Coronavirus medici mostra Milano
Il progetto fotografico
Covid-19@storiedisperanza racconta il lavoro di medici, infermieri e olontari. La mostra, organizzata da Hope Onlus, è esposta in Corso Vittorio Emanuele, a Milano, fino al 10 gennaio 2021. Poi girerà l’Italia e l’Europa (www.hopeonlus.org).

Mancano i medici per battere il Covid

Abbiamo perso tempo. Dalla prima ondata a oggi il personale sanitario delle terapie intensive non ha ricevuto i rinforzi necessari. E chi pensa che ora basti aumentare il numero dei letti si illude. Lo dicono tre esperti che qui lanciano l’allarme sull’emergenza di oggi e, soprattutto, di domani

Di nuovo sotto i riflettori, come a marzo, durante la prima ondata. La curva degli ingressi in terapia intensiva preoccupa tutti. Preoccupa il governo, attento alla soglia dei 2.300 ricoveri che non va assolutamente superata perché è un numero oltre il quale tutto il sistema sanitario rischia il crac. E preoccupa anestesisti, rianimatori e medici, che in un documento appena pubblicato parlano della concreta possibilità di dover arrivare a scegliere. Scegliere a chi destinare i letti e le cure intensive se i posti non dovessero essere sufficienti per tutti.

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Reparti già in sofferenza

La partita contro il virus in buona parte si gioca ancora in questi reparti, dove le barelle non possono certo sostare nei corridoi e tutti i malati devono essere monitorati continuamente. «Si tratta di aree ad altissimo livello di cura, con macchinari all’avanguardia e personale molto qualificato» esordisce Flavia Petrini, presidente della Società italiana di anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva.

Coronavirus medici mostra Milano
Ancora uno scatto esposto alla mostra organizzata da Hope Onlus, Covid-19@storiedisperanza

Per fare un esempio, in ognuno di questi reparti serve uno spazio fino a 20 metri quadri per ogni letto, ben più di quello di una camera d’albergo, e circa 20 medici e 42 infermieri specializzati, che si spalmano su turni di 6, 7 ore per garantire un’assistenza 24 ore su 24. «La degenza è molto costosa, in termini sia economici sia di fatica. E già nel 2018 il nostro sindacato denunciava una carenza di 4.000 medici» prosegue la presidente della Siaarti.

«Certo, oggi abbiamo un vantaggio rispetto alla prima ondata del virus: i malati arrivano in ospedale prima e vengono trattati in maniera più mirata ricorrendo per esempio ai corticosteroidi o all’ormai famoso antivirale remdesivir. La loro età media si è abbassata e hanno meno patologie pregresse. Per questo anche i casi più gravi, quelli che entrano in terapia intensiva, spesso possono essere ventilati con tecniche meno invasive, come l’uso dei caschi o delle maschere e non vengono più intubati subito. Ma il deficit di attrezzature e la mancanza di personale pesano. E non intendo solo medici e infermieri ma anche fisioterapisti. Non sono semplicemente le macchine a salvare la vita di questi pazienti. La fisioterapia respiratoria, infatti, usa tecniche manuali ben precise e contribuisce a ventilare bene i polmoni».

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Servono nuove assunzioni

Con il decreto Rilancio di maggio, il governo ha stanziato quasi 1 miliardo di euro per questi reparti: le Regioni hanno presentato i piano di ampliamento ed è arrivata una prima approvazione da ministero della Salute e Corte dei Conti, ma poi i tempi si sono allungati. Tempo sprecato di cui, naturalmente, oggi si approfitta il virus.

Nella maggior parte delle Regioni, a metà ottobre lavori e attrezzature erano ancora in alto mare e solo Veneto, Valle d’Aosta e Friuli Venezia Giulia rispettano la nuova soglia di sicurezza di 14 posti letto in intensiva ogni 100.000 abitanti. Se dovessimo usare un paragone medico, le terapie intensive sarebbero dei malati cronici.

Luciano Gattinoni, professore emerito al dipartimento di Anestesiologia dell’università di Göttingen, è un luminare. Per capirci, è lui che ha inventato la posizione prona dei pazienti, di cui oggi sentiamo tanto parlare. «Noi italiani, per anni, siamo stati tra i migliori in tutto l’Occidente» spiega. «Poi i tagli alla sanità hanno minato le basi del sistema, bloccando le nuove assunzioni. Se, come si sta facendo ora, si aumentano solo i posti letto, si abbassa la qualità delle cure. E non è utile nemmeno tamponare i buchi con medici o addetti di altri reparti. Faccio un esempio concreto: anche il miglior infermiere specializzato che lavora in cardiologia non è esperto in sedazione e in una terapia intensiva potrà svolgere solo i compiti più semplici».

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Spostare medici e infermieri da una struttura all’altra non funziona neanche se si parla dei nuovi ospedali Covid. «Se ci lavora personale prestato da altre intensive, significa che queste rimangono sguarnite e devono rinviare gli interventi in sala operatoria perché hanno meno anestesisti rianimatori» commenta il professor Gattinoni. «La prima cosa da fare è l’assunzione degli specializzandi: sono studenti quindi non possono essere buttati in prima linea, ma possono alleggerire il carico di lavoro dei rianimatori, e vanno ben contrattualizzati».

Il futuro sono gli hub Covid

Ma allora non abbiamo imparato proprio nulla dalla crisi della scorsa primavera? Che cosa è cambiato da allora? Finora per affrontare la pandemia il nostro sistema sanitario si è mosso su 2 piani: ha ricavato reparti speciali all’interno degli ospedali o ha creato strutture dedicate solo alla cura degli ammalati Covid. Per riuscirci sono stati riconvertiti nosocomi poco utilizzati, o si è scelto di destinare almeno un polo regionale alla cura dei positivi, oppure sono state costruiti hub da zero, come quello, chiacchieratissimo, alla Fiera di Milano.

In queste settimane di emergenza si rincorrono le notizie di potenziamenti e aperture. Nel momento in cui scriviamo, in Liguria sono già diventati “Covid” 3 centri, in Piemonte sono state montate 9 tensostrutture di fianco agli ospedali classici, il Fiera Hospital di Civitanova Marche ha raddoppiato la capienza, in Puglia si lavora per rendere operative 4 strutture ad hoc.

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«Credo che la formula migliore sia proprio questa» commenta Francesco Longo, professore del Cergas Bocconi, il centro di ricerche sulla gestione dell’assistenza sanitaria e sociale. «L’esperienza fatta ha dimostrato che separare i reparti all’interno di un normale ospedale è complesso e, come è già accaduto, può creare focolai molto pericolosi».

Gli hub Covid, dunque, possono diventare una soluzione e bisogna pensarci alla svelta se, come ha pronosticato nei giorni scorsi il premio Nobel per la medicina Bruce Beutler, in futuro vivremo sempre più spesso emergenze di questo tipo. «Tali strutture specializzate devono essere flessibili: con più o meno posti letto in intensiva o in reparto a seconda del momento e delle necessità» precisa Longo. «Ma il problema è un altro: la sanità raccoglierà per anni i cocci di questa battaglia. E i cocci sono le persone dimenticate: durante la prima ondata, l’80 dei ricoverati erano i positivi, mentre non abbiamo curato gli altri, dai cardiopatici ai malati oncologici. Ora rischiamo di commettere lo stesso errore. E se già prima del Covid, con le sue carenze di posti e di personale, il nostro sistema ospedaliero pubblico riusciva a curare solo il 74% dei malati, cosa succederà l’anno prossimo? Quello che ci sta insegnando il Covid è che bisogna destinare più soldi alla sanità non solo nei momenti di crisi, ma da ora e per sempre».

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Una donna in prima linea racconta

La sera, quando mi tolgo maschere e camici, mi assale la rabbia

«Dalla stanchezza fisica della prima ondata sono guarita ma dai ricordi no» racconta Ada Vecchiarelli, dirigente della Terapia intensiva all’azienda ospedaliera di Perugia Santa Maria della Misericordia. «Mi porterò sempre dentro quelle urla di dolore di una figlia a cui una sera, al telefono, ho dovuto dire che il suo papà non c’era più».

Tempo per i ricordi però ora non ce n’è molto: le giornate sono di nuovo una corsa convulsa. «Da 13 posti letto siamo passati a 23 e dobbiamo essere pronti ad aumentarli. Ciascuno di noi è tornato a coprire più turni e io non so quante ore resto in reparto: dovrei uscire alle 8 di sera ma spesso a notte fonda sono ancora qui. Il macigno più forte è quello emotivo: quando vado da un paziente in un altro reparto per dirgli che lo devo ricoverare in terapia intensiva, leggo il terrore nei suoi occhi. La gente si sente persa, a volte non vuole nemmeno fare una telefonata ai parenti prima di essere intubata e qualche giorno fa un uomo mi ha sussurrato addio prima di perdere conoscenza. A queste cose non mi abituerò mai. Per fortuna a darmi forza ci sono storie come quella di un papà di 5 figli: ha solo 29 anni e lo abbiamo curato qui in reparto. Ora si è ripreso completamente. Mi capita di pensare a lui, alla sera, mentre inizio il rituale per togliere maschere e camici e mi chiedo se vedremo mai la fine, o quando mi assale la rabbia. Perché non tutti hanno fatto la loro parte».

I numeri impietosi del Covid

1.900 euro la spesa sanitaria pubblica pro capite nel nostro Paese; in Francia è 2.993 euro, in Germania 3.443.

3,2 i posti letto negli ospedali italiani ogni 1.000 abitanti; in Francia ce ne sono 6, in Germania 8.

8,6 i posti letto ogni 100.000 residenti nelle terapie intensive; in Francia sono 16,3, in Germania 33,9.

(Fonte: Osservatorio Oasi-Cergas Bocconi)

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