Perché le donne non vengono credute, neanche nei tribunali

Quante volte le donne anche nei tribunali "se la sono cercata" e la violenza del compagno vien scambiata per un "raptus di gelosia". La giudice Paola Di Nicola spiega perché succede: sono gli stereotipi sulle donne a condizionare anche il pensiero dei giudici

Chiediamoci perché, se una sorella o un’amica ci confessa che il suo compagno le ha dato uno schiaffo, noi non le diciamo subito «Come stai?» o «Mandalo via» ma piuttosto «Tu cos’hai fatto? Perché ti ha picchiato?». Chiediamoci poi perché facciamo anche di peggio e, invece che aiutarla ad allontanarlo, scusiamo lui: «Sarà stato nervoso, avrà litigato al lavoro, tu avrai fatto tardi come al solito». Poi non chiediamoci più niente ma guardiamoci dentro e pensiamo se anche noi, di fronte a casi come l’ultimo, scioccante, di Alberto Genovese (l'imprenditore in carcere con l'accusa di aver stuprato due ragazze in due feste diverse) abbiamo concluso che le ragazze di Terrazza Sentimento «Se la sono cercata» o «Non hanno detto la verità». Scene di ordinario sessismo, anche da parte nostra. Di noi donne.

Gli stereotipi sulle donne sono identici in tutto il mondo

«Siamo noi donne per prime che non crediamo alle altre donne, a casa, al lavoro, nei tribunali. E succede perché siamo immerse in un clima sociale e culturale sessista, per cui ci sentiamo responsabili e colpevoli di ciò che siamo e ci succede». Per la giudice Paola Di Nicola Travaglini, che lavora al Tribunale di Roma ed è membro della Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio al Senato, è tutto molto chiaro, ma non è stato sempre così. «Dopo 20 anni di sentenze, mi sono resa conto che anche noi giudici siamo vittime di stereotipi talmente radicati che orientano i nostri pensieri, e quindi i processi, senza che ce ne accorgiamo. E questo vale in tutto il mondo. Gli stereotipi sulle donne sono i più diffusi perché inchiodati nella memoria millenaria. Sono quelli per cui le donne mentono o esagerano, denunciano un innocente per averne vantaggi, vanno a caccia di notorietà, se la sono cercata (quindi sono responsabili di ciò che hanno patito), oppure traggono sempre qualche beneficio dall’essere oggetto di attenzioni sessuali. Sono gli stessi che spingono i giudici, ma anche i carabinieri al momento della denuncia, a fare domande intrusive e insinuare comportamenti colpevolizzanti nelle donne, che quindi sono portate a non fidarsi. E sono gli stessi che anche di fronte a un femminicidio portano a leggere il fatto come una reazione dell’uomo a qualcosa provocato dalla donna».

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Il "raptus di gelosia" diventa un'attenuante

Pensiamo ai casi recenti di violenza contro le donne: Piera Napoli, Ilenia Fabbri, la 17enne Roberta Siragusa. Il movente sarebbe sempre la “fortissima gelosia” o “una crisi nella sfera della relazione sentimentale” che sia nelle sentenze sia in alcune cronache giornalistiche diventa una sorta di attenuante. E così il femminicidio si trasforma in delitto per gelosia, a cui vengono riconosciute le attenuanti generiche: quasi mai all’imputato viene contestata l’aggravante per motivi abietti e futili. Lo dimostra anche lo studio "Femminicidi a processo" appena condotto su 370 sentenze emesse tra il 2010 e il 2016 dalla sociologa Alessandra Dino dell’Università di Palermo. Lo studio rivela che in oltre il 25% dei procedimenti giudiziari la violenza viene ricondotta a “una crisi nella relazione sentimentale” e alla “gelosia”, spesso associata a una “dimensione morbosa”. Perciò le sentenze spesso non prevedono le aggravanti.

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Perché le donne diventano vittime due volte

E così le donne sono vittime di pregiudizi proprio nel luogo dove dovrebbero essere più tutelate, cioè i tribunali. «Io stessa ho scritto in passato sentenze di cui mi pento e che oggi affronterei in un altro modo. Ne ricordo una in particolare in cui conclusi che i maltrattamenti subiti da una donna avevano un’unica vittima, la figlia della coppia, perché aveva assistito ogni giorno alla demolizione di entrambi i genitori: del padre, che le aveva trasmesso un modello distruttivo e violento, e della madre, che le aveva rimandato un atteggiamento di fragilità e accettazione della sopraffazione. La rabbia che non mi abbandona è di essere caduta anch’io nel solito cliché di colpevolizzare la donna per non essere stata coraggiosa, forte, capace di sottrarsi alla violenza. E per aver considerato vittima solo la bambina e non lei». Da parecchi anni la giudice lavora sugli stereotipi anche con l’obiettivo di sensibilizzare sulla necessità di una formazione specifica per giudici, avvocati e assistenti sociali. Sua la storica sentenza del 2016 sul caso di prostituzione minorile ai Parioli (che ha ispirato la serie televisiva Baby, su Netflix): stabilì che una delle vittime fosse risarcita, oltre che in denaro, con libri e film sul pensiero femminile per aiutarla a costruirsi un’identità fuori dagli stereotipi. Nel 2019 ha scritto il libro La mia parola contro la sua, in cui raccoglie gli stereotipi contro le donne contenuti in 200 sentenze, in Italia e nel mondo. Ma ora Paola Di Nicola Travaglini (il secondo cognome è quello materno, che la giudice ha voluto accanto a quello paterno) ha scritto con il marito, procuratore, un libro ancora più coraggioso: Codice Rosso. Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e altre disposizioni in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere (Giuffré ed.). È un manuale per aiutare giudici e avvocati a interpretare la legge 69 del 2019 sulla violenza di genere, ripulendo i termini da stereotipi e pregiudizi. Perché scegliendo una parola diversa, la violenza viene depotenziata. «Quando una donna racconta di essere stata picchiata dal marito, spesso non si pensa a un abuso di potere ma a una lite familiare. Se i giudici non hanno una formazione specifica su come nasce un rapporto di potere in un contesto affettivo, non vedono la violenza e rischiano così di ridurre le pene agli imputati, anche dimezzandole, o di assolverli. Allo stesso modo una violenza sessuale non è un corteggiamento, come un femminicidio non è un raptus di gelosia». 

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La parola delle donne viene messa in dubbio

Il fatto è che le donne sono raramente imputate nei reati eppure, anche quando sono vittime, troppo spesso diventano colpevoli. «Di tutti i reati, l’80 per cento è commesso da uomini, non per una questione di etica bensì di potere. E tra i reati violenti, quelli contro le donne sono il 95 per cento. Nei processi con reati contro le donne però lo stereotipo è talmente forte che si verifica una pericolosa inversione di logica processuale, cioè la parola delle donne viene messa in dubbio. Se in tutti i processi si presuppone che chi testimonia debba per legge dire la verità (altrimenti commetterebbe un reato), nei reati di violenza di genere invece il presupposto è che la donna stia mentendo, e quindi vanno cercate le cause di questa menzogna: che rapporti aveva prima con l’aggressore, perché non l’ha denunciato, forse voleva l’aumento di stipendio e così via». Anche Paola Di Nicola lotta per essere creduta: da quando ha iniziato a firmare le sue sentenze al femminile, cioè “La giudice”, ha dovuto difendersi e giustificarsi: «La firma al femminile depotenzia la parola dell’istituzione. I colleghi, stupiti, mi chiedono il perché e io rispondo: «Ma se un uomo si firmasse “La giudice” vi sembrerebbe normale? Perché allora noi donne dobbiamo trasformarci in uomini per essere credute?». A questo punto la risposta ce l’abbiamo tutte.

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