In Italia non si abusa dei farmaci oppiacei

29 08 2019 di Eleonora Lorusso
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L'abuso di farmaci oppiacei negli Usa è diventata una piaga sociale. In Italia non succede perché usati sotto stretto controllo medico e quasi solo nella terapia del dolore cronico 

Negli Stati Uniti l’abuso di farmaci oppiacei è diventato una piaga sociale: oltre il 3% della popolazione adulta è in terapia cronica con oppioidi. Di recente un colosso farmaceutico, la Johnson & Johnson è stato condannato a pagare una maxi multa da 572 milioni di dollari per aver promosso “falsamente i suoi oppiacei come sicuri e necessari, portando a una massiccia sovra-prescrizione e alla dipendenza”.

I farmaci analgesici che contengono oppioidi sono molti e si trovano anche in Italia, eppure nel nostro paese non è allarme. Perché?

Negli Usa usati anche per il mal di denti

Da una ricerca del 2014 è emerso che oltre 10 milioni di americani hanno fatto uso illecito di oppioidi da prescrizione. Sono frequenti anche i casi di abuso e overdose da farmaci con oppio, in particolare in età compresa tra i 45 e i 54 anni, in entrambi i sessi. Il consumo di queste sostanze è legato anche a forme di tossicodipendenza: l’80% di 125.000 consumatori abituali di eroina negli Usa ha dichiarato di avere iniziato assumendo farmaci oppioidi che erano stati prescritti o indicati da un medico. Diversa è la situazione in Europa e in Italia, dove la diffusione di questo tipo di medicinali è molto più limitata. “Il contesto è molto differente: intanto in America si possono acquistare medicinali con oppioidi (principalmente analgesici e antidolorifici) anche senza ricetta medica, come farmaci da banco. Questo facilita il loro consumo anche in caso, ad esempio, di un semplice mal di denti, al posto di un antinfiammatorio. Il caso della Johnson & Jonhson dimostra poi le case farmaceutiche hanno sottovalutato il rischio di dipendenza che queste sostanze danno. Va anche detto che in Italia c’è una resistenza ideologica e storica nel prescrivere questi prodotti” spiega Roberta Pacifici, direttore del Centro nazionale Dipendenze e Doping dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS).

In Italia prescritti ai malati di cancro 

Secondo il rapporto dell’Osservatorio Nazionale sull’Impiego dei Medicinali OsMed del 2015 (su dati 2007-2015) la prescrizione di oppioidi in Italia è aumentata di 4 volte, con un trend proseguito anche nel 2016, soprattutto per gli alcaloidi oppiacei, gli oppioidi derivati dalla fenilpiperidina (come il Fentanyl) e altri analoghi. Una crescita si è registrata anche per i medicinali tipicamente usati nella terapia del disordine da uso di sostanze oppioidi, come il metadone e la buprenorfina. Gli esperti, però, precisano che i numeri di consumo in partenza erano molto bassi, vicini allo zero. L’uso di oppiacei, infatti, è regolato da una legge relativamente recente (n. 38 del 2010), introdotta pensando soprattutto ai casi di dolore cronico in pazienti oncologici. Il nostro paese rimane comunque uno di quelli con la minor crescita nell’uso di queste sostanze, in particolare rispetto alla Germania e ai paesi del Nord Europa, sia nella cosiddetta “terapia del dolore” che nei medicinali di maggior consumo.


Quali sono i farmaci oppiacei e per cosa sono usati

Se tra gli analgesici non oppiacei il più diffuso è il paracetamolo, a seguire si trovano il tramadolo e il paracetamolo in associazione ad oppiacei, come Fentanyl, codeina, ossicodone, tapentadolo, buprenorfina e morfina. Alcuni sciroppi per la tosse contengono codeina, ma sono vietati in età pediatrica e gli adulti possono acquistarli solo con ricetta medica. Esiste, dunque, un potenziale rischio di abuso? “I medici italiani si sono sempre distinti per la cautela nel prescrivere gli oppiacei. Quando un medico sceglie una terapia tiene presente due aspetti principali: se si tratta di un dolore acuto o cronico, e quali sono le aspettative di vita di un paziente, per capire se l’eventuale prodotto oppiaceo possa dare dipendenza o meno. Se il dolore è acuto, ad esempio dopo un intervento chirurgico per asportazione delle emorroidi, che è molto doloroso, si possono prevedere antidolorifici che contengono un oppioide come la morfina. Ma si tratta di pochi giorni, poi quando il paziente è dimesso non prenderà più quel farmaco da solo, dunque si tratta di una somministrazione controllata che non dà dipendenza. Nel caso di dolore cronico in un malato terminale, il problema della dipendenza è secondario rispetto all’accompagnamento al fine vita con meno sofferenza. Esiste poi il caso di dolori per patologie neurologiche, che non prevedono una mortalità a breve termine. In quei casi l’oppiaceo diventa l’ultimo farmaco a disposizione, dopo una serie di altri prodotti a disposizione” spiega Pacifici.

Il pericolo di abuso e uso improprio

Diverso è il discorso in caso di uso improprio, in particolare come droga. Qui il pericolo deriva dagli oppioidi sintetici, sostanze create in laboratorio e dagli effetti molto più gravi di sostanze equivalenti. Tra queste si trova, ad esempio, il Fentanyl, usato come antidolorifico in casi cronici, ma anche abusato come sostanza stupefacente, come accaduto al cantante Prince (morto per overdose proprio da Fentanyl) o dello chef italiano Andrea Zamperoni, scomparso il 21 agosto e poi trovato pochi giorni dopo senza vita in un ostello di New York. “La molecola del Fentanyl è più potente dell’eroina da 100 a 1.000 volte, e 80 volte più della morfina. Se non è usato a scopo terapeutico e sotto controllo medico, questo farmaco diventa letale anche in dosi molto piccole, poche gocce possono renderlo letale causando un’overdose” spiega l’esperta.

Oppio come antidolorifico

Ma mentre negli Stati Uniti l’abuso di oppioidi è legato a casi di tossicodipendenze, nel resto del mondo i medicinali a base di oppio sono meno diffusi, se non addirittura così poco presenti (o prescritti) da spingere l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) a sottolinearne i benefici nella terapia del dolore. In Europa il dolore cronico da moderato a grave interessa circa un adulto su cinque (19%). In Italia il 26% della popolazione ha dovuto ricorrere a trattamento farmacologico per il dolore cronico almeno una volta nella vita, secondo i dati della rete di farmacovigilanza. L’uso degli oppioidi nella gestione del dolore oncologico è ritenuto dalla comunità medica e scientifica del tutto giustificato, considerando maggiori i benefici rispetto ai rischi. “Il problema italiano è casomai l’opposto: una sotto-prescrizione di farmaci oppiacei, sempre visti con molto timore. Negli anni si è tentato di alleggerire le procedure previste per favorire la prescrizione terapeutica e sono nate società che studiano e incentivano questi farmaci, in casi di estrema necessità. Oggi è eticamente accettato che la morte va accompagnata con la riduzione del dolore, utilizzando una serie di prodotti oppioidi” conclude Roberta Pacifici.

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