c’era un infetto. Se me lo dicono, mi fanno un piacere. Per evitare che il virus si diffonda di nuovo, sono già chiare le misure in vista della settimana di festa del 1° ottobre, anniversario della proclamazione della Repubblica popolare cinese. Chi si sposterà da una provincia all’altra al suo rientro dovrà fare tampone e quarantena».

È un amore il suo per la Cina, tanto che ha dedicato il libro «a Wuhan e alla sua gente». «Ma no, è un amore-odio come succede in tutti i luoghi e relazioni. Il mio apprezzamento per questo Paese è cresciuto con la pandemia. Abitiamo in un compound con 30 edifici: ciascuno ha 33 piani con 4 appartamenti su ognuno. Si immagina quanta gente c’è qui? Persone che non si conoscono. Eppure in tanti durante il lockdown sono venuti a citofonare portandoci borse con viveri. C’è un forte senso di comunità, questa è la mia casa, la mia famiglia adottiva».

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Lei si occupa di benessere animale, tema delicato in Cina: basti pensare all’usanza, in alcune zone, di mangiare i cani. «Purtroppo lo Yulin Festival (il festival della carne di cane che si tiene a giugno, ndr) si fa ancora, ma tante organizzazioni, tra cui la mia fondazione, si battono per abolirlo. Con il mio lavoro voglio anche contribuire alla consapevolezza da parte della Cina della necessità di bandire il consumo degli animali selvatici, una della possibili cause all’origine del Covid-19. Leggendo uno studio del 2018 su questio tema, ho però scoperto un dato che ha sorpreso anche me: la Cina non è in cima alla classifica. Per quanto riguarda i pipistrelli, ci sono Vietnam, Cambogia, Thailandia, Indonesia e alcune aree dell’Africa».

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Il fulcro delle sue ricerche sono stati a lungo i cetacei, ora studia i mammiferi di terra. «Da tempo mi occupo della prevenzione della trasmissione della rabbia da cani e gatti all’uomo. In Cina questa patologia è endemica, cioè diffusa. Faccio lezioni nelle scuole e promuovo una campagna di sensibilizzazione. La prossima sarà per il 28 settembre, Giornata internazionale contro la rabbia. Insegno a interpretare il linguaggio corporeo del cane e come intervenire in caso in cui un cane o un gatto ci morda».

Suo figlio Matteo, che sulla tenda della doccia ha la tavola periodica degli elementi, vuole diventare scienziato? «La tenda (ride, ndr) è quella della serie The Big Bang Theory che abbiamo visto insieme 8 volte. Lui in scienze è molto bravo, ma ora si è appassionato alla recitazione. Appena scopre che c’è uno show comico in città vuole che lo porti. Sì, a Wuhan si esce. E si è tornati a ridere».

Tutto è iniziato il 23 gennaio...

Come spiegare a tuo figlio che il giorno del suo 12esimo compleanno, in cui ha previsto una festa con gli amici, la città viene blindata a causa di una misteriosa polmonite? Lo racconta Buongiorno, Wuhan! Cronache (da casa) di un teenager, due gatti e WeChat durante l’epidemia (DeA Planeta Libri). In questo libro autobiografico Sara Platto parte da quel 23 gennaio 2020, quando il mondo guardava ancora distratto a Wuhan, mentre loro (e i 60 milioni di abitanti della regione dello Hubei) esploravano inquietudini e restrizioni del lockdown. Ma scoprivano anche l’energia di nuove amicizie, con tanti cinesi e con i pochi italiani rimasti.

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