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Covid: esami e terapie che funzionano

Farmaci miracolosi non ce ne sono ancora. Ma nei reparti ospedalieri il modo di curare è già cambiato. Si punta sugli esami che riconoscono i pazienti destinati a peggiorare. E sulle terapie che bloccano il virus prima che faccia troppi danni
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In queste settimane in cui il mondo si sente in bilico tra la prima e la seconda ondata del virus e molti Paesi lavorano giorno dopo giorno, ora dopo ora, per scongiurare nuovi lockdown, c’è un numero che dà speranza e fiducia ai medici impegnati nei reparti Covid: 99,6. Dati alla mano è questa la percentuale dei pazienti ricoverati che, presto o tardi, riescono a tornare a casa. Tra loro anche Silvio Berlusconi, 84 anni compiuti in questi giorni, che, dopo essere risultato positivo al test Covid-Sars2, è rimasto in ospedale per 12 giorni. Sono bastati perché le cure funzionassero al meglio e l’ex premier venisse dimesso.

Siamo diventati più bravi nel combattere la malattia? «Sicuramente più veloci. C’è un’impresa che sembrava irraggiungibile fino a cinque mesi fa: diagnosticare precocemente i casi di Covid-19, tenerli sotto controllo e intervenire subito con il ricovero e le cure adeguate. Adesso ci riusciamo grazie anche ai tamponi che vengono fatti letteralmente “a tappeto”» risponde Francesco Blasi, direttore della Pneumologia e responsabile della Unità Covid del Policlinico di Milano, reparto dove tra febbraio e maggio ha curato circa 250 pazienti infettati dal virus. «Lo stiamo vedendo con le scuole. Se il bambino ha sintomi sospetti, viene messo in quarantena insieme a tutta la famiglia, in attesa degli esiti del tampone. In caso di positività, scatta la stretta sorveglianza da parte del medico, per individuare tempestivamente chi potrebbe avere necessità di ricovero. Tattiche per battere sul tempo il virus che stanno portando dei risultati».

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Questo significa che si viene ricoverati già ai primi sintomi? «Su qualsiasi over 80 con gli inevitabili fattori di rischio legati all’età, adesso si interviene ai primi cambiamenti che possono far sospettare una compromissione dei polmoni. Sappiamo infatti che l’infezione può iniziare sottotono con febbre o assenza del gusto e dell’odorato. Ma nell’arco di 3 o 4 giorni può esplodere con sintomi importanti. Se il paziente è anziano e soffre di altre malattie non è il caso di aspettare. E, al di là dell’età, se ci sono affanno e respiro difficoltoso, oggi si richiede il ricovero».

Da più parti, però, si parla del rischio di tornare ai numeri del passato, con i reparti in affanno. «Oggi siamo più preparati. Le ricerche fatte sul campo in questi mesi ci permettono di individuare subito, tra i pazienti che arrivano in ospedale, quelli che hanno una polmonite in grado di degenerare in modo drammatico. Gli studi sono ancora in corso in Italia e all’estero, ma già sappiamo che alcuni valori nel sangue sono dei veri e propri biomarcatori: le misurazioni della ferritina, della proteina C-reattiva, del D-dimero possono essere incrociate, grazie a sofisticati algoritmi, con altre informazioni come il livello di ossigenazione del sangue e la presenza di patologie croniche. Con questo quadro abbiamo valori predittivi di come può evolvere la malattia e del rischio di mortalità e possiamo fare subito, prima che il quadro clinico peggiori, la scelta terapeutica più giusta».

Si è parlato molto della terapia che è stata adottata per Silvio Berlusconi: che cos’ha di diverso dalle altre? «Nel suo caso si è fatto ricorso al Rendesivir ed era il farmaco giusto: si tratta di un antivirale che, in caso di polmonite, somministrato in prima battuta durante il ricovero dà un vantaggio sulla malattia perché permette di “quietare” la replicazione del virus. Ma non è l’unico e, soprattutto, non va visto come il medicinale risolutivo per tutti. Il lavoro di ricerca che è stato condotto in questi mesi a livello mondiale, ci ha portato ad abbandonare farmaci che durante la prima ondata del virus sembravano validi: è accaduto almeno in parte con il Tocilizumab, usato per combattere la tempesta infiammatoria causata dal coronavirus. Per altri, invece, ora c’è un uso validato da parte della comunità scientifica. Penso, oltre che al Rendesivir, ai corticosteroidi, utili per abbattere lo stato di infiammazione generale. E all’eparina a basso peso molecolare che, grazie alle sue proprietà anticoagulanti, aiuta anche a scongiurare il rischio di embolia quando la polmonite è grave».

A conti fatti oggi le persone più fragili, come gli anziani, quando vengono ricoverate hanno più probabilità di guarire? «Sicuramente. Ma ciò non toglie che c’è ancora chi non ce la fa, e questo dipende molto dallo stato generale di salute. Per tutti i pazienti stiamo mettendo a punto un protocollo di cura più completo: siamo di fronte a una malattia sistemica e nei reparti Covid la affrontiamo unendo le competenze di specialisti diversi. Sappiamo che questo virus non scatena una semplice polmonite, ma può attaccare il fegato, il cuore, i reni e il cervello. E non colpisce ogni persona allo stesso modo. Per questo oggi le equipe monitorano la situazione del paziente e intervengono tempestivamente e con farmaci mirati per tenere lontano, per esempio, il rischio di ictus o di insufficienza renale. Abbiamo modificato anche l’approccio con i malati che devono essere aiutati a respirare: adesso iniziamo la ventilazione gradualmente, con basse pressioni. E questo ci permette di preservare meglio l’attività dei polmoni e la loro capacità di ripresa dopo la fase acuta della malattia».

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I guariti si ritrovano su Facebook

Morena ha 59 anni, è lombarda e nel clou della pandemia si è ammalata di polmonite interstiziale da Covid 19. Una esperienza drammatica, durante la quale ha dovuto combattere anche il senso di abbandono e di solitudine. È nata così l’idea di una pagina Facebook. Il gruppo “Noi che il Covid lo abbiamo sconfitto” è per coloro che vogliono confrontarsi con chi ha gli stessi sintomi, cercano una parola di conforto o hanno già le forze per dare consigli e aiuto ad altri malati. La pagina oggi conta circa 3.700 iscritti.

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