Quanto resiste il coronavirus su mascherine e vestiti

A indicarlo sono le nuove linee guida del Ministero, che invita a non abbassare la guardia nella fase 2

Andare allo sportello bancomat, fare un leggero colpo di tosse sul proprio pugno, poi con la stessa mano digitare il proprio Pin per prelevare denaro. Oggi, pur in fase 2, quel gesto può diventare fonte di contagio. Esattamente come quando, sopra pensiero, ci si strofinano gli occhi o ci si abbassa la mascherina per fumare o per salutare un amico, collega o conoscente incontrato sui mezzi pubblici o in ufficio. In quelle piccole azioni si nasconde un pericolo, ci ricorda un video della Presidenza del Consiglio dei ministri, che ha come slogan: «Il coronavirus può ancora toccarci da vicino. Tocca a noi fermarlo».

Insomma, anche in fase 2 e presumibilmente anche 3, occorre ricordare che il virus non è scomparso e può continuare a circolare. «Questo è un momento topico. Si tende ad abbassare la guardia pensando di non correre più pericoli o di correrne meno, ma dobbiamo continuare a stare attenti se vogliamo passare un’estate più tranquilla» spiega Fabrizio Pregliasco, virologo dell’Università degli Studi di Milano e direttore scientifico dell’Istituto Galeazzi.

Il ministero della Salute, intanto, ha messo a punto una nuova circolare nella quale indica i tempi di sopravvivenza del Sars-Covs sulle diverse superfici e sulle mascherine.

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Il virus anche sugli smartphone

Le indicazioni dell’Istituto Superiore di sanità parlano chiaro: il coronavirus ha un tempo di sopravvivenza differente, a seconda delle temperature, ma «per un periodo variabile da 2 ore a 9 giorni, a seconda del contesto utilizzato». La possibilità di essere contagiati toccando superfici dove si trova il Sars-Covs resta, a maggior ragione su oggetti di uso comune, come gli smartphone. A precisarlo, in una circolare (0017644 del 22.05.2020 rivista il 24.05), viene confermata la presenza di contaminazione su oggetti personali come telefoni cellulari, telecomandi e attrezzature mediche a contatto con un paziente COVID, anche asintomatico.

Contaminazione da coronavirus nell’aria

Le analisi hanno permesso di trovare tracce del virus anche in campioni di aria: i soggetti infetti sono in grado di rilasciare droplet che contengono il virus «anche in assenza di procedure che generano aerosol». Insomma, non occorre necessariamente starnutire o tossire per emettere goccioline che possono diventare fonte di contagio.

A confermarlo sono recenti studi condotti negli Usa dai quali è emerso che un singolo colpo di tosse rilascia circa 3.000 goccioline, che possono arrivare anche a 80 km di distanza, trasportate dal vento e dagli agenti atmosferici. La maggior parte delle gocce più grandi e pesanti precipita al suolo, ma alcune rimangono sospese e si “spostano” all’interno di un ambiente chiuso in pochi secondi.

Uno starnuto contiene fino a 30mila droplet che, secondo studi del Centro di controllo delle Malattie americano, possono raggiungere una velocità di 300 km/orari e disperdere fino a 200 milioni di particelle virali.

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Non solo tosse e starnuti: anche il respiro trasporta il virus

Secondo una ricerca dell’Healthcare Infection Society, pubblicata sul Journal of Hospital Infection, anche il solo respiro è veicolo potenziale di virus, che può viaggiare nell’aria tramite le goccioline emesse espirando: da 50 a 5.000 per singolo respiro. In questo caso, nella maggior parte i droplet emessi dal naso hanno un peso tale da non farli rimanere sospesi nell’aria. Le goccioline, in questo caso, hanno anche una carica virale inferiore, perché non vengono espulse particelle dell’apparato respiratorio profondo. Ma la guardia, dicono gli esperti, non va abbassata: gli studi sull’influenza mostrano come si possano rilasciare fino a 33 particelle infettive al minuto.

Soprattutto non si dovrebbero mai avvicinare le mani a occhi, naso e bocca, per evitare invece di portarvi il virus “raccolto” dalle superfici che si toccano. «L’uso dei guanti potrebbe ingannarci, dandoci un falso senso di sicurezza, ma in realtà se ci tocchiamo il viso indossandoli è come se lo facessimo a mani nude» spiega Pregliasco.

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Quanto sopravvive il virus su mascherine e vestiti

Secondo le linee guida del Ministero, il virus rimane sulle mascherine fino a 7 giorni (nella parte esterna, 4 in quella interna): «Ricordiamo comunque che dipendente anche molto dall’esposizione a un ambiente infetto: un conto è il medico di un reparto COVID, un altro è il normale cittadino che la indossa per andare a fare la spesa e per un tempo contenuto» spiega l’esperto.

Quanto ai vestiti, le rilevazioni hanno permesso di stabilire che fino a un giorno è possibile trovare particelle infettanti sui tessuti, che invece non sono più presenti dopo 48 ore.

Il Sars-Cov sulle altre superfici

La sopravvivenza del virus varia in base al tipo di superficie. Ad esempio, su carta da stampa e carta velina ne rimane traccia per 30 minuti, sulle banconote per 2 giorni, sul legno per 24 ore. I tempi si allungano quando si tratta di materiali come il vetro (2 giorni), la plastica e l’acciaio (4 giorni): c’è di che allarmarsi, ma non va dimenticato che la presenza del Sars-Cov2 o di tracce del suo RNA non è sinonimo del fatto che il virus sia vivo e in grado di infettare chi dovesse venirne a contatto. «Come per una nota pubblicità di acqua a basso contenuto di sodio, una singola particella non ha la capacità di diffondere la malattia, occorre una carica virale che mediamente si dimezza in 4 ore. Anche se sopravvive, il virus perde man mano la sua capacità infettante. Le regole base, come lavarsi spesso le mani, riducono sempre i rischi potenziali» conclude il virologo.

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