Perché è così difficile riconoscere la depressione

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Simonetta Palmucci ed Elisa Venco

All’inizio sembra un periodo di stanchezza, una fase in cui si ha bisogno di solitudine. Spesso, però, è l’avvisaglia di un buio che può durare a lungo. E che, secondo l’Istat, colpisce in prevalenza le donne, gli anziani e chi ha un basso reddito

È come vivere un infinito inverno: si fatica a dormire, si è sempre stanchi, ci si deve sforzare per concentrarsi. E piano piano si entra in una “zona grigia”, tra il disagio e la malattia, dove i confini sono confusi tanto per chi vi si trova quanto per amici, coniugi, parenti. Secondo il rapporto curato dall’Istat in collaborazione con Eurostat, a febbraio di quest’anno, sono circa 2,8 milioni gli italiani definibili come “depressi”. ll paziente-tipo è donna, ha più di 65 anni, un reddito e un tasso di istruzione medio-bassi. Il motivo? «Dal punto di vista culturale e storico la donna è abituata a manifestare meno aggressività e malessere, mentre l’uomo esterna rabbia e disagio» spiega David Lazzari, responsabile del Servizio di psicologia dell’azienda ospedaliera di Terni e membro dell’esecutivo nazionale dell’Ordine degli psicologi. Insomma, è come se le donne, per la maggiore tendenza a rimuginare sulle cose negative, a un certo punto “implodessero” sotto il peso del male di vivere. Talvolta succede anche a coloro che apparentemente hanno tutto: successo, bellezza, talento. Come è appena accaduto alla scrittrice e nostra collaboratrice Alessandra Appiano, alla “regina delle borse”, la stilista americana Kate Spade e allo chef più amato negli States, Anthony Bourdain. Tutti e tre sono state sopraffatti dal disagio, fino a non riuscire a sopportarlo più. Ecco perché è importante imparare a cogliere la differenza tra i sintomi transitori definiti “sottosoglia” (per esempio la difficoltà a concentrarsi sul lavoro), che segnalano un disagio leggero, e la depressione, che toglie il piacere da ogni attività della vita quotidiana, e che a volte trascina in un buco nero da cui è difficile uscire.

I segnali da non sottovalutare

Distinguere i sintomi d’allarme non è facile, né per i familiari di chi sta attraversando un “momento-no” né per i medici di base, che troppo spesso propongono integratori o attività all’aria aperta a chi accusa malessere o stanchezza, senza approfondire la diagnosi. Anche perché, per loro formazione, di frequente fraintendono la situazione e «ritenengono causa della crisi un trauma, come un lutto o un licenziamento, mentre sovente è solo lo “stimolo” che porta in luce un disagio pregresso» dice Lazzari. Quali sono i campanelli d’allarme? «La perdita di interesse in cose che prima appassionavano e il ritiro dalle relazioni sociali. Per individuarli esistono dei questionari che l’Ordine degli psicologi sta diffondendo tra i medici di famiglia. Obiettivo: favorire la diagnosi e accrescere la possibilità di interventi precoci, che evitino aggravamenti successivi e costi aggiuntivi per la Sanità pubblica ». Anche perché, a essere a rischio, per di più, sono i soggetti già “deboli”: gli anziani, i disoccupati e le persone a basso reddito. «Una migliore cultura e maggiori possibilità economiche danno in genere standard di vita più soddisfacenti e aiutano a ricevere cure migliori. Se invece servono mesi per il primo appuntamento con uno specialista nel settore pubblico - e quindi se ho fretta lo psicologo lo devo pagare di tasca mia - i meno abbienti hanno poche possibilità di accedere alla cura» riassume Lazzari.

Le prospettive di guarigione

Neppure gli under 18 sono immuni dal rischio: «Si stima che in Europa un minorenne su 10 abbia disturbi della sfera psichica » chiarisce l’esperto, che auspica una maggiore presenza degli psicologi nelle scuole. «I figli di mamme depresse hanno una possibilità 4 volte maggiore di soffrire di depressione». I fattori genetici incidono, ma altrettanto fa il contesto, e dunque l’unità familiare, le condizioni di vita e il livello di istruzione. Per fortuna, se il disagio è in aumento, lo è anche la rapidità nel riconoscere la difficoltà. «Oggi avere una diagnosi di depressione post partum o riconoscere i disturbi dell’umore è più facile, perché se ne parla di più» dice il medico. Lo stesso discorso vale per le prospettive di guarigione: in Inghilterra, dove il governo ha reso disponibile gratis la psicoterapia per tutti, migliorano 2 pazienti su 3 e 1 su 2 guarisce per sempre. Anche se in Italia non abbiamo programmi simili, affrontare questa malattia si può. Sconfiggerla, pure. «Non è detto che la depressione sia per forza recidiva» sottolinea Lazzari. «In alcuni casi può essere considerata come l’anticamera di una soluzione». Lavorando su di sé con uno specialista, da una crisi si può uscire più forti e dotati di risorse per il futuro.

Le testimonianze

Francesca, 45 anni, insegnante di Roma «Le crisi isteriche di mia madre mi terrorizzavano» La depressione di mia mamma è esplosa dopo la mia nascita. Invece di essere felice per l’arrivo della sua bimba, piangeva in continuazione, non riusciva a guardare al futuro. All’inizio la famiglia di mio papà attribuiva questi stati d’animo al suo carattere: la prendevano per la ragazza snob incapace di adattarsi alla vita di campagna, facendola sentire sempre più sola. La sua condizione però si aggravava di giorno in giorno: alla tristezza si erano aggiunti altri sintomi, come le crisi isteriche, gli attacchi d’ansia. Fu a quel punto che mio padre decise di rivolgersi a uno specialista. Le venne subito diagnosticata una depressione molto grave. Lo psichiatra le spiegò che il suo disturbo non era stato scatenato dal parto, ma che aveva origine dalla sua infanzia, trascorsa con una mamma remissiva e un padre violento, che tendeva a isolarla, e dal rapporto con la sorella disabile. Purtroppo, nonostante le cure, le cose non miglioravano. Quel suo male oscuro era stato riconosciuto troppo tardi per essere sconfitto ed era diventato cronico. Ricordo che a 10 anni trovai il suo diario. In quelle righe, in cui ricorrevano le parole “paura”, “ansia”, “tristezza”, lessi tutto il suo dolore, e capii il perché delle sue crisi isteriche che mi terrorizzavano, dei lunghi ricoveri in ospedale dove io, dal fondo del letto, aspettavo che mi venisse ad abbracciare mentre restava inerte, stordita dalle medicine. Sono cresciuta con il vuoto lasciato dal poco affetto che ha potuto darmi, e la paura che i miei amichetti del vicinato sentissero le sue urla. A 16 anni mi sono rivolta anche io a uno psichiatra. Mia madre nel suo calvario mi aveva aiutato a capire i sintomi di questo male. E grazie a una cura tempestiva sono riuscita a salvarmi. Anzi, in fondo, è stata proprio lei a salvarmi.

Giulia, 43 anni, impiegata di Perugia: «Mi sembrava di vivere un’esistenza non mia» La mia vita, agli occhi degli altri, era perfetta. Ero una studentessa modello, avevo una famiglia felice, ero fidanzata con il ragazzo che mi piaceva fin da quando andavo a scuola. Il mio futuro, a 20 anni, era già pianificato: lavoro, matrimonio, una casa pronta. Dentro di me però, c’era sempre un tarlo che non mi faceva vivere bene le mie giornate. Ero giovane, avrei dovuto essere piena di energia, ma i mesi scorrevano uno uguale all’altro. Pian piano piombai in una sorta di torpore che mi faceva sembrare tutto estremamente faticoso. Pensavo che fosse solo un periodo, ma le cose peggioravano al punto tale che non avevo più voglia di fare nulla. La morte improvvisa di mio padre mi dette una scossa, che mi portò ad abbandonare quel binario sicuro sul quale viaggiavo. In poco tempo lasciai il mio ragazzo e andai a vivere da sola. Avevo bisogno di cambiare. Ma nonostante quella rivoluzione totale della mia esistenza, che speravo mi portasse a trovare nuovi stimoli, le cose non cambiarono. Anzi, mi lasciai andare sempre più. Non dovevo controllarmi, non dovevo rendere conto a nessuno di ciò che facevo. Assecondai sempre più l’apatia. La mia vita era fatta di lavoro e dormite. Quando rientravo a casa sprofondavo in sonni profondi, interminabili. A cui poi, col tempo, seguirono periodi di insonnia totale. Mi resi conto che non potevo più gestire quella situazione, che stavo male, stavo precipitando. All’improvviso capii che avevo bisogno d’aiuto e mi rivolsi a uno psicologo. È stato un percorso lungo 11 anni, a volte difficile, durante il quale però ho trovato la bussola per la mia strada. Ho capito che la depressione è stata generata dalla gabbia che mi ero costruita, fatta di progetti in cui non mi riconoscevo più, ma che per anni mi ero ostinata a inseguire. Oggi sto bene, anche se questo male oscuro mi fa ancora paura. Ma ho imparato a riconoscere i campanelli d’allarme, a capire quando qualcosa in me non va, a fermarmi e, se serve, a cambiare direzione.

Francesca, 42 anni, libera professionista di Bologna: «Stavo a letto per giorni. Ho smesso anche di fare la doccia» Per anni ho vissuto una vita frenetica tra lavoro, famiglia, casa. All’improvviso arriva un licenziamento per chiusura dell’attività. Nel frattempo l’azienda in cui mio marito lavora gli comunica il trasferimento in un’altra città. In poco tempo la mia vita è stravolta: ci trasferiamo, i miei stati d’animo sono altalenanti. Passo da fasi in cui faccio progetti, organizzo la casa, mando curriculum ad altri in cui sono presa dalla completa apatia. Un giorno, mentre sono a pranzo con la famiglia, il primo attacco di panico. Provo una sensazione quasi di distacco dalla realtà, mi sento soffocare, ho paura di tutto. Mi fa male lo stomaco, ho le palpitazioni, mi sembra di morire. Con mio marito, quello stesso pomeriggio, vado dal medico che mi dà degli integratori naturali. La mia vita continua, ma il timore che quel malessere ritorni è sempre presente. E mi blocca al punto che evito di fare vita sociale e rifiuto alcuni lavori che mi vengono proposti. Piano piano inizio a trascurarmi, non mi curo più, neanche mi faccio la doccia per giorni. Tanto, mi dico, non devo andare da nessuna parte. Guardo le altre mamme che accompagnano i figli a scuola: mi sembrano tutte felici, realizzate, con un posto nella società che io non ho più. Allo specchio vedo una madre isterica, che passa sempre più spesso le sue giornate sul letto a piangere. Arrivo a pensare di essere solo un peso e che se morissi sarebbe meglio anche per loro. Mio marito mi propone di andare da uno psicologo: quando il medico mi spiega come perdere il lavoro abbia minato la mia identità scoppio a piangere. È come se qualcuno mi vedesse per la prima volta, impaurita in fondo a un pozzo buio, e mi tendesse la mano per risalire. La mia rinascita è faticosa, ma sto iniziando a vedere la luce dopo mesi di tenebre.

Angelo, 54 anni, informatico di Ancona: «Mi infastidivano perfino i miei figli» Fino ai 50 anni avevo un lavoro in una grande azienda, una moglie, 3 figli, la passione per i libri e per la campagna dove mi rifugiavo appena potevo. Poi l’azienda mi ha chiesto di effettuare lunghe trasferte, con destinazioni diverse, tutte in Italia, che mi tenevano lontano quasi l’intera settimana dai miei cari. All’inizio, nonostante le difficoltà, ho cercato di non abbattermi. Dopo un anno, però, ho iniziato a sentirmi sempre stanco, nervoso, triste. Le cose, con il tempo, sono ulteriormente peggiorate. Nelle mie giornate c’erano momenti di forte agitazione, ansia, paura, in cui mi sentivo come una farfalla chiusa dentro a un barattolo che sbatteva le ali, e altri in cui ero una sorta di pupazzo senza volontà che subiva tutto passivamente senza provare emozione. Ciò che mi piaceva aveva perso il suo interesse. Quando tornavo a casa, dopo un po’ mi infastidivano la confusione dei miei figli, il cane che mi scodinzolava intorno, le chiamate degli amici. Una sera, durante un viaggio, mentre mi trovavo alla stazione di Firenze per un cambio treno verso Milano, mi sedetti su una panchina. Fissavo il vuoto: la mia mente era come estraniata da ciò che mi circondava. Il treno è ripartito e io sono rimasto seduto senza prenderlo. Quella sera sono tornato a casa e il giorno dopo mi sono recato dal mio medico curante che mi ha mandato da uno psichiatra: questi mi ha prescritto dei medicinali grazie ai quali sono stato meglio. Successivamente, durante gli incontri con lui, ho capito che il mio disturbo, scatenato dalla situazione lavorativa, in realtà aveva radici lontane, nella perdita di entrambi i genitori a 2 anni e in un’ansia da abbandono mai espressa e mai superata. La strada è stato lunga e dolorosa. Ora sto meglio, ho ripreso a lavorare e riesco a essere più sereno, e soprattutto a guardare di nuovo al futuro con fiducia.

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