Sono sempre stata arrabbiata, prima durante e dopo. Prima per l’angoscia continua, il senso di inadeguatezza, l’impossibilità di fare qualcosa di veramente utile. Durante per lo strazio suo e mio. Dopo per l’incapacità di sostenere la situazione. Sto parlando della morte di mia sorella (scusate la durezza, ma è inutile girarci intorno). Non voglio ripetermi, avevo già scritto sulle pagina di Donna Moderna della difficoltà di vivere accanto a una persona malata. Ma mai mi sarei immaginata quel che ti può succedere una volta che questa persona, amatissima, non c’è più.
Post Mortem: fase 1, la notizia (e i consigli non richiesti)
Il lutto è una questione così personale… Le reazioni alla morte di qualcuno a te molto vicino sono irrazionali quindi ingiudicabili. Io, appunto, prima di piangere mi arrabbio. Poi, finalmente, arrivano le lacrime che in qualche modo ci provano a lavare via il dolore. Tutti ti dicono che ci vuole tempo, che è lui il grande risolutore. I giorni, i mesi, gli anni che passano dovrebbero consolare e ricucire il cuore spezzato. Ok, tutti d’accordo, dipende da cosa ti riserva il futuro post mortem. Uno vorrebbe prenderselo tutto quel tempo per soffrire in santa pace, nel silenzio della propria stanzetta o facendo scene teatrali in pubblico, ognuno ha il suo modo. Invece…
Tre minuti dopo l’ora del decesso la notizia è già di dominio pubblico e non riesci a contenere telefonate e messaggi di amici, affettuosi per carità, ma involontariamente inopportuni. Tu vorresti solo startene da sola, invece la prima cosa che ti dicono di fare è correre in banca e cercare di svuotare il conto di chi se n’è andato per evitare le trafile burocratiche. Ma vi pare? Poi bisogna assolutamente contattare un’agenzia funeraria e vorresti che qualcuno lo facesse per te: vi assicuro che scegliere dal catalogo bara e urna per le ceneri è una cosa tremenda. Fatelo in compagnia, dico davvero, c’è sempre qualcuno che con una battuta solleva il morale a tutti. E poi i fiori, i documenti da fare in Comune, la chiesa per il funerale… Ti tocca prendere appuntamento con un prete sconosciuto al quale raccontare vita e carattere del defunto il cui nome molto probabilmente sarà dimenticato o storpiato durante la cerimonia.
E poi arriva la «burocrazia della morte»
E poi il necrologio sul Corriere della Sera, che per noi milanesi è imprescindibile. Qui si svolge una riunione di famiglia per trovare le parole adatte all’occasione, che siano speciali ma senza esagerare, come fanno in molti: la lettura della pagina dei morti del Corriere, come la chiamano tutti, è un’abitudine quotidiana con estimatori imprevedibili (se fate attenzione alle morti eccellenti troverete fra gli altri i necrologi del duo Luca Guadagnino, regista, e Carlo Antonelli, giornalista, sentiti e anche ironici; forse Sellerio li raggrupperà in un libro). Una volta superati il caos del funerale (in cui saluti tanti riconoscendo nessuno) e lo sgomento della sepoltura, ti illudi di poter anche tu mettere la testa sotto terra e sparire dal mondo.
Invece scopri che esiste una burocrazia della morte alla quale non sei preparato, come alla morte stessa. C’è un testamento e non sapevi nulla. Ti tocca andare da un notaio per scoprire che l’erede universale designato rinuncerà all’eredità e quello che sarebbe stato tuo per legge l’hai anche dovuto pagare. Vai anche in banca, visto che non lo hai fatto prima per rispetto, e ti dicono che devi presentare una montagna di documenti, firmarne altrettanti, e aspettare.
La storia infinita: bollettini, documenti, abbonamenti
Dopo mesi solleciti una risposta e… tua sorella, che ormai non è più fra noi, sta continuando a pagare non le bollette, che ti eri già premurata di chiudere (vi risparmio la trafila e le ore perse al telefono), ma abbonamenti, assicurazioni e passioni varie di cui non eri minimamente a conoscenza. Per ottenere un estratto conto per sapere i nomi dei creditori ci sono voluti altri mesi. E allora sono giornate intere a contattare il club del libro e la palestra per annullare tutte le iscrizioni: si risolve solo se trovate qualcuno di molto gentile. Poi un tot di passaggi in Comune per documenti vari (una volta, colta dall’esasperazione, ho fatto una scenata di cui mi vergogno), conversazioni infinite con un commercialista che non conosci e sembra caschi dal pero. E i bollettini che ti arrivano dall’Agenzia delle entrate? Fai già casino con i tuoi di conti, figurati con quelli di un’altra persona.
Sfido chiunque a non essere furibondo: è passato un anno e mezzo dalla morte di mia sorella e la banca ha emesso il bonifico di quattro spicci l’altro giorno dopo una mia mail di minacce. Una storia infinita, e ogni volta la ferita si riapre. Mi vergogno di provare più rabbia che dolore. Non voglio che i ricordi belli siano appannati dal risentimento. Non vedo l’ora di mettere la parola fine a tutto quello che sta succedendo e che mi impedisce di voltare la pagina del rancore per ritrovare quella della tenerezza del ricordo.
P.S.: pensateci, prima di «andare»
P.S. Un suggerimento per tutti: pensateci, prima di andarvene. Mettete a posto più che potete. Un’amica aggiorna una cartella del computer con documenti, cambiamenti, indirizzi utili a chi resterà dopo di lei. Un’altra ha messo tutto, dalle chiavi di auto e case ai numeri e nomi che servono, in una scatola sul comodino. Scegliete voi, ma cercate di mettere ordine nei vostri casini. E parlate, dite le cose come stanno. Fate un po’ di döstädning, parola svedese che alla lettera si traduce con “pulizia in vista della morte”.
Detta così ti viene da fare le corna. Invece non è altro che il metodo di Marie Kondo (l’autrice di Il magico potere del riordino, Vallardi) solo che qui non si tratta di riorganizzare l’armadio ma di buttare via tutto ciò che non serve, le cianfrusaglie, gli accumuli di roba perché non debba farlo qualcuno al posto vostro quando non ci sarete più. Qualche anno fa è uscito un libro, The gentle art of Swedish death cleaning di Margareta Magnusson, che ne detta le regole. Essere generosi con chi amate non è solo una questione di soldi.