Quando un sogno si infrange, si rompe qualcosa nell’anima. Rimane una crepa, che spesso neanche il tempo può aggiustare. Lo sanno bene le coppie che non riescono ad avere figli e iniziano il cammino della fecondazione assistita. Al dolore, qui, si aggiunge il peso dei tabù. Perché, anche nel 2019, ammettere il bisogno di un “aiuto” non è per nulla semplice. Tanti si vergognano, non ne parlano. Nemmeno ai genitori.

Quei nonni oggi così presenti nelle famiglie italiane, babysitter e tuttofare, in questi momenti vengono quasi dimenticati. Lo raccontano gli specialisti. «Queste figure invece dovrebbero entrare in gioco quasi subito» spiega Stefania Traini, psicologa e psicoterapeuta esperta in Pma. «La diagnosi di infertilità piomba come una variabile impazzita nella coppia, che potrebbe cercare un riparo sicuro in famiglia. Ma non è così: soprattutto la donna si sente difettosa, non vuole parlare di maternità proprio con chi l’ha generata, come se scattasse una specie di gara inconscia. Così si chiude il dialogo o lo si mette da parte».

Sfide da superare

Rita ha 66 anni, vive a Roma, ed è una di quelle donne che ti viene voglia di abbracciare: dolce, empatica e paziente. Insomma, una nonna dentro. Eppure stringere tra le mani la sua piccola, che ora ha un anno, è stato come una scalata senza imbragatura. «Ho già 6 pronipoti e mi vedevo a spingere la carrozzina, a cullare un bebè annusando di nascosto la sua testolina profumata. Quando mia figlia mi ha confessato che non riusciva a diventare mamma, mi è crollato il mondo addosso. Non ci volevo credere». Tutto parte da un carcinoma alla tiroide che questa giovane donna ha affrontato da ragazza. Fa parte delle sfide che superi, ma poi ritornano nella quotidianità con un conto da pagare, come le cure che influiscono sulla fertilità. «Tempo dopo, lei e mio genero mi hanno detto che stavano pensando di ricorrere alla scienza. Subito, ho chiesto se non ci fossero altre speranze. Ero perplessa, impaurita. Per la mia generazione, in fondo, formare una famiglia era scontato: ci pensava la natura. La Pma mi sembrava qualcosa di strano, quasi una stregoneria».

Per i nonni l’approccio non è semplice

Per i nonni, quindi, l’approccio non è semplice. «Fino a qualche anno fa la maggior parte delle nostre coppie non raccontava nulla ai genitori. E se ci provava, veniva fermata da un muro di silenzi e pregiudizi» nota Antonio La Marca, professore di Ginecologia e ostetricia all’università di Modena e coordinatore clinico della Clinica Eugin Modena, uno dei centri europei più qualificati. «Oggi abbiamo fatto molti passi avanti, ci sono addirittura nonni che si fanno carico del trattamento. Diciamo che è fondamentale il rapporto che c’era in famiglia prima di questo passo». È d’accordo la psicologa Stefania Traini: l’esperienza è una cartina di tornasole del legame perché è davvero potente. «Gli studiosi parlano di “distruzione biografica”: si mette in discussione la possibilità di diventare nonni e perpetuare così la famiglia, di lasciare un’impronta futura. Questo scatena dubbi, paure e sensi di colpa. In fondo, i nonni si chiedono se sia un po’ colpa loro. Io consiglio ai pazienti di capire subito se i genitori possono essere alleati o interlocutori faticosi».

Quando i nonni scelgono di essere alleati

Rita sceglie di essere un’alleata, ma non è un ruolo facile. «Mi sentivo in dovere di consolare e aiutare mia figlia, ma anche io ero addolorata perché temevo che non ce l’avremmo fatta. Quando ha iniziato le cure ormonali e ha fatto il primo tentativo, poi, la vedevo fragile e io ero impotente. Anche mio marito sembrava scettico. Piano piano abbiamo chiesto ai medici e alla Onlus Strada per un sogno, volevamo capirne di più per fare pace con questa cosa».

Non succede in un giorno, è un percorso durato mesi, dove l’informazione diventa uno snodo fondamentale. «Bisogna raccontare cosa accade nel corpo della donna, quali sono i passaggi. È giusto essere precisi, ma umani e accoglienti, soprattutto se si tratta di un’eterologa, ovvero quando spermatozoi o ovociti arrivano da un donatore o da una donatrice» dice il professor La Marca. «Il fatto che questa tecnica sia stata vietata per anni l’ha resa oscura, malvista. Invece, si tratta solo di un aiuto della medicina, come tanti altri. Quando si sgombra il campo da questi equivoci, i nonni si aprono. Vengono alle visite, ci stringono la mano e a volte sembrano addirittura più moderni dei giovani perché la priorità è il bene dei figli, mentre il resto sono dettagli che passano in secondo piano».

Quello di cui la coppia ha bisogno è appoggio incondizionato, rispetto, una presenza senza giudizi né pregiudizi, con fiducia e amore

Un percorso accidentato

Questi dettagli, però, costellano il percorso e lo rendono accidentato. In un momento di fragilità, anche una frase può trasformarsi in un terremoto. «È stata un’esperienza molto forte per tutti e davvero lunga: la mia nipotina è nata dopo 5 anni di tentativi» ricorda Rita con la voce piena di emozione. «Razionalmente mi convincevo sempre di più, ma dentro l’anima i timori mi assillavano. Ero preoccupata per la salute di mia figlia e quindi mi scappava qualche frase di troppo. Ma, soprattutto, avevo l’incubo del futuro: cosa avrei raccontato alla piccola quando mi avrebbe chiesto come era venuta al mondo? Avremmo dovuto dirle della donatrice? Poi morivo dalla voglia di urlare al mondo che sarei diventata nonna, ma ho condiviso questa gioia solo con i parenti stretti».

In fondo, i nonni (e non solo) si muovono su un terreno minato e restare in equilibrio è un’impresa da funamboli. «Ho visto tanti genitori convincere i figli che la maternità non era poi così importante» nota la psicologa Stefania Traini. «Non sono attacchi, ma il tentativo di proteggere i propri cari. È fondamentale essere aperti e chiedere aiuto. La legge prevede il sostegno psicologico, anche se è offerto in poche strutture. Ci vuole indulgenza, bisogna accettare i limiti di tutti, sospendere il giudizio». Rita ha messo alla prova se stessa, giorno dopo giorno. Lei, che era già nonna dentro, ha superato tutte le barriere. E un domani potrà raccontare alla sua piccola che è nata grazie a quell’amore che va oltre fatica, Dna e dolore.

I nonni italiani, presenti e attivi

Presenti e attivi. Ecco i nonni italiani, appena fotografati da una ricerca di Bva Doxa. Sono un esercito di 17.000.000 di persone over 65, con una media di 2,5 nipoti a testa. Il 74% collabora alla gestione e all’educazione dei piccoli di casa, nel 78% dei casi l’impegno arriva 
a 5 ore al giorno e nel 24% delle situazioni i senior offrono anche un sostegno economico per spese scolastiche e non solo.

IL SOSTEGNO CHE NON C’È

La legge 40 del 2004, che regola la fecondazione assistita, prevede il supporto psicologico per le coppie. Ma molte volte questo diritto rimane solo sulla carta. Nelle strutture private, per esempio, è realtà mentre in quelle pubbliche spesso latita o è carente. «Lo proponiamo sempre ai pazienti, che poi sono liberi di usufruirne» spiega Antonio La Marca della Clinica Eugin. «A mio parere, ci sono momenti in cui è fondamentale: per esempio, da noi la comunicazione dell’esito dell’esame beta HCG (quello che accerta la gravidanza), viene fatta da uno specialista, specie se conferma il fallimento del trattamento. È importante anche quando la coppia fa fatica a raccontare questo percorso ai genitori: il segreto diventa via via un peso insostenibile e un esperto aiuta il dialogo in famiglia».