C’è qualcosa di ostinato nell’idea che una scatola di cartone, un mazzo di carte e qualche segnalino colorato possano raccontare 72 anni di lotte. Eppure, è esattamente quello che ha fatto Tory Brown, game designer di Baltimora, attivista di lunga data e stratega della comunicazione politica per il più grande sindacato degli Stati Uniti, quando ha ideato Votes for Women: un gioco da tavolo che simula la lunga battaglia, dal 1848 al 1920, per il suffragio femminile americano.

Il tabellone è una cartina degli Usa. Chi siede dalla parte delle suffragette deve conquistare abbastanza Stati per far approvare il 19° Emendamento. Chi sta all’opposizione deve bloccarle: bastano 13 Stati contrari. Semplice da spiegare, tutt’altro che semplice da vincere, proprio come nella realtà. Le carte riportano eventi e protagoniste reali del movimento, nella scatola ci sono anche riproduzioni di documenti d’archivio. Un game, sì. Ma anche una piccola enciclopedia.

Nominato gioco dell’anno da diverse pubblicazioni negli Stati Uniti, Votes for Women arriva in Italia per Devir nel 2026, quando festeggiamo gli 80 anni dal primo voto delle italiane. Anche per questo Brown è stata ospite d’onore di Play – Festival del Gioco, la più importante manifestazione nazionale sui giochi da tavolo, di ruolo e di carte. Tre giorni, dal 22 al 24 maggio scorsi a BolognaFiere, per un’edizione tutta al femminile dedicata all’anniversario: l’hashtag era #LaPLAY, al centro le autrici e le innovatrici del mondo del gioco. Ho incontrato Tory prima in videochiamata, incastrando i fusi orari, e poi a Play. È molto preparata ma anche ironica, passa dalla storia del suffragio alle meccaniche di gioco alla politica di oggi senza perdere il filo. Prima di salutarci, mi ha detto che non sapeva ancora cosa avrebbe fatto nel suo primo viaggio in Italia: «Just going to roll the dice and see where we go!», “Lancio i dadi e vedo come va!”. Una risposta da vera game designer.
Da dove viene l’idea di Votes for Women?
«Era il 2020, l’America stava celebrando il centenario del suffragio femminile. Io mi sono formata in Gender Studies e ho sempre sentito profondamente “mia” questa storia. Un amico aveva un’azienda di giochi da tavolo e cercava temi nuovi, qualcosa di diverso dai soliti giochi sulla Seconda Guerra Mondiale. Gliel’ho suggerito io: “Perché non fai un gioco sul suffragio?” E lui: “Perché non lo fai tu?”. Non avrei mai pensato di creare un gioco!».
Cosa vorrebbe che provassero le persone che ci si cimentano?
«Prima di tutto che si divertano. È pur sempre un gioco: se non lo trovano coinvolgente, il resto non conta. Ma dal punto di vista politico, vorrei che si sentissero motivate a rendere il loro Paese più democratico. Vorrei restasse loro la voglia di essere parte di qualcosa».
Votes for Women copre 72 anni di storia. Come si condensano decenni di attivismo in un’esperienza da tavolo?
«Innanzitutto, con molta ricerca. Per il centenario, gli archivi degli Stati americani hanno digitalizzato le loro collezioni. Così ho costruito una timeline degli eventi cardine su un foglio di calcolo: quali libri erano stati pubblicati, quale disastro naturale aveva convinto l’opinione pubblica che le donne fossero partner civici fondamentali, quali guerre ne avevano cambiato la percezione… Poi è arrivata la fase del test: partite su partite per capire cosa funzionasse e cosa permettesse di imparare davvero qualcosa. È stato un lungo lavoro di tentativi ed errori».
C’è una carta di cui va particolarmente fiera?
«Sì, si chiama Southern Strategy. Offre alle suffragette un vantaggio immediato e potente, ma con un costo altissimo che non si vede subito. Rappresenta il momento in cui il movimento ha dovuto scegliere se lottare solo per il voto alle donne bianche o per una strategia federale che lo avrebbe dato a tutte, incluse le nere. Chi la gioca sceglie l’espediente razzista e la partita lo “punisce”. Nessuno è davvero libero finché non lo sono tutti».
Pensa che i giochi da tavolo possano cambiare il modo in cui le persone si relazionano alla storia e alla politica?
«Spero proprio di sì. Stiamo assistendo alla crescita di movimenti fascisti e xenofobi, i giovani rischiano di cadere in narrazioni comode in cui dare la colpa delle proprie difficoltà all’altro. Chi vuole raccontare una storia diversa deve usare tutti i mezzi: libri, film, YouTube, giochi da tavolo. Ogni percorso conta».
Il mondo dei giochi è stato a lungo maschile. Sente che le cose stanno cambiando?
«Le donne hanno sempre giocato. Sa che il movimento per il suffragio usava già i giochi di carte per coinvolgerle? Mentre prendevano un tè con le amiche o aspettavano che la cena cuocesse, giocavano a qualcosa che raccontasse la loro battaglia. Il problema è che le donne sono ancora oggi le principali caregiver e hanno meno tempo per le fiere o le community di game design. Io ho ideato Votes for Women durante il lockdown: ero disoccupata e stavo uscendo da una dipendenza, avevo bisogno di concentrarmi su qualcosa. Ma non avrei mai potuto farlo con bambini piccoli in casa. Le cose però stanno cambiando. La talentuosa Elizabeth Hargrave tiene aggiornata una lista di donne designer: siamo tante».
Eppure nel 2026 i diritti delle donne sembrano più in discussione che mai.
«Sono sempre stati contestati: il progresso non è lineare e alle nostre vittorie sono sempre seguiti dei contraccolpi. Non a caso, lo stesso anno in cui venne ratificato il 19° Emendamento nacque il concorso di Miss America: da un lato le donne conquistavano il voto, dall’altro venivano messe in costume da bagno su un palco. Chi sente di star perdendo potere reagisce rispedendo le donne là dove il loro valore si misura solo nel corpo, nella bellezza, nella capacità di fare figli. Quando ciò accade, dobbiamo riprenderci il nostro ruolo nella vita pubblica».
Votes for Women arriva in Italia per gli 80 anni dal nostro suffragio femminile. Una coincidenza significativa?
«C’è molta simmetria tra il movimento suffragista americano e quello italiano. Entrambi partivano da strutture giuridiche che relegavano le donne alla sfera domestica. In entrambi i Paesi il fascismo ha distorto l’idea di cosa le donne potessero essere e diventare. Stiamo combattendo gli stessi sistemi di potere che combattevano le nostre antenate. Cosa vogliamo rivendicare, insieme, per fare in modo che le nostre figlie abbiano più di quanto abbiamo avuto noi?».