Un tempo c’era solo il “turismo delle radici”: erano i viaggi che compivano soprattutto gli emigrati all’estero per tornare in Italia dove ritrovare parenti e amici, dopo lungi periodi di lontananza. Oggi quel tipo di viaggio vive una nuova vita: si tratta delle vacanze estive da parte di chi non ha mai varcato il confine, ma si è solo allontanato dal proprio borgo, paese o anche città per trasferirsi in un’altra località per motivi di lavoro. In una parola, le “vacanze identitarie”. Proprio il ritorno estivo assume, infatti, un significato emotivo e psicologico nuovo e importante.
Dal “turismo delle radici” ai “ritorni estivi”
Fino a poco tempo fa si parlava quasi esclusivamente di “turismo delle radici” intendendo il tipo di viaggio compiuto soprattutto da emigrati o italiani residenti all’estero e italo-discendenti. Un bacino stimato in circa 80 milioni di persone. Secondo i dati di Enit-Agenzia Nazionale del Turismo, il 30% del turismo delle radici riguarda soprattutto i giovani dai 25 ai 34 anni (25,7%) e la fascia tra i 55 e i 64 anni (24%). Si tratta di chi programma visite a lunga permanenza in Italia. Adesso, invece, si assiste soprattutto a “ritorni estivi” nei luoghi dell’infanzia. E il carico emotivo e psicologico è molto differente: per questo si parla di vacanze identitarie.
Cosa sono le vacanze identitarie
«Quello delle vacanze identitarie è un fenomeno sociale diffuso e profondamente radicato, che va ben oltre la semplice vacanza. Il ritorno estivo nel paese natio è un’esperienza carica di significati psicologici, emotivi e identitari. Non si tratta solo di riabbracciare i familiari o ritrovare sapori dimenticati, ma anche — e forse soprattutto — di confrontarsi con il passato, con ciò che si era, con ciò che si è diventati», spiega Carlo Trionfi, Direttore scientifico del Centro Studi Famiglia di Milano, presidente dell’Istituto Nazionale per la Coordinazione Genitoriale e Docente di Psicologia Giuridica presso l’Istituto Minotauro.
La funzione delle vacanze identitarie
«Le vacanze identitarie sono periodi in cui si torna alla terra d’origine per riconnettersi con le proprie radici culturali, familiari e personali. Tornare in quei luoghi non è solo un viaggio fisico, ma un viaggio nel sé. Qui la memoria cerca le tracce del passato: luoghi, volti, suoni – spiega Trionfi – Aiuta a ritrovare il nesso tra la nostra vita attuale e il nostro passato, a sanare le ferite lasciate dal viaggio, dalla migrazione e anche dalla idealizzazione malinconica del luogo da cui veniamo». È un modo, quindi, per creare un ponte tra chi eravamo e chi siamo oggi.
Il ruolo della memoria
«Ogni strada, edificio o angolo del paese d’origine può diventare un potente richiamo per la memoria. La psicologia ambientale ci insegna che i luoghi non sono neutri: sono impregnati delle emozioni, delle esperienze e dei significati proiettati nel tempo. Tornare in un luogo familiare dopo mesi o anni, quindi, significa riattivare alcune memorie che si erano sedimentate: alcune sono dolci, altre dolorose», sottolinea Trionfi. Memorie importanti anche nel presente: «Il bisogno di risvegliare il passato nasce da emozioni come la nostalgia che, in psicologia, è vista come una strategia di adattamento: ci ricorda chi siamo e ci collega a comunità, regalandoci significato anche quando siamo lontani».
Ritrovare se stessi tramite la nostalgia
«Il sentimento predominante di questi ritorni è quindi spesso la nostalgia. Ma non si tratta solo di malinconia, bensì di una vera e propria elaborazione emotiva. «Tornare nei luoghi dell’infanzia o adolescenza significa spesso incontrare, metaforicamente, il proprio sé passato. Incontriamo la versione di noi che giocava in piazza, che si sentiva incompresa, che sognava di “andare via”». Ma attenzione: proprio la nostalgia può anche diventare una trappola.
Attenzione a non mitizzare il passato
Il rischio può essere di idealizzare un passato che non è mai in realtà accaduto, di «alimentare un bias cognitivo che lo rende più positivo di quanto realmente non fosse. Il viaggio stesso, quindi, a volte corrisponde proprio a un risveglio da questo sogno. Nei luoghi del passato il tempo non si è fermato e ci si confronta con una realtà differente da quella che ci si aspettava. Talvolta deludente, ma anche più reale», come sottolinea ancora lo psicologo. Ma ridurre l’idealizzazione del “mito del passato” è possibile.
Come evitare di idealizzare i ricordi
Scoprire una realtà diversa da quella idealizzata, infatti, può permettere di «rivalutare positivamente il proprio presente e di abbandonare memorie e identificazioni storiche spesso invadenti. Per farlo bastano semplici comportamenti: coltivare l’atteggiamento riflessivo, riconoscendo le sfumature del passato (più che idealizzarlo); bilanciare i ricordi nostalgici con aspetti critici del passato, permettendo una visione autentica; usare la memoria emotiva per valorizzare il presente, non per scappare da esso; restare in contatto con chi ha vissuto con te quel passato», suggerisce l’esperto.
Un bilancio di vita
Tornare nei luoghi del passato, inoltre, permette di fare un bilancio della propria vita, soprattutto pensando ai sogni che magari hanno proprio spinto a lasciare le origini: «Scoprire che alcuni sogni sono rimasti irrealizzati può generare sentimenti di fallimento o rimpianto, ma anche senso di frustrazione, che vanno elaborato sia con se stessi, sia nel confronto con le aspettative della famiglia o di chi è rimasto al paese – spiega Trionfi – La difficoltà di elaborazione di questa parte delusa porta a non sentirsi mai realizzati e contenti, né nel luogo di vita quotidiano né nel luogo di origine. Come se si fossero tradite le aspettative familiari e personali spesso esagerate con cui siamo partiti e a cui rischiamo di restare inesorabilmente legati».
Sentirsi “diversi” dagli altri
Sentirsi “diverso” da chi è rimasto, inoltre, può dare un senso di alienazione: «Talvolta questa sensazione si unisce a quella di non sentirsi più a casa propria in nessun luogo. Ma se si riesce invece a integrare le proprie origini con le competenze sviluppate nel luogo dove si vive ora, allora si sarà consapevoli di quanto la distanza ci arricchisce e quando torniamo per le vacanze potremo portare questa ricchezza a chi è rimasto là. Bisogna riuscire ad accettare il potere delle mille contraddizioni che ogni giorno nascono dalla doppia appartenenza. E portare a chi è rimasto a casa questo immenso e complesso patrimonio», conclude lo psicologo.